sito in fase di manutenzione: alcuni contenuti potrebbero non essere aggiornati
 
 maggio 2019 
LunMarMerGioVenSabDom
 12345
6789101112
13141516171819
20212223242526
2728293031 
CAMPAGNE
MISSIONI

CERCA:

Ministero degli Affari Esteri

Living together - Combining diversity and freedom in 21st-century Europe [Report of the Group of Eminent Persons of the Council of Europe] PDF DOWNLOAD >>

DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

Cookie Policy

>> Panorama Economy


EURO AL TOP, EXPORT ANCHE

Panorama Economy - 27 settembre 2007 Nel 2007 le esportazioni italiane hanno corso più che mai. Ma ora i cambi svantaggiosi, la contraffazione e una produzione estera inadeguata rischiano di frenarle. Che cosa si può fare? Economy lo ha chiesto a quattro grandi protagonisti dell'"italian style". di Gianluca Ferraris Domanda da quasi 177 miliardi di euro: come fare a conservare in salute il made in Italy, contro un euro che corre a mille; contro una concorrenza aggressiva che usa tutti i mezzi, anche la contraffazione; e contro (sì, contro) un sistema di promozione dei prodotti che funziona poco e male? Nei primi sei mesi del 2007, la bilancia commerciale italiana (per l'esattezza: 176,8 miliardi esportati contro 167 importati) è tornata in attivo. E anche in luglio la crescita, nonostante il supereuro, non si è fermata: più 12%, così come le esportazioni tedesche. Ma le nostre imprese sono riuscite anche a migliorare l'andamento delle vendite sull'importante mercato europeo: e in particolare in Germania, Spagna, Francia e Portogallo. Merito dell'orgogliosa reazione degli imprenditori italiani alla sfida dei cambiamenti, ma anche, e finalmente, di un maggiore e più concreto sostegno del governo nella promozione oltrefrontiera. Lo scenario da cartolina, però, si ferma qui, perché dietro l'ottima congiuntura in realtà si intravede qualche «campanello d'allarme». II primo arriva ancora una volta dai mercati valutari: l'euro continua a correre e dalla metà di settembre il cambio col dollaro ha ormai superato stabilmente quota 1,39. Un record mai toccato prima, che mette a rischio le vendite dei nostri prodotti su quello che per molte categorie merceologiche (dal lusso all'alimentare) è il primo approdo per il made in Italy: gli Stati Uniti. «Le imprese esportatrici» conferma il fondatore di Altagamma, Santo Versace, «stanno sopportando grandi sacrifici in termini di redditività per non perdere quote sui mercati internazionali, governati per due terzi dal dollaro o da valute dipendenti, come lo yen e lo yuan». Una posizione che in questa fine di settembre è stata condivisa da altri nomi di spicco dell'industria di consumo, come Bulgari e Indesit. Mario Boselli, presidente della Camera nazionale della moda, preferisce invece andare controcorrente: «Gli effetti di lungo periodo di un curo così forte ancora non li conosciamo» dice a Economy. «E' vero, forse le esportazioni subiranno una battuta d'arresto, ma le imprese più dinamiche potranno sfruttare il momento per riorganizzarsi: un dollaro debole significa anche confrontarsi con investimenti più convenienti, per esempio nei confronti della catena distributiva e del marketing». BELLI E CONFUSIONARI. Ecco un altro elemento chiave: il marketing territoriale e identitario. Se è vero che i governi europei, per valorizzare il loro export, non hanno più a disposizione l'arena monetaria, a maggior ragione dovrebbero mostrarsi iperattivi in campo promozionale. Ma anche su questo fronte, pur continuando a correre, il made in Italy sembra avere il fiato un pò corto. «Quello che manca» prosegue Boselli «non sono certo le energie o l'inventiva, ma una vera politica comune, uno sforzo orchestrato in grado di ribadire con forza l'identità dei nostri prodotti sui mercati, in particolare su quelli esteri». Sul tema, studi e ricerche si sprecano, ma la sentenza è sempre la stessa. Il ritratto è quello di un Paese che sa offrire - attraverso i suoi marchi e le sue imprese