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Living together - Combining diversity and freedom in 21st-century Europe [Report of the Group of Eminent Persons of the Council of Europe] PDF DOWNLOAD >>

DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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>> 30 Giorni


IL SEMPRE NUOVO VECCHIO CONTINENTE

30 Giorni - 14 aprile 2007 Intervista con Emma Bonino, ministro per il Commercio internazionale e per le Politiche europee: la costruzione europea ha rallentato ma continua ad avanzare. Come sbloccare il Trattato costituzionale entro il 2009. Il rapporto privilegiato con i Paesi extraeuropei che si affacciano sul Mediterraneo di Roberto Rotondo Il 25 marzo si chiude simbolicamente il periodo di riflessione seguito alla mancata ratifica della Costituzione europea di Francia e Olanda nel 2005. È stato un periodo inutile, o si riparte con idee più chiare e uno slancio nuovo? "A mio avviso siamo tra le due possibilità che lei suggerisce. Le crisi sono sempre salutari quando da esse si arriva a uscire bene, e spero che anche in questa occasione l’Europa saprà ritrovare la sua strada maestra. Non è la prima crisi che il processo di integrazione conosce, e non sarà di certo l’ultima. Sicuramente, la battuta d’arresto è stata pesante, anche perché il mondo corre sempre più in fretta e non sta certo ad aspettare che gli europei si mettano d’accordo. Sottolineerei, però, un elemento positivo: la situazione attuale ci sta costringendo a riconsiderare le ragioni del nostro stare insieme, la finalità che perseguiamo con il progetto europeo. In un certo senso, questo stallo ci sta offrendo la possibilità di costruire il nostro futuro partendo da uno spirito nuovo, che io spero sarà ancora più solido di quello passato, e che ci porterà ad attrezzare l’Unione con gli strumenti necessari per affrontare le sfide del XXI secolo. In ogni caso, è ancora troppo presto per dire se ripartiamo con le idee più chiare. Con più consapevolezza sì, ma dobbiamo ancora aspettare per vedere se e come riusciremo a farla fruttare, questa possibilità". Siamo quindi in una situazione di stallo? "Abbiamo rallentato, ma continuiamo ad avanzare, anche se forse solo grazie all’abbrivio. È vero che viviamo uno stallo sulla riforma costituzionale, ma molti progetti continuano ad andare avanti. Penso prima di tutto all’agenda rinnovata di Lisbona e ad altri, nuovi progetti che vengono messi in cantiere, come dimostrano i risultati dell’ultimo Consiglio europeo. È chiaro, però, che ci serve al più presto un piano per risolvere la crisi nata con i referendum negativi del 2005. E ci serve perché questo piano svolgerà la funzione di una mappa, senza la quale rischiamo di riprendere a pedalare non sapendo però bene dove stiamo andando". I tre appuntamenti di riforma costituzionale – Amsterdam 1997, Nizza 2000, Roma 2004 – sono stati visti come tentativi di rafforzare e superare il modello attuale. Di fatto sono quindici anni che l’Unione ha la possibilità di procedere in campo politico alla creazione di un potere sopranazionale come quello che oggi esiste per l’economia e la moneta. Con quali risultati secondo lei? "I risultati finora sono stati scarsi. Con Amsterdam abbiamo fatto dei passi in avanti importanti in alcuni settori strategici – mi vengono in mente l’introduzione di un nuovo capitolo sull’occupazione o la comunitarizzazione di materie-chiave come l’asilo, l’immigrazione e la cooperazione giudiziaria in materia civile – ma non è stato un Trattato che ha ripensato l’organizzazione del potere politico sopranazionale. Nizza è stato un tentativo di riforma più che una riforma vera e propria, e oggi è unanime il parere che sia insufficiente per governare un’Europa a ventisette. Il testo firmato a Roma nel 2004 avrebbe potuto fare la differenza. Sia attraverso una riforma delle istituzioni comunitarie e del metodo di lavoro Ue, sia per l’introduzione di elementi di novità importanti, come il ministro degli Esteri europeo. I risultati in questo caso sono mancati perché il Trattato non è entrato in vigore. Riprendendo il messaggio del presidente Napolitano, direi quindi che occorre ripartire da questo Trattato, per preservarne l’essenziale, per far sì che le sue parti migliori vengano, in un modo o