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DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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"ITALIA GRANDE QUANDO ACCETTA LE SFIDE"

La Repubblica - 12 febbraio 2007 Prodi nel cuore hi-tech dell'India. Bonino: triplicare l'interscambio. di Roberto Mania KOLKATA - C'è un'Italia diversa fuori dei confini nazionali. Per esempio quella che sta provando a conquistarsi una parte nella disordinata galoppata dell'economia indiana. Un'Italia che ha deciso di fare i conti, senza resistenze, con la globalizzazione. Perché - lo ha detto ieri il premier Romano Prodi lasciando la citta di Chennai nel sud dell'India per andare Bangalore, la capitale hi-tech del subcontinente asiatico - "se continuiamo a guardarci dentro il nostro ombelico non ci accorgeremo mai di cosa accade nel mondo". E invece - ha aggiunto Prodi che in serata e arrivato a Kolkata - "l'ltalia può diventare grande solo se accetta la sfida, se la smette di parla re di se stessa. Perché siamo un grande Paese nel momento in cui abbiamo il coraggio di guardare fuori". Da oggi comincia, a Kolkata, ex Calcutta, l'antica capitale. Due giorni per le piccole e medie imprese per comprendere cosa serve agli indiani ma anche per fare accordi. Tre sono già in calendario nei settori dell'agroalimentare, dell'energia e della pelle. Il ministro Emma Bonino fissa un obiettivo: triplicare l'interscambio commerciale nei prossimi tre anni, passando dagli attuali 3-4 miliardi (al livello della Croazia) a 10 miliardi. Sono oltre quasi 400 le imprese italiane arrivate in India con la missione promossa dalla Confindustria, insieme all'Ice (l'istituto per il commercio estero) e l'Abi (l'associazione delle banche che ha stanziato 300 milioni per i progetti indiani delle piccole e medie aziende). Al Forum di Kolkata sono in programma 2.000 incontri faccia a faccia. Ma chi è arrivato qui ha già in mente di tornarci. Per tante ragioni l'India può essere piu attraente della Cina, nonostante la sua soffocante burocrazia. "Il treno - per dirla con il ministro Bonino - non è stato ancora perso". C'è un aspetto, intanto. Le imprese italiane giungono in India quando hanno già compiuto un processo di ristrutturazione, lo stesso che oggi fa da traino alla ripresa della nostra economia. Dunque hanno già progettato su quali mercati scommettere. Se sono in India, allora, è perché pensano di investirci. Sfruttando anche, una volta entrati nei mercati, le forti protezioni che caratterizzano ancora l'economia indiana. Ci sono poi le materie prime (dal carbone alle pelli) e una manodopera immensa a bassissimi costi. E c'è, infine, l'informatica: dai giovani ingegneri indiani abbiamo preso il software di tutti i nostri bancomat e la Ferrari di Montezemolo (solo per fare un esempio) aveva 13 consulenti informatici indiani ora ne ha 22. Attualmente - secondo dati dell'Osservatorio Asia di Bologna - sono 313 le imprese italiane già presenti in India. E sono nei settori nei quali abbiamo una forte tradizione: meccanica strumentale, il tessile abbigliamento, l'auto. La scommessa più alta e ora sulle infrastrutture. Il governo di Manmohan Singh ha deciso di investire 500 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni. E ha invitato gli imprenditori italiani a non distrarsi. Come è già accaduto nei passati decenni: negli anni '70 il 60 per cento di tutta la produzione di fertilizzanti per l'agricoltura indiana si faceva in aziende con il marchio italiano, ma l'egemonia è poi svanita. E ancora: allora due indiani su tre motorizzati si muoveva con la nostra Piaggio o con l'adattamento indiano della vecchia Millecento. Ora non più: c'è Tata e i giapponesi. Ma il terreno, almeno in parte, si puo recuperare.





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