più rappresentative - storia, cultura e ospitalità. Creativo e trendy. Capace di evocare sensazioni positive, di innovare e potenzialmente in grado di attrarre domanda estera non solo nei comparti più tradizionali, ma persino in quelli dominati da altri Paesi: «Trent'anni fa il nostro Paese all'estero veniva rappresentato con caricature tutte pizza e mandolino» ricorda Carlo Guglielmi, industriale dell'illuminazione e presidente di Indicam, l'istituto di Centromarca che si occupa di lotta alla contraffazione: «Oggi invece siamo un modello da copiare. Ma è proprio per questo che, invece di celebrarsi riposando sugli allori, le istituzioni dovrebbero fornire segnali forti». Anche questo tema, purtroppo, non è nuovo per gli addetti ai lavori. All'estero la nostra offerta promozionale risulta spesso frammentata, penalizzata dalla piccola dimensione e dalla scarsa efficienza di molte delle iniziative, spesso poco affidabile sul piano gestionale e programmatico e quasi del tutto incapace di organizzarsi secondo logiche globali. Il ministro per il Commercio internazionale, Emma Bonino, ha varato un ambizioso piano che da qui al 2009 ridisegnerà completamente le linee guida del sistema pubblico, partendo proprio da una radicale riforma dell'Ice, l'Istituto per il commercio estero finito spesso nel mirino delle imprese italiane. Ma quello che servirebbe, secondo Versace, è soprattutto un maggiore coordinamento tra i soggetti interessati: «Serve un duplice salto di qualità da parte di governo, regioni e camere di commercio» afferma lo stilista: «Le diverse iniziative vanno armonizzate, cercando di evitare quelle di basso profilo, clientelari e spesso controproducenti». I CIBI FALSI VALGONO 56 MILIARDI. Promozione più efficace da un lato, più coraggio e dinamicità delle imprese dall'altro. Ma perché il made in Italy prosegua la tendenza in atto, mai come adesso sembra necessario anche uno sforzo comune per arrestare l'avanzata, sempre più consistente, del «falso italiano», alla quale il problema del dumping asiatico (vedere l'articolo a pagina 16) ha offerto negli ultimi tre anni una sponda in più. Ecco qualche cifra sulla contraffazione relativa soltanto ai due settori più rappresentativi del nostro export, che sono anche quelli dove il sistema-Italia è più riconoscibile e apprezzato a livello di domanda globale. Negli ultimi 12 mesi, le esportazioni di bevande e di alimentari confezionati in Italia sono salite dell'11,7%, con. un totale stimato tra i 13 e i 15 miliardi di euro. Ma, secondo uno studio realizzato a fine 2006 dal centro studi Eataly, il valore complessivo di cibi e vini «percepiti come italiani» e circolanti sul mercato globale è molto più alto: circa 56 miliardi. Tre prodotti su quattro, insomma, non sono mai partiti dal nostro Paese. Le cose non vanno meglio nel tessile-abbigliamento e nelle calzature, dove le contraffazioni palesi o mascherate riguardano quasi un terzo dei capi, con un giro d'affari annuo superiore ai 7 miliardi. «In realtà, nell'ultimo anno e mezzo l'Italia ha registrato consistenti passi in avanti nella lotta al falso» sostiene Rossano Soldini, presidente di Fiamp, la Federazione italiana delle imprese accessorio moda e persona: «Ma per arginare significativamente l'impatto del fenomeno occorre raggiungere un'intesa a livello comunitario per la certificazione obbligatoria del Paese di fabbricazione. In questo modo, il consumatore potrebbe scegliere con più consapevolezza e le aziende, specialmente quelle italiane, avrebbero maggiore interesse a investire sull'identità dei loro prodotti». E ORA LA CINA E' PIU' VICINA Grazie alle "quote", il tessile e le calzature italiane hanno ridotto il gap con i concorrenti asiatici. Ma tra un anno si ridiscuterà tutto. Così a Roma e Bruxelles... Mentre il made in Italy s'interroga sul futuro, i suoi volti più rappresentativi rischiano di finire ostaggio della stessa pastoia politico-burocratica che li ha condizionati fino al marzo 