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EMMA BONINO: GLI AUMENTI DEI SALARI VANNO AGGANCIATI ALLA PRODUTTIVITA’

Il Messaggero - 7 gennaio 2008 di Marco Conti Roma – Ministro le esportazioni sono cresciute in maniera significativa, ma in Italia c’è aria di recessione. Che cosa accade? «Non c’è aria di recessione in Europa ma in Usa. Nemmeno in Italia mi pare ci siano sintomi di recessione; chiudiamo il 2007 con una crescita di poco sotto il 2%, e non è un cattivo risultato per un Paese come il nostro, anche se dovremmo fare meglio. C’è però da noi pessimismo diffuso, e numerose fonti di preoccupazione. Fra queste, indubbiamente la congiuntura Usa, che può avvitarsi negativamente con un impatto finanziario non prevedibile per borse e mercati. Legate a questa, ma non solo, le prospettive di dollaro e barile di petrolio creano non poca inquietudine, soprattutto per un’economia che dipende da un lato totalmente dalle importazioni per il suo fabbisogno energetico; e dall’altro in misura significativa dalle esportazioni verso l’area dollaro». Domani ci sarà il primo incontro dei sindacati con il governo. Pensa anche lei che occorre partire da aumento dei salari e riduzione Irpef? «Le due questioni devono essere distinte nettamente perché in un’economia di mercato lo Stato non può farsi carico della crescita dei salari, ma è una competenza esclusiva delle parti sociali. E` pericoloso, inoltre, generare queste aspettative perché con i nostri rigidi vincoli di bilancio è possibile ridistribuire con politiche di riduzione fiscale solo pochi spiccioli. Si rischia, soprattutto, di occultare, il vero problema che determina il livello insostenibilmente basso dei salari medi italiani: la scarsa produttività delle imprese, soprattutto quelle con meno di dieci dipendenti, e la eccessiva centralizzazione. della contrattatazione che non consente di ancorare le retribuzioni agli aumenti della produttività, dei profitti e della qualità. Lo Stato ,può influire sulla produttività solo accrescendo la concorrenza, soprattutto nei servizi pubblici, promuovendo l’innovazione con maggiori investimenti sulla ricerca e innalzandola qualità della scuola e dell’università, restituendo risorse al mercato attraverso la riduzione della spesa pubblica. In quest’ambito si colloca anche la questione del prelievo fiscale troppo alto che deve essere ridotto "per tutti i lavoratori e le imprese perché soffoca l’economia e finanzia una spesa pubblica eccessiva e spesso inefficiente». Serve un segnale subito o occorre prima attendere di capire come vanno le entrate con la trimestrale di cassa? «Serve un segnale, ma diverso da quello auspicato dai sindacati che sembrano preferire la contrattazione unica con il governo piuttosto che contendere alle imprese aumenti salariali in cambio di miglioramenti dell’utilizzo del lavoro. che aumentino la produttività e l’efficienza. Non è il governo l’interlocutore sul problema, sicuramente urgente, dell`aumento dei salari. L’esecutivo deve e può farsi carico di altro, di aumentare il reddito disponibile promuovendo la riduzione del costo dei servizi e riducendo il carico fiscale, di creare un sistema generalizzato ed efficace di ammortizzatori sociali e di misure per fronteggiare la povertà». Sul fronte della spesa pubblica è stato fatto tutto il possibile, o c’è altro che si può fare come sollecita il senatore Dini? «Le proposte di Dini sono tutte condivisibili, dall’abolizione delle, province alla riduzione feriale dei termini processuali. Ma non voglio entrare in un dibattito con Dini su questo. Annunciare l’uscita dei partiti dalla sanità o l’abolizione delle province è facile come esercizio declamatorio, ma quando si va in Parlamento non si riescono ad abolire neanche le Comunità Montane a livello del mare! Ma ci sono interventi ancora più sostanziosi per ridurre la spesa pubblica e i debito pubblico proposti dai radicali alla Camera, come quello perla razionalizzazione e centralizzazione dei beni e servizi dà parte della pubblica amministrazione». Secondo lei occorrono ulteriori interventi sul fronte della lotta alla precarietà o va bene la "Biagi"? «Intendiamoci sulle parole perché in Italia non si fa alcuna differenza fra flessibilità e precarietà: la prima è una necessità che anche la Commissione europea sollecita come primo strumento per competere sul mercato globale. Ma deve essere accompagnata da robusti ammortizzatori sociali, da politiche di welfare to work, per divenire flexsecurity. La precarietà dei giovani, che entrano nel mercato può essere ridotta, come propongono Boeri e Ichino, solo riformando il contratto di lavoro per limitare, nel periodo iniziale, le tutele contro il licenziamento e per aumentare il periodo di prova. L’utilizzo improprio di contratti di lavoro come i co.co.pro deve, invece, essere sanzionato con gli strumenti ampiamente previsti dalla riforma Biagi». Condivide l'idea di armonizzare le rendite finanziarie? «Razionalmente si ma, in questo momento bisogna fare attenzione a non turbare ulteriormente i mercati. Mi pare un provvedimento di cui il Governo si farà carico perché si è impegnato a farlo; ma il timing non è irrilevante».





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