nell’altro, salvate. Sono invece più scettica sulle chance di breve e medio periodo per arrivare a una riforma radicale del sistema politico-istituzionale dell’Ue che metta l’accento sulla dimensione sopranazionale e che conduca – tanto per parlare chiaro – all’adozione di un modello federale. Se nel corso dei prossimi cinquant’anni ci arriveremo, sarà meno per l’azione dei governi nazionali che per l’azione dei cittadini europei. Le prossime generazioni, quelle che si considereranno a casa propria ovunque nel territorio Ue, tanto a Porto, quanto a Lione, Bologna, Praga o Bucarest, queste generazioni che prenderanno l’Europa come un dato naturale, forse avranno anche la forza e il Dna necessari per indirizzare la politica e i politici verso questo nuovo orizzonte". Qual è oggi l’attualità del federalismo di Spinelli per l’Europa? "Se parliamo in termini di aspirazioni, il modello federale resta valido oggi come lo era cinquant’anni fa. Il pensiero di Spinelli, le sue intuizioni, rimangono a mio avviso di una sconcertante attualità. Mi sono espressa spesso a favore di un modello federale e credo che l’Europa debba darsi l’obiettivo di dotarsi di questo modello nel corso dei prossimi cinquant’anni. Chiaramente, per fare l’Europa politica non basta una riforma costituzionale, per quanto radicale, per quanto in senso federale. Serve, insieme, lo sviluppo di una comunità politica, ossia di una comunità di cittadini che sulle grandi questioni europee siano messi in grado di confrontarsi su linee politiche europee, e non nazionali. E questo sviluppo non lo possono produrre i governi nazionali, ma solo dei veri partiti politici transnazionali che veicolino i loro messaggi e conducano le loro battaglie facendo riferimento a una sfera pubblica europea". Come è risolvibile la crisi aperta dai “no” francese e olandese alla Costituzione europea? "Mi verrebbe da risponderle: con la bacchetta magica! Battute a parte, è chiaro che questi “no” hanno un peso. Non possiamo trascurare il fatto che si siano prodotti in due Paesi che avevano firmato, cinquant’anni fa, i Trattati di Roma. Personalmente penso che dalla crisi si esca solo con un’azione politica, non con qualche trucco giuridico. Il “no” francese non è stato un “no” univoco. È stato un “no” in cui si sono ritrovati assieme quelli che dicevano che c’era troppa Europa e quelli che dicevano che non ce n’era abbastanza. Per superare la crisi, dobbiamo scegliere a quale parte di questo “no” andare incontro. E io sono dell’avviso che non possiamo permetterci una soluzione al ribasso. Dobbiamo quindi ripartire dal Trattato di Roma del 2004, salvarne il più possibile – e sicuramente fare tutto quello che serve perché le istituzioni funzionino meglio, facilitare la presa di decisione e rafforzare la presenza internazionale dell’Ue. E svolgere, insieme a questo, una doppia azione: da una parte, “sfruttare” l’occasione della pausa per inserire nel nuovo testo tutto quanto ha mostrato negli ultimi anni l’urgenza e la necessità di un’azione europea – pensiamo, ad esempio, all’energia –; dall’altra, coinvolgere i cittadini e fare in modo che si approprino del progetto europeo. In questo possiamo riuscire solo se mostriamo che l’Europa è qualcosa di concreto, che produce opportunità per tutti, e che le produce ogni giorno. È anche questo il senso della campagna di informazione e sensibilizzazione che con il Dipartimento per le politiche comunitarie abbiamo lanciato in occasione dei festeggiamenti per il Cinquantenario". È vero, come dicono alcuni, che l’Ue senza costituzione muore? "Faccio una premessa sul nome. Lei la chiama “costituzione”, ma io preferisco parlare di “Trattato”, perché spero che un giorno arriveremo davvero a una vera Costituzione, con la “C” maiuscola. Per quanto riguarda i contenuti, credo che senza le riforme che l’entrata in vigore del Trattato di Roma del 2004 permetterebbe di fare, l’Ue non muoia, ma rischi di restare al palo, nella migliore delle ipotesi, o, nella peggiore, di regredire, di trasformarsi in qualcosa di diverso da quello che è oggi. La crisi di legittimità sarebbe comunque profonda, ben più profonda di quella – aggiungiamo l’aggettivo temporanea? – che viviamo oggi. I cittadini perderebbero fiducia nella capacità dell’Europa di rinnovarsi, di stare al passo coi