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CARA EMMA, PERCHE’ NON PARLI?

Il Riformista - 11 dicembre 2007 di Gavino Angius Il vaso, per Gavino Angius, ormai è colmo. Prima il voto contrario della senatrice Binetti, poi il dibattito di questi giorni che preannuncia, alla Camera, un futuro incerto alla norma contro la discriminazione degli omosessuali inserita nel pacchetto sicurezza sono le gocce che lo hanno fatto traboccare. Per il dirigente del Ps è arrivato il momento, in primo luogo per i socialisti, di dare battaglia. Di più e meglio. La situazione, a suo giudizio è «drammatica» e «intollerabile». Su tutti i fronti. Compreso quel che resta della Rosa nel pugno e dei rapporti con i radicali. Compreso il ruolo dei socialisti nel governo e nella maggioranza. Ma andiamo con ordine. Prima c’è l’emendamento su cui si è aperto una sorta di giallo: la formulazione infatti rinvia non all’articolo 2 del trattato di Amsterdam ma al 13, che con le norme antidiscriminatorie non c’entra nulla. Angius taglia corto: «Se è sbagliato il riferimento normativo l’errore è della maggioranza e del governo». E alla Binetti che al Giornale ieri diceva «sono certa che l’emendamento decadrà per motivi procedurali», replica: «Se la norma viene tolta, il testo deve tornare al Senato. Qualcuno, per esempio il sottoscritto, la può ripresentare. E si ricomincia». Ma la questione per Angius non è solo né soprattutto l’emendamento. E al Riformista spiega: «La questione non è la norma in sé o come deve essere scritto nel testo il riferimento ad essa. Il punto, dopo il caso Binetti, è un altro. Siamo in presenza di una palese violazione dei principi di laicità. Non si tratta di un dibattito filosofico ma di una grave invadenza nella sfera pubblica e nelle istituzioni della Chiesa di Roma. E l’ennesima, dopo le nostre iniziative sull’otto per mille e per il pagamento dell’Ici sugli immobili commerciali della Chiesa, e dopo la vicenda della fecondazione assistita». Per non parlare dei Cus, di cui già prevede la prossima sconfitta: «Ho visto che la Binetti temeva che dall’emendamento sulla sicurezza derivasse, come passo successivo, una legge sui matrimoni gay. Io non mi scandalizzo ma per sapere se passeranno i Cus, che matrimoni non sono, bisognerebbe chiederlo, appunto, alla Binetti». Di qui lancia l’allarme: «E sconcertante come questo tema che si presenta in modo drammatico - e sottolineo drammatico - nella vita politica italiana venga eluso dai grandi mezzi di comunicazione. Non stiamo parlando di uno dei tanti argomenti dello scontro politico. La laicità è uno di quei principi che investe i caratteri di un ordinamento democratico. E uno di quelli che riguarda scelte di fondo: in nome dei principi di laicità cadono o meno i governi, si decide di stare in un partito o meno». Il vicepresidente del Senato non fa sconti a nessuno. Tanto meno al Pd: «Le contraddizioni del Pd sono evidenti e la legge elettorale, vorrei dire alla Finocchiaro, non c’entra nulla. C’entrano molto le basi teorico-progettuali su cui è nato quel partito». Ma Angius sollecita anche i suoi compagni di partito: «Noi dobbiamo riproporre questi temi con maggiore forza non solo perché sono connaturati all’esistenza di un partito di sinistra. Ma, soprattutto, perché la laicità è il primo punto su cui si definisce una moderna garanzia dei diritti, in un paese, come il nostro, in cui le libertà individuali sono messe in discussione». E ancora: «Avverto un momento di stallo, una eccessiva timidezza nel portare avanti il nostro progetto. Di fronte a un Pd nato male e a una Cosa rossa che non è nata dico ai miei compagni: non ci devono essere paure». Sui radicali non usa perifrasi: «Il silenzio del ministro Bonino e degli amici radicali è stato davvero troppo rumoroso. E lo è stato proprio su un tema, la laicità, appunto, che li ha caratterizzati da sempre. Aggiungo che quella norma antidiscriminatoria è sancita dalla normativa europea. Non recepirla significa che le direttive europee non diventano norme della legislazione italiana». Poi Angius, di fatto, chiede lo scioglimento del gruppo della Rosa nel pugno alla Camera: «Ci sono problemi nel rapporto con i radicali che possono essere risolti consensualmente». E il governo? Su Prodi l’insofferenza è palpabile: «La nostra pazienza ha un limite. Con gli emendamenti sul welfare prima e adesso con l`emendamento antidiscriminatorio lo abbiamo quasi superato. E ora di mettere i piedi nel piatto. Il governo ha le sue responsabilità. Da ora in poi ci deve convincere». Tradotto: l’appoggio dei socialisti a Prodi non è affatto scontato: «Stiamo arrivando a una strettoia decisiva. Passato il 31 dicembre e approvata la Finanziaria andrà fatto un punto sul programma e un cambiamento della struttura di governo». L’obiettivo principale? «La legge elettorale su cui va ricercata un’intesa in Parlamento anche con l’opposizione. Ma dico al compagno Veltroni che così come con una legge non si può far nascere una forza del 40 per cento, con la stessa legge non si possono cancellare altri partiti. Altro che veti che poniamo noi: questa non è democrazia».





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