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IL CORAGGIO DELLA PIETA', L'ORRORE DELLE POLEMICHE

Panorama - 27 dicembre 2006 Malato da quarant'anni, Welby ha fatto della sua sofferenza e della sua paralisi una grande battaglia civile, usando il suo corpo martoriato come un'arma. Costringendoci a pensare. di Stella Pende Qualcuno che stava con lui quando gli è volata via l'anima ha raccontato che quel suo corpo sghembo, quella faccia increspata di dolore sono tornati all'armonia perfetta dopo l'ultimo respiro. Come d'incanto. Non dimenticheremo più la faccia di Piergiorgio Welby, ci mancherà come quella di un fratello, di un parente di cui ogni giorno, ormai, sorvegliavamo sui giornali la salute e il coraggio. Un parente degli italiani che amano la vita. Ma che si sono trovati per la prima volta a «tifare» per la fine di un'esistenza prigioniera di una malattia feroce e dell'ipocrisia più pagana. Molti oggi preferiscono dimenticarlo, ma Welby la vita l'amava. E di questo ha scritto: «Io amo la vita. Vita è la donna che ti ama, il vento fra i capelli, il sole sul viso. Vita è anche la donna che ti lascia, una giornata di pioggia. Ma ora questo corpo non è più il mio: è lì squadernato davanti ai medici. Se fossi svizzero, olandese... ma sono italiano e qui non c'è pietà». Anche il New York Times ha scelto di raccontare la sua storia di uomo con un titolo che gli ha reso finalmente giustizia. «La lotta di un poeta per il diritto di morire quando vuole». La lotta di Piero. Perché Welby poteva morire quando e come voleva. Quando la fine si avvicina, ecco le «polveri» che annebbiano il dolore e sciolgono la paura. Insomma, alla fine un medico comprensivo, o solo un'infermiera ombra, sarebbero bastati per salvarlo dal carcere del corpo che lo ha torturato fino a pochi attimi dalla morte. Invece Welby ha scelto di rimanere in prima linea, di continuare a vivere morendo giorno per giorno. E per tutti noi. Di fare della sua sofferenza e della follia della paralisi una grande battaglia civile usando il suo corpo come un arma. Un kamikaze della vita che ci ha insegnato che la morte è un patrimonio unico che ci appartiene e che possiamo difendere. Molti dicono oggi che Welby non ce l'ha fatta a far passare una legge che regoli la libertà di andarsene dal mondo quando l'esistenza è un incubo. Nessuno si illuda: la sua battaglia entrerà comunque nella storia. «Così facendo Welby ha aperto un caso che ormai nessuno potrà chiudere facilmente» scrive Carlo Flamigni, medico insigne. Vero, il coraggio di Piero ha colpito a pioggia: aprendo un varco nella coscienza di chi ha già coscienza, spaventando l'ipocrisia di certi medici, sventando l'opportunismo di certi politici, e forse illuminando la cecità di certi giudici. «Piero ci ha insegnato come dovrebbe essere un grande leader politico. Uno che dà la sua vita in ostaggio per la causa di tutti. E poi ci ha costretto a pensare e a discutere in un Paese dove pensare è ormai un sogno»: l'ha detto Emma Bonino con la voce rotta, poco tempo dopo la morte del suo amico. La verità è che, nel putiferio delle prevedibili e nauseabonde polemiche fra giudici, ministri e medici, assistiamo ora a un mercato di interrogativi inquietanti: il respiratore è stato spento con un timer? Chi ci dice che Mario Riccio, il medico, lo ha sedato staccando la spina esattamente nello stesso attimo? Riccio è un martire o un incosciente? Per non parlare delle accuse mosse ai radicali. Rosy Bindi cavalca, oggi piu che mai, la tesi che li vede sfruttatori di una tragedia per farne uno tsunami mediatico. E cioè rei di aver cavalcato il caso Welby per portare a casa la legge sull eutanasia. Dov'è il male? Se è vero, perché e vero, che ormai l'eutanasia clandestina si pratica in questo paese, ma con poca regola, perché non regolarla? Sulla tavola delle questioni da discutere rimane quella del testamento biologico, cioè della possibilità di decidere prima, nel caso di malattia terminale e di una perdita di coscienza, quali saranno le vere volontà del malato. Del putiferio resta che Welby è riuscito ad accendere un faro sulla prima questione da dibattere, cioè l'accanimento terapeutico: «Non si è trattato di eutanasia, ma di sospendere le terapie rispondendo alle richieste di un malato lucido e troppo stanco di vivere. Del resto la Costituzione al proposito parla chiaro in più di un articolo» ha detto quel dottor Riccio che ha accettato di accompagnare Welby nell'altro mondo. Quello della pace. Se la Costituzione al proposito è citata a memoria anche dai profani, pochi sanno che anche il catechismo al riguardo parla chiaro: «Nel dialogo sulla vita con il cardinal Martini il professor Ignazio Manno citava il catechismo: "L'interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia allaccanimento terapeutico"». Chi ricorda Giovanni Reale, un grande nel mondo della filosofia cristiana? «Attenzione, così non si vuole procurare la morte ma si accetta solo di non poterla impedire». E quando gli si chiede ancora perché, se la vita è sacra, si può pensare di staccare la spina, il filosofo credente mette in guardia dalle insidie di una tecnologia troppo potente che fa oggi dell'uomo una cavia impotente. «Il rischio è trasformare la sacralità della tecnica nella sacralità della vita. E fare fino a dove si può fare all'infinito». Insomma, pensando a un futuro prossimo, arrivare a prolungare "vite già morte" per sempre? Cattolici che vengono a coraggiosi pensieri. Cattolici che rimangono nella palude. Dietro molti paraventi si cela la verità che troppi non vogliono vedere. Secondo la religione cristiana, la vita non è di nostra proprietà ma ci è stata regalata da Dio e solo lui può disporne. Così, davanti al disperato appello di Welby il Santo Padre ha parlato di un attentato alla pace, i suoi vescovi hanno seguito a ruota. Domanda: è piu cristiano chi accetta la morte o chi, pensando di esserlo molto, gli impone ll carcere di una macchina? Travolti da certi ragionamenti, arriva come evocata l'immagine di Gesù morente sulla croce. Nuvole nere gli passano sulla fronte infilzata dalle spine, il sangue gll imbratta il corpo martoriato. Soffre da ore quando l'ultima lancia gli perfora il costato. Allora anche il Figlio di Dio invoca il Padre con una supplica struggente e fortemente terrena. Una supplica che molti credenti oggi dovrebbero ricordare: «Padre, perché mi hai abbandonato?». E il Padre lo ascolta chiamando il Figlio a sé.





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