2006, quando i dazi sulle importazioni di prodotti tessili e calzaturieri fecero tirare all'industria italiana un sospiro di sollievo. Introdotte in via provvisoria e poi riconfermate nell'ottobre scorso, le sovrattasse (dal 4 al 19% dei prezzi finali, a seconda degli articoli) colpiscono le merci prodotte sottocosto in Cina e Vietnam e successivamente importate dall'Unione europea, favorendo così un parziale recupero di competitività per le scarpe e i vestiti fabbricati in Italia. A un anno e mezzo dalla sua introduzione, la misura, seppure giudicata dalle imprese interessate un pò troppo morbida e sbilanciata in favore dei manufatti asiatici, ha senza dubbio conseguito esiti positivi. Soprattutto sul fronte delle calzature: nella prima metà dei 2007, le importazioni di scarpe dai due Paesi asiatici sono cresciute «solo» del 13%, contro il 415% del 2005 e il 170% del 2006, mentre il prezzo medio d'ingresso è cresciuto di circa 3,90 euro al paio. Secondo le continue lamentele cinesi, i dazi sono esclusivamente una misura protezionistica che contrasta i principi del libero mercato. Convinto del fatto che a Bruxelles ci siano state incomprensioni, il potente ministro per il Commercio estero di Pechino, Bo Xilai, ha chiesto di tornare a negoziare per poter ristabilire l'ordine iniziale. E questa volta il britannico Peter Mandelson, suo omologo continentale, sembra disposto ad ascoltare le ragioni dei collega. Tanto più che l`ottobre 2008, cioè la data in cui la soglia dei dazi dovrà essere rinegoziata, non è più così lontano, e che le pressioni dell'«asse dei Nord» si sono fatte più pesanti. A guidare il nuovo corso ci sono Gran Bretagna e Germania, che hanno raccolto intorno a sé anche i Paesi scandinavi: mercati dove non esiste un'industria tessile e calzaturiera nazionale, ma dove al contrario è fortissima la presenza di buyer e delle catene della grande distribuzione organizzata. Resistere, per i Paesi produttori (oltre all'Italia ci sono Spagna, Grecia e il blocco degli ex Stati sovietici), non sarà facile, considerando che malgrado le posizioni pro dazi assunte dal neopresidente Nicolas Sarkozy, anche la Francia, secondo le voci di Bruxelles, sarebbe già pronta a sposare le tesi più oltranziste dell'«asse dei Nord», che chiedono l'abolizione dei dazi. Ecco perché in questi ultimi mesi il dossier commercio è stato al centro dell'azione diplomatica dell'Italia, che ha richiamato i partner comunitari al rispetto dei principio di solidarietà europea che dovrebbe prevalere quando gli interessi di alcuni Paesi sono seriamente compromessi. Sul tema sta lavorando da tempo Emma Bonino, ministro per il Commercio internazionale, che nei prossimi mesi batterà la strada degli accordi bilaterali. Tra le richieste che il ministro consegnerà a Bruxelles ci sono l'istituzione di un'agenzia indipendente in grado di effettuare controlli e totalmente estranea alle influenze politiche; ma anche la raccolta, in un elenco, dei casi sospetti in arrivo da altri Paesi asiatici a rischio triangolazione (in testa Macao, Malesia e Filippine). A Pechino invece sarà chiesto di accrescere la trasparenza sulle tariffe e di stipulare accordi informali che prevedano, per i prossimi anni, il rispetto di quote e prezzi prefissati. II tempo a disposizione, però, dovrà essere utilizzato dalle nostre aziende attrezzandosi per fare fronte alla sfida di una concorrenza internazionale più agguerrita, e più complessa sul piano dei fattori di produzione.





Altri articoli su:
[ Asia ] [ Cina ] [ Commercio Estero ] [ Economia ] [ Estremo Oriente ] [ Globalizzazione ] [ Italia ] [ Made in Italy ] [ Unione Europea ]

Comunicati su:
[ Asia ] [ Cina ] [ Commercio Estero ] [ Economia ] [ Estremo Oriente ] [ Globalizzazione ] [ Italia ] [ Made in Italy ] [ Unione Europea ]

Interventi su:
[ Asia ] [ Cina ] [ Commercio Estero ] [ Economia ] [ Estremo Oriente ] [ Globalizzazione ] [ Italia ] [ Made in Italy ] [ Unione Europea ]


- WebSite Info