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"L'AMBASCIATORE SBAGLIA, NON VEDO XENOFOBIA. MA L'INTEGRAZIONE E' LONTANA"

Il Corriere della Sera - 16 aprile 2007 Bonino: mancano regole e sanzioni certe, serve una legge di Dino Martirano ROMA — Ministro Emma Bonino, l'ambasciatore Dong Jinyi dice che se non si trova una soluzione equilibrata per via Sarpi la Cina potrebbe anche riconsiderare gli investimenti in Italia. Cos'è, una minaccia? «Possiamo anche riflettere su questo, ma io preferisco parlare di integrazione degli immigrati pensando a regole uguali per tutti in uno Stato di diritto». Ecco, a Milano c'è stato il tentativo di far rispettare le regole sul commercio. «In un Paese come l'Italia il senso delle regole e la certezza delle sanzioni sono da considerarsi grandi assenti da un punto di vista culturale. Per molti lo stato di diritto è un optional». Sì, ma qui ci sono quartieri monopolizzati dai cinesi. «Noi, con gli immigrati, abbiamo fin qui proceduto stretti tra razzismo e multiculturalismo farneticante che poi significa lassismo finché non danno fastidio. Questo lo abbiamo visto con le moschee, e ora ci accorgiamo dei cinesi. Ecco, pochi diritti ma anche nessun dovere. Con il risultato che alcune comunità sono territori legibus solutus. Ma le zone franche non devono esistere anche rispetto alle donne che spesso si ritrovano prigioniere della comunità di appartenenza». Ora pero i campanelli d'allarme ci sono. «Io posso solo auspicare che il Parlamento non dorma sul ddl sulla cittadinanza, un primo tentativo di stabilire diritti e doveri. A chiunque voglia avventurarsi di più in questa politica consiglio di leggere "Ci siamo" del camerunense Otto Bitjoka«. La rivolta di via Sarpi, però, non ha precedenti in Italia. «Il mondo è cambiato anche per i cinesi. Sono anche loro i figli di Internet e della tv satellitare. Sono gli utilizzatori di una rinascita della Cina, un Paese che si affaccia in modo molto "autorevole" sulla scena internazionale. Non si sentono più gli immigrati diseredati ma i figli di una grande nazione che vivono pulsioni e contraddizioni». Tuttavia, le comunità cinesi continuano ad essere chiuse. «Si sentono ghettizzati e spesso sono vittime inconsapevoli ma sostanzialmente consenzienti di questa condizione». Condivide l'ambasciatore Dong quando parla di «xenofobia contro i cinesi»? «No, ritengo che questa affermazione sia un po' sopra le righe. Mi sento piuttosto di dire che, a Prato come a Milano, non si è creata una vera politica di integrazione se non in modo molto sporadico». Dong dice che i vigili sono stati duri a Milano, ma nella Cdl c'è chi osserva: «Da che pulpito, hanno avuto Tienamnen...». «Io non credo che questo tipo di dibattito risulti utile. E' chiaro che in questa situazione ci sono le nostre e le loro responsabilità. Per cui bisogna mantenere la calma e dare risposte sulle linee di marcia». Ha ragione D'Alema, dunque, a dire che Pechino non ha interferito? «E' quello che noi sosteniamo quando andiamo in Cina a dire che i diritti umani vanno rispettati. Non è un'interferenza, e un'affermazione che per noi vale ovunque».





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