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DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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IL MACABRO GIOCO

L'Unità - 11 aprile 2007 di Furio Colombo Per mettere un po’ d’ordine nel polverone di questi giorni su Afghanistan, ostaggi, omicidi e sciacallaggio, fatti veri (pochi e ignorati), un fiume di disinformazione e l’impressionante, intollerabile video di Mastrogiacomo prigioniero, della barbara uccisione del suo autista trasmesso ieri sera dal Tg 1, userò due riferimenti. Uno è il testo classico e purtroppo non riletto del grande esperto di Afghanistan Peter Hopkirk. Il suo libro «Il grande gioco» (Adelphi, 1990, 2004) racconta un secolo di sanguinose sconfitte inglesi in Afghanistan. Ecco l’inizio di uno dei capitoli chiave (pag. 309): «Le terribili notizie recate dal messaggero della morte, come venne soprannominato il corriere militare, raggiunsero il governatore a Calcutta. Per lui fu un trauma che lo invecchiò di dieci anni. La situazione era precipitata rapidamente. Appena poche settimane prima la situazione a Kabul era saldamente sotto controllo; e adesso l’intera politica era allo sfascio. Non solo il tentativo d’insediare in Afghanistan un governo compiacente era miseramente fallito. Ma un’orda di pagani aveva sbaragliato la massima potenza del mondo. Per l’orgoglio e il prestigio inglesi era un colpo devastante». Siamo nel diciannovesimo secolo ma l’immagine così tetra ed efficace può essere quasi esattamente sovrapposta a un articolo del New York Times del 10 aprile. Racconta di una colonna olandese che attraversa un’area ritenuta pacificata (Surk-Murghab) sotto la guida del capitano Abdul Rakhman, dell’intelligence afghana, e improvvisamente abitanti dei villaggi, anziani, donne col burka azzurro, bambini, soldati, talebani (che però nessuno riesce a distinguere dai contadini) fanno fuoco da tutte le parti. Fermano, feriscono, uccidono. Non sappiamo se chi ha portato la notizia a Kabul sia stato soprannominato “messaggero della morte”. Certo dichiara al giornalista del Times C.J Chives: «Si combatte a ovest, a sud, a nord e se tenti di passare anche i pastori ti sparano. Forse molti talebani si nascono sotto i burka azzurri che vedi svolazzare a mezza costa quando ti avventuri dentro le valli». «Il grande gioco» non era un libro di avventure alla Kipling anche se scritto negli stessi anni del vano e tentato dominio inglese. Ma i russi, allora e appena pochi fa, erano caduti nella stessa trappola mortale. E adesso tutta l’Europa e tutta l’America, se stiamo al “reporting” di tanti giornali. Non tutti i giornali. Il mio secondo spunto è infatti un sorprendente editoriale di Magdi Allam (Corriere della Sera, 10 aprile): «Sayed Agha e Adjmal, due cadaveri di troppo che non è possibile occultare e tacere (...) due vite spezzate in una trama che ruota intorno all’Italia, di natura terroristico-politica. Ecco perché l’Italia non può tirarsi indietro». Come non tirarsi indietro? Ecco le condizioni dettate da Magdi Allam: primo, l’Italia dovrebbe ritirare l’incredibile proposta di coinvolgere i talebani nella conferenza di pace per l’Afghanistan. È un’idea. Ma come persuadere Karzai che ha appena dichiarato (Cbs-Tv, 6 aprile) di volere i talebani afghani (non gli stranieri) a un tavolo di pace, se mai si farà? Secondo, l’Italia dovrebbe impegnarsi a non consentire mai più il pagamento di riscatti o cedere in alcun modo alle richieste delle bande terroristico-criminali. Non possiamo consentire che sia lo stesso Stato a pagare con danaro pubblico il riscatto ai terroristi. Cattivo gusto o cattivo umore nei confronti del collega di una testata concorrente appena appena liberato tramite - si dice - pagamento di riscatto? In ogni caso strana dimenticanza per tante liberazioni debitamente pagate da altro governo italiano e (anche in questi giorni) da altri governi europei per festeggiare e celebrare liberazioni. Si direbbe che l’orrenda condanna a cui sono stati sottoposti i due compagni di avventura di Mastrogiacomo suggerisca una strana idea di giustizia all’editorialista che stiamo citando: è meglio che siano uccisi tutti. Viene fatto di pensare che si tratta di una conclusione più pulita e più nobile. C’è, ovviamente, un punto forte di coincidenza tra ciò che dice Allam e ciò che la maggior parte di tutti noi pensa: gli assassini sono assassini e le famiglie delle vittime vanno aiutate. Ma non c’è alcuna coincidenza quando Magdi Allam sostiene: «La maggior parte degli italiani vorrebbe che il nostro governo recuperasse la credibilità dello Stato, la cultura dell’interesse nazionale, il primato della civiltà occidentale che non mercanteggia sul diritto alla vita». La frase è allarmante perché afferma: ci siamo macchiati di colpa grave. Mastrogiacomo doveva morire, lasciando a tutti noi l’incombenza delle dovute celebrazioni. Perché ci è sembrato sconvolgente l’editoriale di Magdi Allam? Non solo perché, accostandolo al libro di Hopkirk di un secolo fa e all’articolo del New York Times di ieri, si vede bene che l’editoriale va per una sua strada solitaria e invoca Armageddon, la guerra finale fra il male ed il bene. Non rivela alcun rapporto con fatti e persone (morti e vivi) che in realtà rischiano, si tormentano, cercano di salvarsi o di sopravvivere e sanno che non la vittoria (difficile da definire ai nostri giorni) ma la pace, o almeno la non guerra, o una qualche forma di difficile accordo, garantiscono un po’ meglio “il diritto alla vita”. Ma anche perché tutte le espressioni forti e risolute dell'editoriale in questione («Un fiume di denaro per pagare i riscatti»; «questo approccio spregiudicato ha portato alla decapitazione dell’interprete e dell’autista di Mastrogiacomo»; «La civiltà occidentale non mercanteggia sul diritto alla vita») autorizzano e anzi anticipatamente approvano ogni attacco, anche il più brutale, al governo italiano che, costi quel che costi, ha salvato la vita a Torsello e ha salvato la vita a Mastrogiacomo. E autorizza ogni attacco a Gino Strada che, attraverso il suo uomo Ramatullah Hanefi, ha «mercanteggiato» (si può usare una espressione più denigratoria a carico di qualcuno che, nella sua vita, ha “mercanteggiato” - ovvero ha chiesto e ottenuto un mare di donazioni spontanee - al fine di salvare un milione e mezzo di afgani, in gran parte bambini?) per far tornare a casa due italiani destinati a morire. Vi rendete conto che l’espressione “mercanteggiare” si accorda con l’accusa fatta dai servizi segreti talebani contro Ramatullah Hanefi, l’accusa di avere “organizzato” il rapimento di Mastrogiacomo, ovvero di essere uomo dei talebani, e che dunque spinge Gino Strada del cono d’ombra di sospetto e nella necessità (che sarebbe tragica per l’Afghanistan) di andarsene? Brutta, a questo proposito, la dichiarazione di Emma Bonino che lascia sperare solo in una smentita oppure fa sorgere la domanda: perché non ha fermato Prodi, lasciato morire Mastrogiacomo e salvato il governo italiano dal “mercanteggiare”? Dice - con mia immensa sorpresa - la Bonino «io avevo seguito, da Commissario europeo, le esperienze di Gino Strada anche in Kurdistan e penso che abbia un atteggiamento così ambiguo, tra l’umanitario e il politico che si può puntare a qualunque illazione». È una frase grave detta da un ministro italiano che - come ministro - è solitamente cauto e, nella sua vita, si è trovata spesso protagonista di situazioni giudicate ambigue perché non coincidenti con modelli correnti e raccomandati. Purtroppo la Bonino aggiunge e chiarisce: «Gioca un ruolo ambiguo fra torturati e torturatori». Può una simile definizione descrivere altro che un criminale, in un mondo in cui la tortura non solo domina, ma è spesso strumento di governo? Detta da un esponente di rilievo del Governo italiano autorizza il Governo di Karzai a sapere che le nostre pressioni per liberare Hanefi dalle mani dei servizi segreti afghani sono solo finzioni diplomatiche per tenere calmi coloro che in Italia hanno fiducia, amicizia, gratitudine per Gino Strada. In realtà non contano niente. Un un normale governo occidentale del tipo descritto da Magdi Allam, che preferisce virilmente la restituzione del cadavere al ritorno “mercanteggiato” dell’ostaggio vivo, vorrebbe libero l’uomo di fiducia di un chirurgo ambiguo, uno che cerca di rimettere i bambini saltati sulle mine, in condizione di correre di nuovo dietro agli aquiloni ma in realtà «pratica una linea così poco limpida che si presta a qualunque gioco altrui»? Trovo questa affermazione ingiusta e crudele, anche perché il solo gioco a cui Gino Strada si è prestato, il solo accostarsi alla politica nel senso del potere è stato di cedere (cedere, non di offrirsi) alla richiesta di Romano Prodi e dunque al gioco del Governo italiano. Non c’è nulla in questa vicenda (che è terribile per il sangue e la morte sul versante afghano, ma è terribile per la scandalosa insofferenza per una vita salvata sul versante italiano) che Gino Strada e Ramatullah Hanefi hanno fatto di propria iniziativa e per conto proprio. Se ambiguo vuol dire che Gino Strada non ha mai detto «viva la guerra» e non ha mai accostato la parola guerra alla parola civiltà, allora è bene ricordare che proprio questo distacco dalle due guerre sante ha consentito a Gino Strada di rischiare in proprio (e molto, insieme con Ramatullah, date le circostanze) per salvare una vita in più, oltre quelle della sua folla di pazienti afghani. Prendiamo atto che - nonostante il disprezzo dedicato a piene mani a Gino Strada - (come se non bastasse, non solo non ha riguardo per i partiti e per la politica, ma si permette di salvare vite ogni giorno senza neanche essere santo) il governo italiano assicura di «fare tutto il possibile». Gino Strada e Ramatullah Hanefi (la cui vita nelle carceri di Kabul non è tanto più al sicuro che sulle montagne dei talebani, se vogliamo credere alle corrispondenze di Carlotta Gal sul New York Times da quel Paese, e al testo di Hopkrik che ho appena citato) hanno certamente fatto tutto il possibile. È bene che si sappia che alcuni di noi, che sono immensamente grati per il lavoro nel mondo di Gino Strada e per la salvezza prima del fotografo e poi del giornalista italiano, non pensano di restare disciplinatamente passivi se colui che ha rischiato la vita per il governo italiano viene dimenticato dal governo italiano nelle prigioni di Kabul, salvo sporadici "reminders" del nostro bravo ambasciatore. È bene dire lealmente e chiaramente che una così difficile storia di sangue che si è aperta con la salvezza di un ostaggio deve chiudersi con la salvezza di chi ha salvato l’ostaggio. Parlo da membro del Parlamento. Avendo reso possibile con il nostro voto un vasto e costoso sostegno a Karzai, abbiamo il dovere di chiedere a Karzai la libertà dovuta al mediatore del governo italiano. Sia chiaro che ci è impossibile lasciar perdere.





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