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GIOCATTOLI, UNO SU DUE E' CINESE

Il Sole 24 Ore - 18 agosto 2007 Il bando dell'import dimezzerebbe l'offerta. Sequestrati 75mila giochi Mattel di Giulia Crivelli «La piattaforma industriale del mondo»: è così che il Wall Street Journal, già da qualche tempo, definisce la Cina. I dati più significativi riguardano ovviamente la prima economia del pianeta, quella americana, dove l'industria tessile è sparita da anni: nel 2006 gli Stati Uniti hanno importato il 70% dei prodotti del tessile-abbigliamento dalla Cina. Attualmente, Pechino controlla circa il 17% del mercato globale dell'abbigliamento, ma secondo la Banca mondiale entro il 2008-2009 potrebbe arrivare al 45 per cento. Le attrezzature ci sono già: nel biennio 2000-2001 la Cina ha commissionato il 57,5% di tutti gli ordinativi di telai automatici (senza contare un altro 9,9% riconducibile a Taiwan e Hong Kong). Gli ordini provenienti da Stati Uniti, Canada e Unione europea messi insieme raggiungono appena il 13,6 per cento. Ma la Cina è già diventata anche "la fabbrica dell'Italia"? Non ancora, però ci sta provando. Nel 2006 le importazioni dalla Cina hanno coperto, in valore, un quinto della domanda interna di tessileabbigliamento, cioè 7,6 miliardi di euro su un totale di oltre 34. In quantità la percentuale potrebbe essere molto maggiore, come dimostra il caso delle calzature: in valore le importazioni hanno "coperto" circa il 19% dei consumi (625 milioni di euro su un totale di oltre 3 miliardi). Ma se si guarda il numero di paia, le percentuali cambiano radicalmente: a fronte di un consumo interno annuale di 188 milioni di paia di scarpe, dalla Cina ne sono arrivati 184, con un prezzo medio all'entrata di 3,39 euro (va comunque sottolineato che una buona parte del made in China viene poi riesportata su altri mercati: la produzione italiana non supera alla fine il 23% del consumo interno in quantità). I giocattoli si collocano a metà strada tra tessile-abbigliamento e calzature: nel 2006 il 51% della domanda interna (pari a 853 milioni di euro) è stata coperta dalle importazioni cinesi. Ma la crescita, in questo settore, potrebbe essere rallentata dai recenti fatti di cronaca: ieri il ministro per il Commercio estero Emma Bonino non ha escluso «un blocco delle importazioni di giocattoli dalla Cina da parte dell'Unione europea», e il Codacons ha spiegato che intenterà «la prima causa contro la multinazionale americana, per risarcire la signora L. S., preoccupata per la sua bambina di 7 anni», abituata a giocare con le Barbie della Mattel. La multinazionale ha appena disposto il ritiro, in tutto il mondo e di sua spontanea volontà, di 19 milioni di giocattoli made in China perché potenzialmente dannosi per la salute di chi li maneggi o li metta in bocca. E ieri la Guardia di finanza ha sequestrato quasi 75mila giocattoli Mattel in un magazzino di Oleggio Castello, in provincia di Novara. Prodotti analoghi, provenienti dalla Cina, sono stati individuati dalle Fiamme Gialle novaresi in quattro container inarrivo nel porto di Genova e verranno sottoposti a controlli di conformità al marchio europeo CE. Ma l'allarme lanciato dalla Mattel potrebbe essere solo il primo di una lunga serie: in un articolo pubblicato ieri, l'Economist spiega che la fabbrica cinese da cui il gruppo si serviva da 15 anni lavora anche per altri marchi e che la vernice al piombo era stata acquistata da un produttore cinese, che a sua volta lavora con altre fabbriche locali. Zhang Shuhong, il titolare della fabbrica da cui provenivano i giocattoli ritirati, si è suicidato, ma la sua fabbrica non chiuderà ed è tutto da dimostrare che in futuro verranno fatti controlli più severi. Le conseguenze del caso Mattel sono difficili da prevedere: certo è che l'industrializzazione della Cina ha causato, direttamente o indirettamente, la perdita di moltissimi posti di lavoro in altri Paesi e la crisi di alcuni settori industriali, in primis nell'Europa del sud. Se le aziende cinesi dovessero essere costrette ad adeguarsi agli standard occidentali in fatto di rispetto dell'ambiente, della salute dei consumatori e dei lavoratori, probabilmente non sarebbero più così competitive. Nel frattempo c'è chi invita ad "approfittare", da un punto di vista speculativo, della fame di materie prime della Cina, come gli analisti di Wall Street. La domanda di acciaio della Cina, nel 2006 ne ha fatto raddoppiare il prezzo. Chi ha investito nella Mittal Steel Company, il maggiore produttore mondiale di acciaio, azienda quotata a New York e all'Euronext, ha guadagnato il 553% in 13 mesi. E la domanda cinese di rame ha fatto salire le azioni della Phelps-Dodge, a cui fanno capo le più grandi miniere del mondo, del 253% in 16 mesi. Alcuni economisti sostengono che la globalizzazione è un gioco in cui, alla fine, vincono tutti. Ma per ora continua a esserci chi ci guadagna e chi ci perde.





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