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Living together - Combining diversity and freedom in 21st-century Europe [Report of the Group of Eminent Persons of the Council of Europe] PDF DOWNLOAD >>

DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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>> Il Venerdì


HO UN PROGRAMMA PER RIFARE L’IMMAGINE DELLE DONNE. IN TELEVISIONE

Il Venerdì - 14 dicembre 2007 Casalinghe inquiete o troppo tranquille. Carrieriste sole e antipatiche. Comunque, autorevolezza zero. Il ministro Bonino lancia un appello a reti unificate: “Cambiate e ruoli” di Paola Zanuttini Roma – Una di queste mattine il ministro per il Commercio Internazionale e le Politiche Europee Emma Bonino è arrivata al lavoro imbufalita. Appena sveglia, aveva acceso la tv per aggiornarsi sulle ultime notizie, ma la vera novità, e cioè che a una casalinga basta provare un nuovo detersivo per scoprire inesplorati orizzonti di libidine, l’ha appresa da uno spot: “C’era una pubblicità con un tipa che faceva la faccia da orgasmo, davanti a un prodotto per levare lo sporco più sporco. Ma che donne hanno in mente i pubblicitari?” Va detto che l’umore del ministro era cupo da giorni per ragioni d’ufficio. Stava preparando il rapporto sull’Agenda di Lisbona, il programma di modernizzazione che, entro il 2010, dovrebbe portare l’Unione europea a livelli più competitivi: “Beh, a fine 2007 gli obiettivi sull’occupazione femminile sono lontanissimi”. Ci dia i numeri. “Dovevamo raggiungere il 60 per cento di donne occupate e siamo al 43,6 contro il 73,4 della Danimarca, il 62,2 del Portogallo: dietro di noi c’è solo Malta. A parità di mansione, gli uomini guadagnano un quarto in più e, nei consigli d’amministrazione delle aziende quotate in borsa, occupano ancora il 95 per cento delle poltrone. Per favorire l’accesso delle donne al lavoro, l’obiettivo di Lisbona era garantire 33 posti in asilo nido ogni cento bambini: siamo a quota 9. ci preoccupiamo della denatalità, ma nessuno deve aver letto lo studio dell’Ocse in cui si dimostra che, ormai, nei Paesi dove le donne lavorano meno si fanno meno figli. Per questi motivi abbiamo scritto una nota aggiuntiva al rapporto su Lisbona, che denuncia la situazione e propone interventi mirati. Compreso un piano di comunicazione per le tv, dove chiediamo di valorizzare l’immagine femminile”. Farà aumentare asili e salari? “Consultando i documenti sull’occupazione femminile, ho trovato una ricerca del Cnel e un’altra della Commissione europea sull’immagine delle donne nei media: agghiacciante. Il maggior numero di esperte interpellate nelle trasmissioni di approfondimento è costituito dalle astrologhe: il 20, 7 per cento. Le politiche sono il 3,4 per cento. Infatti in tv non ci vado quasi mai: mica mi chiamano come ministro, ma per raccontare cose mie personali o commentare fatti di cronaca nera. Un piano di comunicazione serve a informare, abbattere stereotipi, creare nuovi modelli, per esempio quello della studentessa di Ingegneria, visto che le ragazze disertano le facoltà scientifiche». Com’è lo stereotipo femminile proposto dalla televisione? «Cominciamo dalla pubblicità. Propone donne che non esistono, ossessionate dal pulito che sconfigge ogni macchia oppure scosciate perfino in paradiso. Negli spot delle automobili non le vedi neanche morte al volante: l’unica con la patente è una fatalona che ruba una macchina. A un’altra che sceglie un formaggio il cameriere dice "bella topolona!". Ma dove siamo?». Passiamo alle fiction. «Va già un pò meglio. In particolare quelle americane, con donne detective, scienziate e comunque più moderne. In quelle italiane, se lavorano, spesso sono delle streghe, antipatiche come la muffa, soprattutto se hanno un pò di potere. Sennò, o sono irrimediabilmente single, o hanno dei figli cresciuti malissimo perché loro non stavano a casa, o hanno le corna. In Donna detective Lucrezia Lante della Rovere è bella, determinata, ma alla seconda puntata il marito l’ha già tradita». E il varietà? II genere, per tradizione, reclama un modello più leggero di femminilità. «Io me lo ricordo l’ombelico sdoganato dal Tuca tuca di Raffaella Carrà. Nel bene o nel male ha rotto la cappa del conformismo televisivo. Ma da quella rottura al degrado di oggi ce ne corre. Tutte queste vallette spogliate accanto a presentatori vestiti non sono un grande segno di anticonformismo. Non auspico la par condicio sulle reti pubbliche e private fra veline e scienziate, fra commesse e docenti universitarie, ma non può neanche predominare l’immagine più debole. In tutti gli altri Paesi europei le donne conducono programmi di giornalismo e approfondimento. Qui fanno Uno mattina». La bellezza è un attributo indispensabile alle donne per fare tv. Ma certe bellone dicono di considerarla un handicap. «La facciano finita. È sempre un gradino di partenza in più, a patto che non spengano il cervello». Simona Ventura e Ilaria D’Amico, che si mostrano generosamente, lo spengono? «Diciamo che si appiattiscono. Potrebbero raggiungere i loro risultati senza esporsi così». Tutta colpa della società? «Anche nostra: abbiamo scordato che diritti e rispetto non te li regala nessuno. Ma è pure vero che da noi c’è un malinteso senso di protezione: le donne non hanno servizi, pari opportunità nel lavoro e a casa, però vanno in pensione prima o stanno a casa un anno se fanno un figlio. E questo rende più arduo assumerle. Non hanno capito che, alla fine, questo risarcimento per una parità mai raggiunta è una fregatura”.





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