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LA FORZA DELLE BUONE IDEE

L'Espresso - 23 novembre 2007 di Piero Ignazi* I governanti sono sempre stati attratti dalla prospettiva di conciliare etica e politica. Per secoli, il problema non si è posto: la politica doveva essere ancella dell’etica, sub specie di religione. Poi, messer Niccolò Machiavelli ha messo in chiaro le differenze di presupposti, obiettivi e metodi tra le due sfere. Da allora i reggitori delle nazioni cercano di barcamenarsi tra gli imperativi morali, più o meno direttamente dettati da principi religiosi, e il perseguimento degli interessi. Ancora oggi una impostazione fortemente etica dell’azione politica, soprattutto sul terreno della foreign policy, trova molti sostenitori. L’esempio più clamoroso viene dall’amministrazione Bush, la cui strategia internazionale, ispirata dai neoconservatori e riflessa nel celebre documento del New American Century, poggia su una serie di prescrizioni, di "dover essere", quali l’esportazione della democrazia nel mondo. Obiettivo giusto e condivisibile ma, ahinoi, realizzato con il fuoco nella mente tipico dei rivoluzionari (e, non a caso, gran parte dei neo-cons americani condividono una infatuazione giovanile per Leon Trorsky, il profeta della rivoluzione proletaria mondiale). Il furore ideologico misto a fortissime convinzioni disdegnano un approccio realista alla politica internazionale e tendono piuttosto a buttare il cuore oltre l’ostacolo votandosi così al fallimento (o a creare guasti ancora peggiori del male che voleva combattere). Si pensi alla svolta nella politica africana francese promossa da François Mitterrand al suo arrivo all’Eliseo su una linea di difesa dei diritti umani, e poi affondata per le solite e ovvie contingenze del sistema internazionale e degli interessi nazionali. Oppure all’enfasi del primo Tona Blair anch’egli sui diritti umani salvo poi precipitarsi a stringere mani e affari laddove i superiori interessi nazionali lo richiedevano. Solo paesi che non hanno ambizioni o illusioni da grande potenza come la Germania e l’Italia possono perseguire una politica più in sintonia con la proclamazione di valori. Poggiando sui principi cardine del "mai più" e del "mai più da soli", la Germania si è mossa lungo una politica estera di difesa degli human rights in sintonia con le organizzazioni multilaterali. L’Italia non si discosta molto dall’impostazione della politica estera tedesca salvo per alcune peculiarità quali il condizionamento esercitato dal Vaticano, la proiezione mediterranea, un ricorrente, inguaribile velleitarismo. Tuttavia non ci sono state molte occasioni per implementare una politica in presa diretta con obiettivi di alto valore etico-simbolico. In un passato non lontano lo slancio generoso a favore della cooperazione allo sviluppo si infranse contro una devastante corruzione. Più di recente, la massiccia partecipazione delle forze armate italiane alle operazioni di peace-keeping e peace-enforcement, oltre alla intensa attività di formazione delle forze di sicurezza locali, hanno dato forma alla strategia della collaborazione con le istituzioni multilaterali per il mantenimento della pace e la stabilizzazione delle zone di crisi. La proposta di moratoria della pena di morte promossa dall`Italia e in discussione all`Onu in questi giorni si inserisce nel filone delle azioni ispirate da principi etici: questa proposta, che non ha ritorni né economici, né di influenza, né di prestigio, si giustifica dal suo valore simbolico e morale. Per una volta il paese di Cesare Beccaria ha rivendicato al meglio la nobile tradizione dell`illuminismo settecentesco, quando di fronte al boia veniva rivendicata l’umanità anche del reo, anche dell’empio. L’iniziativa contro la pena di morte, condotta con tenacia dal duo D’Alema-Bonino, fuoriesce dagli schemi tradizionali. Non ci sono fronti predefiniti, del tipo Nord contro Sud, democrazie contro regimi autoritari, paesi grandi contro paesi piccoli. E una proposta che scompagina gli allineamenti internazionali consolidati: Cina e Stati Uniti stanno insieme, sullo stesso versante dei contrari alla moratoria, opposti a Gran Bretagna e Francia, il Giappone si contrappone alla Germania, l’Egitto all’Algeria, e così via. Senza furori, senza crociate, senza paesi canaglia e paesi unti dal signore, ma con tessitura diplomatica e forza argomentativa è ancora possibile far entrare una dose omeopatica di "principi" nell’arena internazionale. il contributo sistemico che può venire dall’eventuale successo della moratoria è proprio quello di riportare in primo piano la forza delle (buone) idee e le armi del dialogo; nella speranza che la forza e le armi rimangano, almeno per un pò, in secondo piano. E infine, nel caso l’Assemblea dell’Onu approvi la risoluzione, il governo italiano potrebbe vantare un successo diplomatico, e per di più su una "buona causa", che non ha pari nella recente storia repubblicana. *professore ordinario di politica comparata all`Università di Bologna





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