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STALLO AL WTO, A RISCHIO IL VERTICE DI DOHA

Il Corriere della Sera - 22 giugno 2007 Brasile e India: inutile continuare il negoziato con Europa e Stati Uniti di Danilo Taino MILANO - «Egoismo nazionale» è la regola del momento nelle relazioni mondiali. Anche in economia. Ieri, a Potsdam, nella Germania nord-orientale, è fallito rumorosamente un vertice tra quattro grandi potenze commerciali - Stati Uniti, Unione Europea, India, Brasile (G4) - che aveva l'obiettivo (dichiarato ma non voluto veramente) di spingere verso la conclusione il Doha Round, il ciclo di negoziati per la liberalizzazione degli scambi che in teoria potrebbe arricchire tutti. Dopo sei anni di trattative, le grandi potenze mondiali ieri`puntavano il dito l'una contro l'altra per attribuirsi la colpa dell'interruzione dei negoziati. A questo punto, l'intero Round, condotto in ambito Organizzazione mondiale del commercio (Wto), è vicino al crollo. A Potsdam erano state affidate le speranze di un rilancio delle trattative, dopo che i leader degli Otto Grandi Paesi più industrializzati avevano - dieci giorni fa, durante il vertice G8 di Heiligendamm - ribadito la necessità dì arrivare a una conclusione rapida e positiva del negoziato. Ma quello che afferma solennemente il G8, ormai, sembra scritto sulla sabbia: già l'anno scorso, a San Pietroburgo, i Grandi avevano giurato che si trattava di chiudere il Doha Round in poche settimane, con il risultato che, effettivamente in meno di un mese, le trattative erano saltate. Questa volta, la situazione è ancora peggiore: la riunione di Potsdam non era formalmente decisiva, ma senza i G4 non si va da nessuna parte e, a questo punto, il cattivo sangue che si è creato rende impossibile riprendere a breve le discussioni. Il fatto è che, se queste non daranno risultati in sei settimane, si dovrà rinviare tutto come minimo al 2010, perché nell'anno elettorale americano (2008) e nell'anno elettorale indiano (2009) accordi commerciali che potrebbero risultare impopolari non se ne fanno. Nella forma, sono tutti «delusi». Il presidente americano George Bush, il rappresentante commerciale europeo Peter Mandelson, il ministro del Commercio Estero italiano Emma Bonino che esprime «rammarico» e dice che il «miracolo» non c`è stato, il suo collega indiano Kemal Nath e il ministro degli Esteri brasiliano Celso Amorim. La realtà e che nessuno ha avuto la forza, o la voglia, di mettere sul tavolo la proposta che non si poteva rifiutare: nessuno ha osato sfidare i poteri costituiti del suo elettorato e mostrare una visione globale. Risultato: sulla solita «questione agricoltura» è saltato tutto. Europei e americani dicono che le responsabilità della rottura sono indiane e brasiliane, che, in cambio di aperture agricole da parte di Washington e Bruxelles, non avrebbero accettato di aprire i loro mercati alle importazioni di beni industriali dall'Occidente. Nath e Amorim, al contrario, dicono che Usa e Ue vogliono mantenere i meccanismi di sostegno ai loro agricoltori che distorcono i mercati a scapito dei Paesi poveri. La realtà è che rispetto a quando è stato lanciato, nel novembre 2001, il Doha Round deve fare i conti con un mondo molto cambiato. Si era, sei anni fa, sotto lo shock degli attentati dell'11 settembre 2001 e sembrava che tutti volessero darsi la mano per costruire un mondo migliore: fu così lanciato un «Round dello Sviluppo» che doveva portare benessere ai Paesi poveri. Via via, il clima è cambiato fino ad arrivare oggi a una situazione in cui nessuno vuole o è capace di prendere la leadership e di avanzare proposte decisive. Tutti sconfitti, in fondo, dal fallimento di Potsdam. Con due eccezioni. La Russia che non fa ancora parte della Wto e la Cina che nel corso del negoziato ha tenuto una posizione ostentatamente defilata. Che voglia dire qualcosa?





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