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Living together - Combining diversity and freedom in 21st-century Europe [Report of the Group of Eminent Persons of the Council of Europe] PDF DOWNLOAD >>

DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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DIARIO DI UNA VITTORIA

L'Espresso - 20 dicembre 2007 I primi passi nel ’91. I lunghi anni di trattative. Il ruolo dell’Europa. Quello di Brasile e Nuova Zelanda. La convulsa fase finale. Il voto Onu. Il ministro Emma Bonino racconta la battaglia contro la pena di morte di Gianni Perrelli Per l’Italia l’approvazione all’Onu della moratoria universale sulla pena di morte è un grande rilancio di autorevolezza. Un successo internazionale paragonabile alla nostra missione militare in Libano... Emma Bonino, ministro per il Commercio internazionale e per le Politiche europee, festeggia nel suo ufficio romano in piazza Nicosia il successo di una battaglia che l’ha vista per 13 anni in prima fila. A causa di impegni politici non ha potuto seguire il ministro degli Esteri Massimo D’Alema a New York per il round finale all’Assemblea generale. Ma ha seguito ora per ora la diretta televisiva: esultando per l’esito di una votazione storica (104 Paesi a favore, 54 contrari e 29 astenuti) che non introduce ancora l’abolizione della pena capitale, ma che, fatte salve le sovranità nazionali, riveste un alto valore morale. «Questo successo», puntualizza, «è un grosso punto a favore della nostra immagine internazionale. Ed è un’affermazione di straordinario prestigio anche rispetto alle Ong e alle associazioni dei diritti umani che operano nei paesi difficili. Oggi vantiamo un indiscusso credito presso gli attivisti e le opinioni pubbliche delle nazioni africane e asiatiche dove per motivi culturali, di tradizione, di difesa dalle interferenze, la moratoria andava a toccare gangli sensibili della società. Mi si lasci dire, infine, che è anche una vittoria della cocciutaggine che solo noi radicali sappiamo mettere nelle lotte per i diritti civili. Conseguita con il nostro metodo di sempre: scavando la pietra goccia a goccia. Senza la nostra spinta, e senza quella della lega di cittadini e di parlamentari Nessuno tocchi Caino, non si sarebbe andati da nessuna parte. Certo, far parte del governo ha giovato, ci ha offerto l`occasione di essere più incisivamente petulanti. Ora, com’è nostro costume, siamo lieti di condividere il trionfo con altri». La Bonino trae spunto dalla missione compiuta anche per ridimensionare la percezione di un Paese triste e senza slanci divulgata dall’indagine sociologica di Giuseppe De Rita e rilanciata poi dal "New York Times". «Questo è anche uno dei rari casi in cui ha funzionato il sistema Italia. Abbiamo avuto il sostegno di tutte le forze politiche, indistintamente. L’impegno del governo Prodi è stato indubbiamente decisivo nel dare la spallata. Un conto è formulare dichiarazioni di principio, come hanno fatto Silvio Berlusconi e più o meno saltuariamente i partiti che comunque non si sono mai sprecati, un altro è coinvolgere direttamente la Farnesina. Una prova di grande sensibilità l’hanno data sicuramente la comunità di Sant`Egidio, che aveva raccolto cinque milioni di firme in tutto il mondo, e il sindaco di Roma Walter Veltroni con l`iniziativa di illuminare il Colosseo dopo ogni esecuzione. In ogni caso, per una volta abbiamo dato un’immagine di estrema compattezza. Il "New York Times", beninteso, non ci ha mosso critiche del tutto infondate. Ma più che triste direi che l’Italia sia poco nazionalista. Rimane un Paese importante anche se con qualche istituzione degradata. Popolato di individualisti e di brontoloni. L’unica democrazia matura in cui operano 30 partiti, di cui tre nati nell’ultima settimana. E tutti si sentono King Kong. Siamo poi influenzabili dalle mode straniere. Adesso è il momento di Nicolas Sarkozy. Ma io che mi occupo di commercio internazionale so che l’Italia sta vivendo un momento di grande espansione. Quasi nessuno ne è però consapevole». Malgrado il sostegno dell’intero Paese il cammino è stato faticosissimo. «Soltanto sette settimane fa gli sforzi di 13 anni di estenuanti battaglie stavano per andare di nuovo