tempi, e abbandonerebbero un progetto che resta ostaggio del suo presente invece di proiettarsi verso il futuro. A quel punto si potrebbero aprire tanti scenari diversi. Mi viene da pensare – ad esempio – che potremmo anche arrivare ad avere un’avanguardia di Paesi che va avanti da sola e crea un nucleo duro. In che termini? Con quale formula? Difficile da dire. Io non ho comunque ancora perso la speranza che i prossimi mesi segneranno un’inversione di rotta rispetto agli ultimi due anni, e che sapremo ritrovare il giusto entusiasmo, lo slancio, e soprattutto le ragioni che ci dimostrano che non abbiamo alternative". Anche Barroso ha più volte sottolineato come sia stato un errore lasciare a ogni singolo Stato l’onere di trovare soluzioni per far sì che i propri cittadini ratificassero il Trattato costituzionale. È d’accordo? "Se riusciremo ad arrivare a un nuovo testo, dovremmo pensare a un referendum paneuropeo, magari in concomitanza con le elezioni del Parlamento di Strasburgo del 2009. Un referendum paneuropeo farebbe aumentare le possibilità che i cittadini, tutti assieme, si pronuncino sull’Europa e non su questa o quella vicenda nazionale. È chiaro che servirà l’esercizio di una leadership matura per fare in modo che durante le campagne elettorali e referendarie si parli di questioni e interessi europei, e che esse non si trasformino invece, ancora una volta, in momenti di verifica del gradimento popolare del governo di turno". Il dibattito sulle radici culturali e religiose dell’Europa continua, anche se con toni meno esasperati. Qual è il suo giudizio in merito? "Il motto dell’Unione europea è “unita nella diversità”. Per questo credo che l’Europa debba continuare a essere un’Europa che tuteli e promuova tale diversità. Trasformarla in un progetto religioso vorrebbe dire rinunciare a questa diversità, che è invece la nostra ricchezza, la nostra forza. Nell’Unione ognuno dovrebbe sentirsi libero di crescere alimentato da questa o quella radice che solca il terreno europeo, e nel frattempo dovremmo concentrarci su ciò che tutte queste radici hanno prodotto insieme, e cioè la democrazia e lo Stato di diritto, che sono poi le fondamenta su cui si regge la nostra casa europea, la nostra identità". L’entrata recente di due nuovi Paesi dell’Europa dell’Est ha riaperto il dibattito sul limes dell’Unione. Dove finisce, l’Europa? "Se si condivide l’idea che l’Europa non sia un progetto geografico – né tanto meno religioso – ma un progetto politico, allora i suoi confini non possono essere visti che in termini di garanzia di stabilità democratica, Stato di diritto e rispetto dei diritti umani. E se l’Unione rappresenta davvero una novità come progetto di società, lo deve al fatto che è stata costruita non come calco dei vecchi Stati-nazione, ma sulla base di questi valori condivisi. È per questo che secondo me la porta dovrebbe restare aperta per tutti coloro che si riconoscono in questo progetto e che sono disposti ad accettare le regole della nostra convivenza. E questa è la ragione per cui i radicali hanno sollevato da tempo la questione dell’ingresso di Israele nell’Unione europea. Non dimentichiamoci poi della natura “evolutiva” del progetto europeo. Io ritengo che il vantaggio comparato dell’Europa, il suo valore aggiunto rispetto al resto del mondo, in questi tempi di globalizzazione, sia proprio la sua flessibilità, il suo saper rispondere ai cambiamenti del contesto internazionale. Non dimentichiamoci del “miracolo” che abbiamo realizzato in quindici anni, passando dalla cortina di ferro alla riunificazione del continente". Lei è stata sempre a favore dell’entrata della Turchia nell’Ue. Ma se la Turchia entrerà sarà alla fine di un processo ancora lungo. Troppo? "L’ingresso della Turchia nell’Unione è un progetto ambizioso, ed è per questo che richiede tempo. Se l’allargamento a Spagna e Portogallo ha preso sette anni, non mi sorprende che quello alla Turchia ne richiederà di più. Non ci dimentichiamo poi che nelle prospettive finanziarie attuali, che vanno fino al 2013, non ci sarebbero neppure i soldi per un eventuale allargamento alla Turchia. Detto questo, ritengo che l’Unione abbia acquisito ormai una certa esperienza in materia di allargamento, e che questa esperienza vada messa a profitto per condurre al meglio