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DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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L'ALA RADICALE ATTACCA MA NON VUOLE LA CRISI

Il Corriere della Sera - 26 gennaio 2007 di Massimo Franco L'accordo si presenta tormentato, e con un margine residuo di incertezza. D'altronde, si tratta di concedere all'estrema sinistra garanzie comunque limitate: e che non possono significare nè una prospettiva di ritiro dall'Afghanistan, nè una qualsiasi data finale per la nostra missione. Per questo, nel Consiglio dei ministri di ieri è stato riscritto il decreto, a margine della discussione sulle liberalizzazioni: un argomento «fuori sacco», è stato definito dal ministro Emma Bonino, quasi si trattasse di merce da trattare sotto banco. E sono filtrate le perpiessità e la frustrazione dei tre ministri (Ferrero, Bianchi, Pecoraro Scanio), che già avevano annunciato l'astensione dal voto. Le previsioni dicono che alla fine un'intesa si troverà, perché l'Unione non può permettersi una lacerazione parlamentare sulla politica estera. Può darsi. Ma il decreto sarà privo di un vero compromesso politico col pacifismo, perché gli impegni internazionali assunti dall'Italia non consentono iniziative unilaterali. Il problema è che palazzo Chigi deve decidere in tempi brevi: la proroga della missione scade mercoledì 31 gennaio. L'estrema sinistra, invece, avrebbe preferito rinviare il più possibile, per smaltire tensioni tuttora acute. Il risultato è che adesso i partiti dell'area pacifista appaiono in difficoltà con la loro base elettorale. Le firme raccolte nelle file dell'Unione a sostegno della presenza in Afghanistan irritano Prc, Pdci e Verdi. «Non aiutano» la trattativa nel governo, si limitano a far presente gli «antagonisti». E qualcuno accusa promotori come l'ex premier Lamberto Dini di accarezzare nuove maggioranze. La pressione degli alleati maggiori, però, non è usata per seppellire l'Unione. Mira più semplicemente ad ottenere che il centrosinistra non si presenti in Parlamento in ordine sparso. Il timore è di regalare all'opposizione, se non la crisi del governo Prodi, una votazione nella quale il fronte berlusconiano sarebbe decisivo per confermare la missione. Il bivio si presenta difficile, e non facilmente superabile. Nei giorni scorsi la sinistra radicale ha ripetuto che non avrebbe concesso il proprio sì senza una «vera discontinuità». Anche ieri il ministro dei Verdi, Pecoraro Scanio, ha evocato l'«exit strategy», e cioè una serie di tappe prestabilite in vista del ritiro, come unica misura in grado di indurlo ad un ripensamento. Ma le cose non stanno andando in questa direzione, anzi. Il rappresentante europeo a KabuI, Francesc Vendrell, ieri a Roma, ha chiesto che «la presenza militare italiana continui, magari un pò più attiva nel disarmo delle forze irregolari» : parole destinate ad infiammare ulteriormente i partiti di estrema sinistra. Anche per loro, tuttavia, la strada è strettissima. Lo dimostra il segretario del Prc, Franco Giordano, quando spiega che «uscire dal governo sarebbe un danno». Battaglia contro il provvedimento, dunque: ma dentro l'Unione. Meglio una contraddizione che una crisi.





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