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INFIBULAZIONE, KARIMA MUORE A 13 ANNI E AL CAIRO "SCIOPERANO" LE INFERMIERE

Il Corriere della Sera - 20 settembre 2007 di Cecilia Zecchinelli Un minuto di silenzio contro secoli, millenni di silenzio. Contro una delle pratiche più devastanti e umilianti per le donne, le ragazze e le bambine dell'Africa orientale, che la gente chiama «circoncisione» o «infibulazione», gli esperti «mutilazione genitale femminile». In Egitto, dove avrebbe avuto origine ben prima dell'arrivo dell'Islam (la chiamano «circoncisione faraonica»), ne sono state e ne sono tuttora oggetto a milioni. Il 96% delle donne adulte, sanciva un agghiacciante sondaggio nel 2005. Molte - anche perché «operate» da mammane o barbieri con strumenti rudimentali, più recentemente da «chirurghi» non meglio preparati - ne sono morte. Come Karima Rahim Said, 13 anni. O Bedour Ahmed Shaker, di 12. La prima dopo essere passata da una clinica del Cairo. La seconda mentre la madre disperata la portava all'ospedale per l'emorragia causata da una praticona, in un villaggio del sud. Per loro, e per tutte le altre, le infermiere e le lavoratrici sanitarie della capitale egiziana hanno tenuto pochi giorni fa, per la prima volta, un minuto di silenzio. Determinate a dire basta. «Sono decenni che combatto contro questa sciagura, all'inizio nello scetticismo generale, oggi con sempre più solidarietà. E le cose sono cambiate», dice al Corriere Marie Assad, 84 anni, antropologa, cristiana (la «circoncisione» colpisce anche loro, così come gli animisti e i seguaci di ogni fede nella regione). Ed è vero, le cose sono cambiate. Il ministero della Sanità, che aveva proibito la pratica nel 1997 «salvo casi eccezionali» (continuando di fatto a permetterla). ha da poco formato una commissione con lo scopo di ridurla del 20% in due anni. Il governo ha presentato un progetto di legge per proibirla davvero. Le autorità hanno chiuso la clinica dove è morta Karima, denunciato il chirurgo. L'ordine dei medici l'ha già radiato, senza attendere il verdetto. E altrettanto importante, ancor più cruciale, le autorità religiose sono finalmente uscite dall'ambiguità che di fatto legittimava quello che alcuni studiosi islamici già da anni denunciavano («la pratica non è nel Corano, anzi l'Islam proibisce di ferire e mutilare»). Ancora nel 2005, alla Conferenza contro le mutilazioni genitali organizzata da Emma Bonino a Gibuti, una schiera di imam e teologi in turbante avevano legittimato l’escissione parziale del clitoride purché eseguita da chirurghi». Ma la leader radicale e le donne presenti all'incontro, le stesse che due anni prima al Cairo avevano lanciato una grande campagna contro questo orrore, si erano dette soddisfatte. «Sono usciti allo scoperto, quando il dibattito diventa pubblico è già una mezza vittoria», ci aveva detto la Bonino. E aveva ragione. Da allora, il Grande Muftì del Cairo, Ali Gomaa, ha dichiarato «haram», peccato, la mutilazione. La più alta autorità religiosa, sheikh Muhammad Tantawi di Al Azhar, l'ha condannata. Il ministero degli Affari religiosi ha diffuso un libretto che spiega perché l'Islam non vuole quella circoncisione, altra cosa da quella rituale maschile. E mentre politici e religiosi si muovo­no, l'argomento non è più tabù: se ne parla (grande novità) in tv, i giornali sparano in prima pagina le morti (che continuano) delle ragazzine, siti internet e centri di assistenza via telefono se ne occupano a tempo pieno. La battaglia finale, però, deve ancora essere combattuta. E vinta. Ed è quella contro la «tradizione», contro il maschilismo che da sempre, in tutti i luoghi e in tutte le religioni, ha tentato di reprimere la libertà anche erotica delle donne. Che in Egitto (e non solo) hanno però deciso di farsi sentire. Con quel minuto di silenzio, fi­nalmente pubblico.





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