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DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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GLOBALIZZARE NON STANCA

Panorama Economy - 4 gennaio 2008 L’unica via per competere è «fare squadra» e attrarre risorse dall’estero. Perché non importa chi investe, ma con quali piani industriali. E, soprattutto, con quali benefici per il nostro Paese. Ministro Bonino, tra i vari significati di globalizzare c’è anche quello di mettere in comunicazione i vasi dell’economia mondiale, permettendo alla ricchezza di affluire dove ce n’è meno, ma anche di defluire dove ce n’è di più. Lei cosa ne pensa? Globalizzazione è parola ormai entrata nell’uso corrente, spesso usata impropriamente come sinonimo di internazionalizzazione o mondializzazione. Globalizzare vuoi dire oggi soprattutto connettere realtà e fattori economici, sociali, ambientali, tecnologici in un processo che è in realtà un continuum inarrestabile su scala planetaria. Quale che sia la visuale, la globalizzazione è indubbiamente il elemento unificante dell’epoca in cui viviamo. Ma questo non vale per tutti... Forse non per tutti allo stesso ritmo. Ma anche il continente africano comincia a dare segni di maggiore «connessione» con globale, grazie alle dinamiche energetiche e all’interesse che queste suscitano presso le potenze economiche emergenti, Cina e India in primis. Certo è che il commercio internazionale è in pieno boom: gli scambi crescono da un quinquennio a questa parte al ritmo del 6-7% l’anno, anche se i grandi «regolatori» degli scambi internazionali, a cominciare dal Wto, sembrano in crisi. II Gatt e la globalizzazione sono stati a lungo bersaglio dell’ideologia no global. A dieci anni dai moti americani, cosa c’è salvare e cosa da buttare? La globalizzazione ha i suoi sostenitori e i suoi teorici: ricordate Il mondo è piatto di Thomas L. Friedman, parabola del superamento dei confini geografici? Ma anche non pochi detrattori: il movimento no global ne è ancora oggi la rappresentazione più significativa. So che in questo dibattito il mio punto di vista non è maggioritario nel Paese e sento autorevoli commentatori auspicare che anche concentrato le risorse, spinto verso pubblica, l`idea della «patria europea» in l’Ue abbia come missione quella di proteggerci dalla globalizzazione. Per quanto mi riguarda, trovo sia un fenomeno affascinante e una realtà inarrestabile. Dire che si è contro è come lottare in riva all’oceano per impedire le maree. Ogni tanto si può indietreggiare per evitarle, ma arrivano lo stesso. Meglio imparare a conviverci e capirne i meccanismi. Chi oggi fa dell’anti-globalizzazione la sua bandiera evidentemente ignora la lezione dell’autarchia fra le due guerre e come si è arrivati a costruire le grandi aree di libero scambio, a cominciare dalla Cee negli anni Settanta. In Italia il 2007 è stato un anno d’oro per l’export, ma non riusciamo a importare capitali. Cosa si può fare? E’ vero, è stato un anno da record per l’export che è cresciuto di oltre l’11%, con la riconquista per l’Italia di importanti quote di mercato. Questo risultato è innanzitutto un successo delle imprese e degli imprenditori italiani, ma anche il governo sta facendo la sua parte e i risultati cominciano a vedersi. Con le nuove linee direttrici triennali indirizzate all’Ice e alla Simest, e che vogliono essere un’indicazione strategica importante per tutti gli attori, privati e pubblici, coinvolti nella promozione del Made in Italy all’estero, abbiamo fatto una cosa semplice, eppure nuova per l’Italia: abbiamo fissato delle priorità, effettuato delle scelte chiare, concentrato le risorse, spinto verso l’aggregazione e promosso un vero gioco di squadra. E’ l’unica via efficace per competere con cinesi, indiani, americani e altri macroattori sul mercato mondiale. Lo stesso vale per l’attrazione degli investimenti esteri. Ripeto sempre: non conta il passaporto di chi investe, ma con quali risorse, con quali piani industriali e, soprattutto, con quali benefici per la collettività. La nuova Carta di Lisbona aiuterà l’Europa a gestire e valorizzare la globalizzazione senza esserne travolta? Il nuovo trattato, con tutti i limiti e le lacune che ha, introduce nuove regole per l’assetto delle istituzioni europee e per modificare i processi decisionali. Credo che “parlare con una sola voce” darebbe all’Europa più forza in settori cruciali per la sua sicurezza e per la crescita economica, dalla politica di vicinato a quella energetica e ambientale. Speriamo di riuscirci in tempi non biblici. Energia e ambiente, due temi cruciali… La politica energetica e quella ambientale sono elementi di un’architettura economica e sociale in piena evoluzione a livello globale, che potrebbe portare in tempi ravvicinati a una nuova “rivoluzione industriale”, capace di incidere sul nostro modo di produrre e consumare, di essere competitivi e di salvaguardare l’ecosistema. Insomma, il trattato è indispensabile per ripartire, ma occorre rilanciare subito, presso l’opinione pubblica, l’idea della “patria europea” in contrapposizione all’attuale deriva verso “l’Europa delle patrie”.





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