e il più speditamente possibile il negoziato con Ankara. Non dobbiamo poi sottovalutare l’importanza del processo negoziale, che permette a entrambe le parti di conoscersi sempre meglio, di cominciare a lavorare assieme, di acquisire sempre più rispetto e fiducia reciproca. L’ingresso della Turchia sarà un evento storico e va preparato al meglio, anche perché sarà necessario coinvolgere i cittadini e la società civile. Non potrà essere solo il risultato di un accordo diplomatico tra le cancellerie. L’importante è che non venga rimessa in discussione l’adesione turca e che il processo di adesione non venga ritardato per ragioni che nulla hanno a che vedere con il negoziato, ma solo con i tentennamenti di qualche leader europeo". Guardare a Est in questi anni non ci ha fatto mettere in secondo piano l’importanza dello scenario mediterraneo? "Certamente l’allargamento ai Paesi dell’Europa centrale e orientale ha rappresentato la grande priorità degli ultimi anni. Mi domando però se sia il caso di usare l’allargamento come alibi per giustificare la scarsa attenzione nei confronti del bacino del Mediterraneo. Romano Prodi, da presidente della Commissione, ha fatto la sua parte per mantenere viva l’attenzione sul Mediterraneo, varando una nuova politica di vicinato proprio per superare i limiti del processo di Barcellona e fare in modo che l’allargamento non si traducesse nel semplice spostamento del limes – come lo chiama lei – di qualche centinaio di chilometri, bensì in una vera e propria occasione per ripensare il concetto stesso di frontiera, per farne un luogo aperto, uno spazio di dialogo e cooperazione invece che una linea di chiusura. Proprio in quest’ottica va considerata la proposta dei radicali di allargare l’Ue a Israele. Aggiungo che oggi l’Europa non può permettersi di trascurare né il Mediterraneo né qualunque altra delle grandi aree strategiche del globo. È questo il dato di base, la condizione irrinunciabile da cui partire se vogliamo contare nel mondo e contribuire a dare un indirizzo, un governo alla globalizzazione. In questi anni non tutti si sono accorti che il baricentro si è spostato a Oriente e il mondo è diventato multipolare, mentre noi continuiamo a crogiolarci nei nostri atteggiamenti ombelicali, quasi che l’Europa e l’America siano gli unici attori a calcare la scena internazionale. Mi lasci dire infine che il Mediterraneo rappresenta un’area vitale, che acquisterà sempre più importanza, sia a livello politico e culturale, dal momento che rappresenta una straordinaria occasione per sperimentare la convivenza tra i popoli e le civiltà, sia a livello economico – e qui penso all’Europa ma anche e prima di tutto all’Italia –, per la crescita che, come area, conoscerà grazie ai flussi commerciali provenienti dal Sud-Est asiatico attraverso il canale di Suez. In questo contesto, la geografia ha sì la sua rilevanza, e, tenuto conto della sua collocazione, l’Italia dovrebbe proporsi come piattaforma di smistamento di questi nuovi e importanti flussi commerciali". Lei ha lanciato l’idea di tradurre in arabo il Manifesto di Altiero Spinelli. Perché?   "Il Manifesto di Spinelli, Rossi e Colorni è a mio avviso una delle più belle intuizioni politiche del XX secolo. Aggiungo: una delle poche che mantenga ancora oggi, pur in un contesto profondamente mutato, tutta la sua attualità. L’idea di tradurlo in arabo e di favorirne la circolazione nei Paesi del Maghreb e del Medio Oriente ha due obiettivi. Da un lato, infatti, si tratta di spiegare fuori dell’Europa il fondamento filosofico – morale direi – su cui si basa il progetto europeo. Dall’altro, cosa forse ancora più importante, l’intenzione è quella di mostrare che esiste un modello di convivenza tra “popoli dal passato diviso” che può ispirare iniziative volte alla pace, al rafforzamento della democrazia, e alla stabilizzazione di altre aree del pianeta. E di mostrarlo direttamente, nella loro lingua, a coloro che potrebbero trovarvi ispirazione. Di recente, poi, nello stesso spirito con cui avevo proposto la traduzione del Manifesto, ho chiesto alla Commissione europea, assieme ai miei omologhi di Spagna e Francia, di fare in modo che Euronews, il canale televisivo dell’Ue, trasmetta anche in arabo".





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