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IL NOBEL AUNG SAN SUU KYI DI NUOVO AGLI ARRESTI DOMICILIARI: UNA VITA IN LOTTA PER LA DEMOCRAZIA

Il Gazzettino - 27 maggio 2007 L'ex Birmania nella morsa dei militari di Agostino Buda La notizia che il regime militare della Birmania autodefinitosi Consiglio per lo Stato, la Pace e lo Sviluppo (Spdc), ha confermato per un altro anno gli arresti domiciliari per la leader dell'opposizione democratica Aung Sang Suu Kyi forse non sorprende nessuno in Occidente. Probabilmente, destano più curiosità le periodiche prese di posizione di governi e capi di Stato "contro" i generalissimi dì Rangoon che dal 1962 tengono sotto scacco un Paese bellissimo e delicato abitato da più "popoli" riuniti sotto l'ombrello della "birmanità". Eppure, lo Spdc è talmente autoreferenziale e sordo a qualsiasi sussurro di democrazia che ha rinnovato l'ordine di mantenere ai domiciliari Suu Kyi - a cui nel 1991 fu assegnato il Premio Nobel per la Pace - proprio per indicare di non tenere in alcuna considerazione il giudizio del mondo libero e dell'opinione pubblica democratica. In effetti, nell'ultimo mese si erano susseguiti numerosi passi ufficiali per convincere la giunta a liberare la storica paladina della Lega Nazionale per la Democrazia (Md) La risposta è arnvata venerdì scorso: uno schiaffo all'Onu e al suo segretario generale Ban Ki-moon, all'Unione europea, agli Stati Uniti (addirittura la First Lady, Laura Bush, aveva lanciato un appello personale per la liberazione del Premio Nobel) e di singole nazioni, Italia compresa con il ministro Emma Bonino che ha protestato con forza. All'inizio di maggio lo Spdc si era anche trovato sul tavolo una lettera firmata da una sessantina di personalità politiche mondiali, compresi tre ex presidenti Usa e 15 ex capi di Stato e primi ministri asiatici. Tutti assieme chiedevano la liberazione dì Suu Kyi. Una presa di posizione senza precedenti a cui la giunta comandata dal generale Than Shwee ha apposto l'immancabile rifiuto. Ma appunto, chi segue le vicende della Birmania (ribattezzata Myanmar dal regime) aveva la certezza che mai e poi mai la giunta di militari che ha diffuso violenza, sopruso, delazione e terrore fra la popolazione, avrebbe accolto una tale richiesta. Suo Kyi, oggi 61enne, si avvia a trascorrere un altro anno segregata nella casa di famiglia, in una zona residenziale e tranquilla di Rangoon (anche questa rinominata Yangon, ma la capitale amministrativa dal novembre 2005 è Naypyidaw, la ex Pyinmana). Sarà il dodicesimo negli ultimi 17 anni. A ricordare che in quel quartiere c'è il "pericolo pubblico numero uno" del regime sono i cavalli di frisia, il filo spinato, le guardie armate, i provocatori e le spie di un governo solo apparentemente isolato politicamente nel Sudest asiatico. Liberare Suu Kyi ora equivarrebbe per i "cinque stelle" birmani a un insopportabile riconoscimento della forza della democrazia e indicherebbe al mondo, secondo lo Spdc, un indebolimento del regime di fronte alle pressioni internazionali. Secondo osservatori a Bangkok in Thailandia, dove si concentra una numerosa comunità di rifugiati e oppositori al regime di Rangoon, i generali potrebbero anche liberare Suo Kyi con una mossa ad effetto, come peraltro avvenuto in passato per riarrestarla magari dopo poche settimane, ma certamente non ora. Nessun cedimento, quindi, salvo decidere una data "innocua" o, ancora più probabilmente, quando sarà pronta la nuova costituzione del Paese (scritta dai militari), seguita da un referendum popolare e da successive elezioni-farsa. Una procedura che, se tutto va bene, non terminerà prima di cinque anni. Ma forse anche mai.





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