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LE DONNE E IL LAVORO, SERVE UNA CURA SHOCK

Il Messaggero - 27 dicembre 2007 di Angela Padrone Serve uno shock per dare una spinta alle donne nel lavoro. Lo dice il governo in un documento che si chiama Nota aggiuntiva al Rapporto Nazionale sulla strategia di Lisbona. Nel Protocollo del Welfare così come nella Finanziaria il problema è presente e affrontato con varie misure, e di questo va dato atto all`esecutivo di Prodi. Eppure se ne parla pochissimo, nonostante che la situazione delle donne in Italia rappresenti, senza paura di esagerare, una vera e propria emergenza. Il ministro Emma Bonino da tempo ne è interprete. Ma anche lei, molto ascoltata per esempio sul tema della pena di morte, su questo non riesce a "sfondare". In Italia lavora solo il 46% delle donne, e nel Mezzogiorno appena poco più del 30%. Queste cifre da sole danno la misura di una situazione catastrofica: la media in Europa è del 57,4%, mentre l’obiettivo previsto dagli accordi di Lisbona è del 60% entro il 2010. Ma l’Italia non ha nessuna speranza di raggiungere l`obiettivo. I numeri, oltre a dare immediatamente la misura di come vivano le donne italiane in confronto a quelle europee, ci dicono che a essere penalizzato è l’intero sistema economico del nostro Paese, diseguale e poco competitivo. Il lavoro delle donne potrebbe spingere verso l’alto il Pil e la competitività dell’Italia. In Spagna le donne che non lavorano (né cercano lavoro) tra i 25 e i 54 anni sono il 28,8%. In Italia molte di più: il 35,7%. Potrebbe esserci una relazione con la crescita della ricchezza,in Spagna, che guarda caso ci ha sorpassati nel Pil pro capite? Nella Nota aggiuntiva, approvata dal governo tra i "buoni propositi" di fine d’anno è dettagliata la strategia per favorire il lavoro femminile. Il punto di partenza è che non solo le donne lavorano troppo poco (e troppo in casa), ma sono rappresentate in misura quasi trascurabile nei consigli d’amministrazione delle istituzioni più potenti (aziende, banche e assicurazioni), in misura minoritaria nelle posizioni dirigenziali (soprattutto nel settore privato), guadagnano quasi un quarto in meno degli uomini con la stessa qualifica, e questo divario si acuisce proprio nel caso di donne che ricoprono posti di responsabilità. Tutto ciò, nonostante che ormai le ragazze raccolgano più successi dei ragazzi nell’istruzione, e le più giovani siano in maggioranza laureate. Ciò detto, è evidente che non si può più aspettare. Ecco perché, come dice la Nota, serve uno shock: i piccoli passi non bastano. Ed ecco i buoni propositi: riproporre gli incentivi fiscali per le imprese che assumono donne, ma anche sgravi per le stesse lavoratrici; incremento degli asili nido, delle provvidenze perla paternità, della flessibilità a richiesta (come per esempio il part time), assistenza agli anziani non autosufficienti, orari di vitae lavoro più "accomodanti" per tutti , uomini e donne. Infine, non ultima, una campagna pubblicitaria per il riequilibrio dei ruoli e dei compiti all`interno della famiglia. Si dirà: ma ci sono i soldi per fare tutto questo? Alcune di queste politiche sarebbero a costo zero (come hanno dimostrato nei loro studi Alesina e Andrea Ichino); per le altre, come giustamente dice la Bonino da tempo, si possono reperire risorse con la graduale equiparazione dell’età pensionabile per uomini e donne. E un tema che meriterebbe di essere sviscerato e discusso in tutte le sedi, perché cambierebbe la vita del Paese. Ma gli uomini italiani, che detengono la maggior parte del potere, mantengono un educato silenzio: di questo scandalo preferiscono non parlare in pubblico.





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