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DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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IL PROBLEMA E' PIZZA HUT

Economy - 30 novembre 2006 L'India è l'obiettivo numero uno per il 2007. Ma non si devono dimenticare i mercati tradizionali. E bisogna evitare che i concorrenti stranieri approfittino indebitamente dell'immagine italiana. di Gianluca Ferraris «La vela dell’export italiano si è dispiegata di nuovo con successo sui mercati internazionali. Accade in tutti i mercati emergenti; dalla Cina alla Russia, dalla Turchia agli altri Paesi extra Ue: il dato confortante è che i protagonisti di questo piccolo miracolo siano soprattutto le piccole e medie imprese: stiamo recuperando terreno, ma i segnali positivi vanno supportati con un’azione di governo intelligente e tempestiva». Emma Bonino, ministro per le Politiche europee e il Commercio internazionale, commenta con soddisfazione i recenti dati congiunturali messi a segno dalle nostre esportazioni, e a Economy spiega come l’esecutivo guidato da Romano Prodi intenda assolutamente cavalcare la ripresa. Il nostro export tira quasi come ai tempi delle svalutazioni competitive della lira. Quali mosse ha in mente il governo per rendere più duraturo questo trend? Innanzitutto mi auguro che la necessità di strumenti di sostegno si rifletta nel dibattito in corso sulla Legge finanziaria. Sarebbe una stupefacente controtendenza quella di penalizzare il nostro braccio operativo, l’Ice, con il taglio di fondi e sedi che sarebbero invece fondamentali per sostenere l’internazionalizzazione delle nostre piccole e medie imprese. Le Pmi italiane necessitano uno sforzo di accompagnamento. Devono crescere dimensionalmente, consorziarsi, hanno bisogno di supporto finanziario e di una rete commerciale più robusta. Cosa intende di preciso? I prodotti tradizionali del made in Italy nel mondo sono conosciuti e apprezzati da tutti, ma non sempre riusciamo a farli arrivare a destinazione. In Cina ormai si consuma più caffè che tè, ma si beve Starbucks. Gli stranieri adorano la pizza italiana, eppure trovano solo Pizza Hut. Amano il nostro design, però fanno compere all’Ikea. È anche per questi motivi che, nonostante gli ottimi risultati conseguiti finora, la nostra bilancia commerciale potrebbe anche essere migliore? Come se ne esce? Non ci sono ricette segrete: l’unico vero arbitro è il mercato. Ma persino l’espansione asiatica può celare nuove opportunità. Per esempio nel settore tessile o calzaturiero importiamo prodotti di bassa qualità, ma sul fronte dell’export possiamo alzare l’asticella della sfida assicurandoci le fasce più redditizie dei mercati emergenti. Cina a parte, su quali Paesi bisognerà puntare maggiormente? Oltre a India (a cui sarà dedicato un programma straordinario per il 2007), Turchia, Brasile e Russia, dovremo concentrarci su aree più tradizionali ma strategicamente rilevanti per noi, come quella mediterranea e i Balcani. Nei mercati più maturi occorre consolidare la presenza, anche con aziende di elevata sofisticatezza tecnologica: penso a settori come l’elettromeccanica, la lavorazione agroalimentare, le telecomunicazioni e il biotech. Quali sono le possibili collaborazioni da mettere in campo con l’Unione europea? La competitività è un problema dell’Europa intera, anche se la situazione è variegata: Finlandia, Svezia e Irlanda corrono come treni. Noi sul treno siamo appena saliti. Ma per restare al passo con l’Agenda di Lisbona e dare il via a una crescita diffusa investiremo 58 miliardi di euro all’anno per i prossimi tre anni. A che punto è il progetto degli «sportelli d’Italia» che dovrebbero riunire sotto un unico ombrello tutti gli enti che operano a favore delle imprese nazionali all’estero? Non è tramontato, anche perché si tratta di un’idea che nella scorsa legislatura aveva ottenuto un sì bipartisan dal Parlamento. Vogliamo che l’Italia all’estero si presenti con una voce unica, ma stiamo studiando come intervenire per evitare sprechi e dispersione di risorse.





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