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QUEL CORPO SENZ’ANIMA

Di Francesco Merlo

Alcuni hanno bisogno di un Aldilà, di un Cielo, altri pensano invece che dall’altro lato della porta nera non c’è nulla. Ma a nessuno dovrebbe capitare di vivere accanto a un corpo in coma irreversibile, un corpo che ha smesso d’essere la custodia di un uomo ed è diventato l’esilio di un uomo, che non è più il suo vestito ma è il suo sepolcro, un corpo il cui ultimo, estremo segnale di vita è l’abbandono di una vita, la fuga della vita. Ed è solo un caso che questo tormento radicale capiti, e capiti proprio adesso, alla famiglia di Emilio Vesce, una famiglia di radicali. E’ un caso che quel corpo senza più anima di uomo sia stato un giorno animato da un deputato radicale, poi assessore radicale, e infine Authority per l’Informazione nel Veneto, un uomo che, prima di diventare radicale, era stato un rivoluzionario di durezza estrema, uno di quelli che vennero arrestati per banda armata e cospirazione contro lo Stato il 7 aprile del 1977, e che fu poi assolto, dopo avere scontato cinque anni e cinque mesi di carcerazione preventiva.

Ma se è un caso, non può essere soltanto per un caso che sia stato abitato da un radicale questo corpo che sta ora adagiato sul letto, nella casa che fu «corpo» dei suoi affetti, corpo svuotato ma ancora accudito dalla pietas della moglie, la signora Gabriella, e dall’anticipata nostalgia di due figli senza più padre, Emiliano ed Aureliano. E’ un corpo di soli sessantuno anni, da mesi interminabili in coma irreversibile, in stato vegetativo, elettroencefalogramma piatto, «senza nessunissima speranza», con inutile accanimento nutrito di pappette liquide attraverso una cànnula infilata direttamente nell’intestino.

E’ un caso, è vero, perché potrebbe capitare anche a una famiglia di fondamentalisti, o magari di testimoni di Geova. E tuttavia non è soltanto un caso, perché rimanda ad altri casi radicali, al corpo di Luca Coscioni innanzitutto, e persino a quello, oggi stremato, di Emma Bonino. Non è soltanto per caso che siano radicali i corpi devastati dall’anima, i corpi che si sfasciano per un sovrappiù di umanità, un eccesso di intelligenza, di generosità, di spirito. Sono involucri che non resistono alla forza del contenuto e per questo si sfibrano, così come una coppa di cristallo che si rompe per la cascata d’acqua che le arriva addosso: sono corpi inadeguati alla vita che devono portare.

Nessuna meraviglia dunque se attorno a quel letto di Padova, attorno ai resti di Emilio Vesce, c’è l’intero partito radicale, c’è l’esercito che si muove per il suo soldato (ed è il contrario di quel che avviene nelle altre filosofie della politica, le quali tutte subordinano il soldato all’esercito, il militante al partito). E c’è ovviamente Emma Bonino, che ha fatto lo sciopero della fame e della sete, ed è pronta a ricominciare, anche per Emilio Vesce, e le pare che già questo escluda il ricatto o la trovata demagogica. Infatti la Bonino si stupisce perché in tanti, in troppi non capiscono quel che lei realmente vuole con la sua protesta. Come se la sua sete e la sua fame davvero potessero essere saziate con una puntata di Bruno Vespa e una zumata tele-ideologica del compunto presidente della Rai Zaccaria, l’uomo-televisione che non ha ancora capito la differenza tra il ragazzo della via Gluck e Adriano Celentano, il presidente che avendo scoperto troppo tardi che c’è un rapporto tra le canzoni e la cultura, pensa che la più alta forma di libertà di espressione sia trattare i cantanti come se fossero titolari di cattedra in Filosofia Morale.

Alla Bonino, che apprezza le solidarietà, calde e intelligenti, del presidente Ciampi e di Giuliano Amato, non piace per niente che persino Zaccaria si mostri preoccupato per la sua salute. E forse anche per questo ha ceduto ai medici che, nella notte tra mercoledi e giovedì, l’hanno «costretta» ad assumere un sorso d’acqua. E secondo noi hanno fatto bene. E’ questa l’opinione anche del capo dello Stato, del capo del governo e probabilmente anche del capo del condominio. Si fonda infatti su un protocollo universalmente condiviso: per tutti è decente curare a forza la Bonino. Ma la Bonino vuole sapere perché è invece indecente curare Coscioni; perché è eticamente giusta la costrizione terapeutica nei confronti della Bonino ed è invece una bestemmia contro Ippocrate il protocollo terapeutico che, ricorrendo agli embrioni e alle cellule staminali, potrebbe aiutare tutti i pochi, anonimi, Coscioni d’Italia, elettoralmente irrilevanti e politicamente marginali.

Ancora più irrilevanti e marginali sono i corpi degli Emilio Vesce: «Questo di mio padre è un caso - ci dice il figlio Emiliano - di irresponsabilita istituzionale, di imperdonabile ignoranza, un atto di pavidità, una soffocante riduzione della libertà individuale». Il ragazzo, che ora considera il corpo di suo padre «un momento della battaglia radicale», e che si candida «senza alcuna possibilità di farcela» in un collegio uninominale di Padova, spiega che non si possono far rotolare sopra una moglie o sopra un figlio i dilemmi di una civiltà, i quesiti insoluti di una cultura, i tabù di un’epoca, le angosce di una società. E che nessun dogma, nessun interesse farmaceutico, nessuna religione possono mettersi per traverso e fermare la ricerca scientifica, o impedire a un individudo di praticare percorsi diversi e non previsti. O «accanirsi terapeuticamente su un corpo come hanno fatto e ancora fanno con mio padre, costringendo lui a non vivere e a non morire, e lasciando noi, soli e disperati, in quella zona estrema, incivile e terribile, dove qualsiasi soluzione è sempre e comunque un tormento radicale».





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