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NEPPURE IL PALCO DELL’ONU DA’ SOLLIEVO AL BILANCIO DI D’ALEMA

Il Foglio - 21 dicembre 2007 Un anno così così, anzi peggio. E` tempo di bilanci di fine anno alla Farnesina. Non fosse per il successo della moratoria sulla pena di morte, il 2007 passerebbe alla storia come l’anno in cui la diplomazia italiana, malgrado la grande attività e il buon inglese del suo capo, Massimo D’Alema, non è riuscita a concretizzare molto. Che si trattasse dei vicini Balcani, del caro medio oriente, della nobile e lontana Birmania, dell’accoglienza per il Dalai Lama o dell’annosa questione della riforma del Consiglio di sicurezza, nessun impegno del ministro D’Alema è riuscito a portare lustro alla diplomazia italiana. D’Alema non è Andreotti. Eppure il realismo dalemiano e il suo impegno a tempo pieno negli Affari esteri era stato salutato come un ritorno ai periodi d`oro della diplomazia italiana, quelli andreottiani, quando il paese riusciva a ritagliarsi un ruolo rispetto a Stati Uniti e Unione Sovietica, Europa e Mediterraneo, sunniti e sciiti, il che, se non altro, portava prestigio a un paese malandato e aiutava la crescita all’estero delle partecipate statali. Di questa gestione deludente, al primo piano della Farnesina ritengono responsabile la totale precarietà del governo, dove tanto il presidente Romano Prodi quanto la ministra Emma Bonino concorrono alla promozione dell’Italia nel mondo., Responsabilità sono riconosciute anche alla non ancora chiara e netta visione di politica internazionale dei Pd, pure nelle componenti ex ds. Il Pd non è la Democrazia cristiana. Infatti, se da un lato Walter Veltroni - da real democrat - ha attaccato direttamente Teheran sul dossier nucleare, dall’altro l’inviato speciale dell’Ue per la Birmania, Piero Fassino, s’è subito perso nella ricerca estenuante del dialogo con la giunta militare e i regimi a basso tasso di democrazia che confinano con il paese dei monaci perseguitati. Al primo piano della Farnesina non manca chi ritiene che tre viceministri e quattro sottosegretari abbiano contribuito a rendere alquanto difficile il coordinamento di una visione di gioco in cui, in un periodo di transizione verso le giurisdizioni extra e meta-statuali, come quelle di Gazprom, Microsoft o PetroChina, il "sistema paese" dovrebbe agire compatto alla ricerca di sinergie regionali. Stress da Libano. Ma il dossier che crea maggiore frustrazione al capo della Farnesina è quello libanese. Grazie alla conferenza convocata tempestivamente a Roma nell’agosto 2006 e all’immediato invio di oltre duemila militari per la missione Unifil2, l’Italia si era candidata non soltanto a ruolo di paciere, ma anche di attore nella riconciliazione politica del paese dei cedri. Malgrado le missioni congiunte con i colleghi socialisti europei, la soluzione della crisi libanese è di là da venire. E dire che i collaboratori stretti di D’Alema ritenevano che l’esperienza della presidenza bicamerale potesse fare del ministro il miglior mediatore possibile. Neanche la moratoria. Restano soltanto pochi giorni perché il turno di presidenza italiano al Consiglio di sicurezza dell’Onu aiuti D’Alema a scrivere qualcosa d’importante sul suo curriculum. Al Palazzo di vetro, infatti, la moratoria sulla pena di morte e l`elezione quasi unanime al Consiglio dello scorso anno vengono attribuite alla perseveranza dei Radicali e all`opera dell’ambasciatore Marcello Spatafora, al quale sarà prolungata la rappresentanza all’Onu.





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