in fumo. Ero andata a New York lunedì 29 ottobre per dare l`appoggio finale alla risoluzione, ma all’arrivo scoprii che non era ancora pronta. In una riunione del venerdì precedente il Belgio e l`Olanda si erano messi alla testa di una cordata che non riteneva i tempi maturi. Inoltre la Polonia dei fratelli Kaczinski condizionava l’adesione a un confronto sul tema dell`aborto. Mancavano quattro giorni alla scadenza per la presentazione del documento. Ricordo un turbinio di iniziative. Quaranta incontri bilaterali. Due riunioni collettive, a pranzo e a cena, organizzate dal nostro ambasciatore all’Onu Marcello Spatafora. Non esitai ad affrontare i delegati più contrari. L`ambasciatore dell’Egitto, paese che ben conosco per esserci vissuta, mi chiuse la bocca dicendo che la pena di morte era prevista dal Corano. Aggiungendo, lealmente, che avrebbe fatto tutto il possibile per bloccare la mia azione con una raffica di emendamenti tesa a privilegiare la sovranità di ogni singolo paese. A nulla valse ricordare che il Marocco e la Turchia, entrambi islamici, avevano deciso di collaborare. Il diplomatico della Cina, dove la pena di morte da qualche tempo può essere decretata solo dalla Corte Suprema e non più dai tribunali, mi rispose che nel suo Paese era iniziata una riflessione, ma che non si sentivano ancora pronti per una svolta. Gli Stati Uniti mi fecero capire che avevano altre priorità. Per fortuna riuscii a riannodare con i membri dell’Europa più reticenti. Ma solo l’1 novembre, a 24 ore dall’ultimatum, riuscii a quadrare il cerchio. Una faticaccia». Un ruolo decisivo l’ha giocato anche la strategia flessibile. «Dopo i primi insuccessi abbiamo scartato l’opzione dell`Europa contro tutti. Era indispensabile, sì, l’appoggio della Ue, ma abbiamo capito che le probabilità di successo sarebbero aumentate mettendo in piedi una coalizione mondiale. I due co-firmatari della moratoria che ha raccolto una ottantina di sponsor sono infatti il Brasile e la Nuova Zelanda. Abbiamo poi dovuto smontare l’impostazione radicale di Amnesty International e dei Paesi nordici che puntavano all’abolizione della pena di morte. Si sa che il meglio è nemico del bene. C’è stata infine nell`ultimo anno una intensa mobilitazione della presidenza del Consiglio, della Farnesina, delle ambasciate. Ricordo che nel vertice di Alghero con l’Algeria D’Alema esercitò un’opera di persuasione di grande impatto presso il presidente Abdelaziz Bouteflika». La lunga marcia ha un prologo nel ’91, quando Marco Pannella, dopo il golpe sovietico che estromise in pratica dal potere Mikhail Gorbaciov, abbozzò un progetto di moratoria per gli autori del putsch. Ma la pietra miliare è la fondazione a Bruxelles nel ’93 di Nessuno tocchi Caino, un’emanazione del partito radicale nata su iniziativa di Sergio D’Elia e della compianta Maria Teresa Di Lascia. «Quel giorno ero presente anch’io. Rammento che si sviluppò un grande dibattito sul nome Caino, simbolo comprensibilissimo ai paesi di cultura cristiana, ma probabilmente oscuro a quelli di altre fedi religiose. Individuammo subito nella Commissione dei diritti umani dell’Onu, che si riunisce ogni anno a Ginevra, un canale privilegiato per far appoggiare le nostre idee. Iniziammo poi una serie di missioni diplomatiche. Per dare maggior spessore alla campagna Nessuno tocchi Caino cercammo sinergie con i promotori del Tribunale penale internazionale, contrario come noi alla pena di morte». Si arriva al ’94, l’anno del primo governo Berlusconi, che incarica la Borino di fungere da punto di riferimento per elaborare una risoluzione di moratoria da presentare all’Assemblea generale dell’Onu. «La proposta non passò per soli otto voti, nonostante l’impegno profuso dal nostro ambasciatore Francesco Paolo Fulci. Si sfilarono alcuni paesi europei. Forse per non irritare gli americani». Dopo il fallimento del primo assalto inizia una fase di lungo sonno. Nelle grandi sedi internazionali della moratoria si parla solo alla Commissione per i diritti umani dell’Onu che dal ’97 l’appoggia ogni anno a maggioranza. Ma sotto i governi di centrosinistra i radicali continuano intanto a muoversi sotto traccia, con le missioni all’estero. «Estendemmo i contatti in Europa. E nel ’99 è proprio la Ue a far propria la risoluzione. La presentò all’Assemblea ma poi all’ultimo momento la ritirò su pressione della Gran Bretagna e dei soliti Paesi nordici che si dichiararono insoddisfatti del testo». Il ritorno al governo di Berlusconi produce niente più che una moral suasion. Continuano intanto le missioni internazionali, che fanno leva sulle commissioni Esteri del Parlamento, sugli eurodeputati di Bruxelles, sui sostenitori del Tribunale penale internazionale. «Andammo a Singapore cercando di spiegare che la pena di morte non era un deterrente. Ma fu tutto inutile. Venimmo invece accolti bene nella Repubblica Democratica del Congo, dove fissammo il primo mattone della coalizione mondiale: Joseph Kabila, che aveva preso il potere dopo l’assassinio del padre, ci promise una moratoria per i crimini politici su consiglio di Leonard Okitundu, un ex ministro da sempre contrario alla pena di morte». La volata finale inizia nel dicembre 2006 con la campagna Nessuno tocchi Saddam, che tenta invano di sottrarre al patibolo il dittatore iracheno. «Decidemmo che il tempo della semina era concluso. Bisognava raccogliere. Il governo fu d’accordo e fece sua la proposta di moratoria, già approvata tre volte dal Parlamento. Intendevamo presentarla all’Onu già in primavera. L’opportunità di mettere in piedi una coalizione mondiale fece slittare tutto in autunno. In Europa avevamo il pieno appoggio di Francia e Spagna, ma permaneva qualche spaccatura. Fu superata da un autorevole intervento di D’Alema che dimostrò come la moratoria fosse la strategia più conveniente. Così la Ue si decise a sostenere la proposta, estendendola a un’alleanza interregionale». Parte a sostegno anche tutta una serie di iniziative collaterali. «Gli scioperi della fame che, in coincidenza con le frenate, Pannella e D’Elia decidono di protrarre a oltranza. La marcia di Pasqua fino al Vaticano che non viene però benedetta da papa Ratzinger. Wojtyla ci aveva dedicato maggior attenzione. L’occupazione della sede Rai per cinque giorni e cinque notti. L’appello dei 55 premi Nobel con l’adesione di 500 parlamentari di 158 paesi. Il sostegno della Nazionale cantanti e di Raoul Bova. I manifesti pro moratoria firmati da Oliviero Toscani. Infine la sponsorizzazione, alla maratona di New York, dell’olimpionico Stefano Baldini». Nei primi giorni di novembre si consolida la coalizione per l’affondo conclusivo. «Aldo Ajello, già inviato Ue per la crisi dei Grandi Laghi, raccoglie adesioni in Africa: significativa quella del Ruanda, dove dopo il genocidio vogliono intraprendere la strada della giustizia, abbandonando quella della vendetta. C’è l’avallo del segretario dell’Onu Ban Ki Moon. Abbiamo l’okay di una novantina di paesi di tutti i continenti. Il pieno appoggio del governo. L’Europa, anche se con qualche dubbio, alle spalle. Ed Elisabetta Zamparutti, tesoriera di Nessuno tocchi Caino, ha tessuto preziosi contatti con le associazioni dei diritti civili americani per ammorbidire la posizione di Washington». Il 15 novembre il Terzo comitato dell’Assemblea generale approva a maggioranza la risoluzione di moratoria incardinata su tre principi: la pena di morte danneggia la dignità umana; non esiste una conclusione del suo valore deterrente; qualunque errore nella sua applicazione è irreversibile e irreparabile. Nel mese che trascorre prima del disco verde definitivo dell’Assemblea continua, con la conferenza di Libreville, la pressione sull’Africa dove c’è il maggior numero di paesi proibizionisti. «La decisione del New jersey di cancellare la forca ha infine reso più agevole il percorso dell’ultimo miglio». Incassato il successo, la Bonino non dimentica che nel 2006 ci sono state 5.627 esecuzioni capitali, di cui circa 5 mila solo in Cina. «Dal punto di vista diplomatico per noi radicali è stata la vittoria internazionale più significativa. Ma non possiamo cullarci sugli allori. Ora dobbiamo premere per l’applicazione della moratoria. Insisteremo con l’Africa. Organizzeremo una nuova offensiva in coincidenza con le Olimpiadi di Pechino. Il traguardo finale è naturalmente l’abolizione universale della pena di morte. Goccia dopo goccia...».





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