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BONINO: TROPPI NO ALL'ETICHETTA

Il Sole 24 Ore - 16 marzo 2007 Il ministro: non ci sono voti sufficienti. La Cec chiede una proroga sui dazi. di Cristina Jucker Tempi duri per il "made in", l'etichetta di origine obbligatoria per i prodotti importati nella Ue. Ieri Emma Bonino, ministro per il Commercio internazionale, ha fatto il punto sulla situazione in occasione dell'apertura del Micam, la fiera delle calzature. "Confermo l'impegno mio e del Governo - ha detto - ma per ottenere l'obbligo di etichetta occorre una maggioranza qualificata di 232 voti: oggi solo dieci Stati sono favorevoli, per un totale di 166 voti". Gli altri 14 Paesi sono contrari, e tra questi Gran Bretagna e Germania. Basterebbe che uno solo dei due cambiasse idea e la cosa sarebbe fatta, ma per ora "non ci sono i voti sufficenti per andare in Consiglio: Confindustria tedesca e Confindustria inglese sono decisamente contrarie" ha detto Emma Bonino. Che ha anche ricordato che il panorama è un pò difficile: l'Italia è il Paese con il maggior numero di infrazioni Ue ancora aperte (260), con il maggior numero di contraffazioni, sta chiedendo il sostegno per l'Expo e la sede a Roma dell'Authority per Galileo. La carne al fuoco non manca. Più ottimista Rossano Soldini dell'Anci (l'associazione dei calzaturieri italiani), convinto che dopo giugno con l'arrivo del Portogallo alla presidenza Ue ci siano buone speranze perché l'obbligo dell'etichetta "made in" possa essere approvato in autunno. Sicura che il settore calzaturiero sia ormai arrivato "a una svolta" e abbia superato la crisi grazie alla qualità e all'innovazione, il ministro ha poi spiegato che oggi sul tavolo ci sono tre dossier: uno è appunto quello del "made in" e qui "a volte non basta avere ragione - ha detto - bisogna anche trovare i numeri della ragione. A oggi questi numeri non ci sono". Il secondo dossier, la promozione, dipende invece solo da noi. Emma Bonino ha annunciato che per quest'anno sono disponibili per le calzature 1.140.000 euro, più altri fondi destinati all'Anci, ancora da definire. "Le aree su cui operare - ha detto - sono Russia, Nord America, Giappone e i Paesi dell'ex Urss. Ma soprattutto - ha aggiunto - dobbiamo fare uno sforzo di innovazione anche nelle modalità di promozione: non tutti i Paesi hanno la stessa cultura e bisogna cercare di essere flessibili". Il terzo dossier riguarda i dazi. La Cee, la Confederazione europea della calzatura, ha chiesto al Governo italiano di presentare domanda per il rinnovo dei dazi antidumping, introdotti nell'ottobre scorso per le scarpe importate da Cina e Vietnam, ma solo per due anni invece dei cinque standard. La Cee, ha detto Soldini, ha anche deciso di fare un'azione legale contro questa decisione, anche perché i risultati ci sono: "Tra aprile e novembre le importazioni delle calzature in pelle soggette alle misure - ha ricordato il presidente Anci - sono diminuite del 13,5% dalla Cina e del 17,3% dal Vietnam". Salvo poi aumentare da Paesi come la Cambogia per effetto di triangolazioni. Ma su questo fronte il ministro Bonino mantiene delle perplessità: "Siamo sicuri - ha chiesto - che tatticamente parlando sia opportuno uscire con tutte e due le richieste, i dazi e il made in? Non c'è il rischio di fare un corto circuito? Magari invece una cosa aiuta l'altra, ma certo bisogna fare una seria valutazione". Sembra infine riscuotere successo l'iniziativa che ha debuttato a Omsk, in Siberia, all'inizio di marzo: sono arrivate altre sette richieste di aprire negozi in Russia, Emirati Arabi e India. Ognuno ospiterà 15-20 marchi di scarpe solo italiane, il made in Italy sarà garantito dall'Anci, che metterà anche a disposizione dei fondi per la promozione. "Un modello interessante - ha commentato l'economista Marco Fortis - che facilita l'accesso ai mercati internazionali per i piccoli operatori e che potrebbe essere replicato in altri settori del made in Italy".





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