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LE BAMBINE SALVATE

Il Corriere della Sera - 14 gennaio 2008 Cambogia, la lotta di Somaly contro la prostituzione infantile di Ettore Mo Phnom Penh - Nel centro di riabilitazione di Kompong Cham - cinque ore di strada, spesso tortuosa, a nord-est della capitale - spicca sulla parete un messaggio di congratulazioni di Condoleezza Rice per Somaly Mam, che da anni si batte contro il traffico del sesso infantile nel suo Paese. Un bel da fare. Dei 3oo mila minorenni (femmine e maschi) in vendita sul mercato quotidiano della lussuria, la Cambogia, coi suoi 100 mila, detiene il primato assoluto tra i sei Paesi del Sud Est asiatico. Non è una missionaria, non appartiene ad alcun ordine religioso questa signora di carnagione scura che tutti chiamano semplicemente Somaly, snella, dinamica e quasi sempre sorridente. Quando le chiedi cosa l`abbia spinta a scendere in campo - sola contro la mercificazione dilagante del sesso, la risposta è netta: «Ho visto uccidere una bambina mia coetanea davanti a me, non ho mai conosciuto né mia madre né mio padre, avevo appena 12 anni quando fui violentata. Da ragazza ho sofferto molto. Non ho più fiducia negli uomini, non riesco più ad avvicinarmi a loro. Provo disgusto». La sua intraprendenza e la frenetica attività dell`Associazione da lei fondata, la Afesip (Agir pour les femmes en situation précaire), la sottraggono ben presto all`anonimato. Dopo il premio Principe delle Asturie, che riceve nel `98 insieme ad Emma Bonino, il suo nome apparirà nella rosa dei candidati al Nobel per la Pace. Ma è un argomento su cui non ama indugiare quando l`incontro nella casa di legno di Kompong Cham. Ha in testa un berretto da marine con visiera e un buco sulla nuca, da cui esce la massa nera dei capelli a coda di cavallo. Questo centro ospita 37 ragazze, tutte al di sotto dei sedici anni. Somaly, che le ha viste arrivare alla spicciolata da Phnom Penh, conosce la storia di ognuna di loro, quasi sempre la stessa: strappate dai bordelli della capitale dove i genitori le avevano «sistemate», ancora piccole, per meschini, irrisori compensi. «Molte di loro - ammette la signora Khong Sochenda, direttrice della scuola - sono analfabete o semianalfabete. Ma ci sono anche ragazzine preparate e intelligenti che saranno in grado di fare le medie e le superiori». Ma la scuola - sia pure a livello elementare - non esaurisce il programma rieducativo di Kompong Cham. Nello stanzone a piano terra c`è una fila di telai e anche qualche obsoleta macchina per cucire a pedali, una delle quali omaggio della Cina di Mao, per chi voglia dedicarsi all`artigianato: mentre mi assicurano che non mancano le attrezzature per chi all`arte sartoriale preferisca quella di parrucchiere per signora. «Alcune delle nostre mini-ospiti - informa un insegnante del Centro - hanno cominciato ad addestrarsi tagliando i capelli ai bambini del villaggio. E anche per questo o per l`aiuto che viene dato quotidianamente alle persone anziane, l`ostilità iniziale degli abitanti verso di noi ha lasciato posto a un affettuoso feeling di simpatia». «Se queste nostre bambine riusciranno ad imparare un mestiere - dice Somaly -, tornando a Phnom Penh, potranno avviare una qualche attività e non saranno costrette a rituffarsi nel giro e nel gorgo dei bordelli. È questo il nostro obiettivo. Questo vale anche per chi preferisce continuare gli studi. Certo, ci sono casi difficili, bimbe e bimbi che si ribellano, insofferenti. Bambine torturate e violate dal padre, che hanno gravi problemi psichici. Chissà cos`era successo, in casa, a quella bambina che un giorno mi prese a schiaffi o a quell`altra che, quando le saltavano i nervi, mi prendeva a sassate». Vano il tentativo di alleggerire l`atmosfera che afferra chi varchi per la prima volta la soglia della casa-alloggio-rifugio di Kompong Cham, con musiche e danze tradizionali khmer: la realtà è tutta nello sguardo di una ragazza di 14 anni seduta sul pavimento di legno, immobile, muta, remota. Orfana dei genitori, è arrivata qui quando di anni ne aveva sei e nessuno l`ha mai vista sorridere. Anche l`infanzia di Somaly Mam, come lei stessa racconta nel suo libro autobiografico Il silenzio dell`innocenza (dedicato ad Emma Bonino, «grande donna e grande amica»), è trascorsa nel buio e nel dolore: «Come tutti, in Cambogia, di nomi ne ho avuti parecchi - questo l`incipit -. Ma non mi ricordo bene dei nomi che ho avuto quando ero piccola». Ricorda bene, invece, quanto avvenne nel dicembre dell`82 quando il nonno, che aveva cominciato a palpeggiarle «i seni appena abbozzati», la spinse nel negozietto di un commerciante cinese del quartiere (cui doveva dei soldi) che «mi strappò i vestiti, mi gettò su un sacco di riso e mi violentò», lasciandola a neanche dodici anni stordita e insanguinata. Questo piccolo episodio ad altre dolorose reminescenze sparse nel libro stanno a confermare che in questo Paese le prime violenze sessuali vengono spesso consumate tra le pareti domestiche, dove l`incesto è di casa. Ed è sempre il nonno, «un vecchio porco», a combinare il matrimonio della bambina che, a 15 anni, viene scaraventata tra le braccia di «un marito brutale e geloso» che beve e si sbronza e la riempie di botte quando scopre che la sua baby-sposa non è illibata. Neanche l`incontro con un cliente europeo gentile e generoso, Daniel, che l`aveva convinta a tornare a scuola e le pagava le spese scolastiche sperando di averla un giorno tutta per sé, era stato sufficiente per indurre Somaly a lasciare il bordello: dove, considerandosi ormai un`«anziana», aveva deciso di rimanere per «proteggere» le ragazze più giovani vendute al postribolo dalle stesse madri povere e disperate e «aiutarle a scappare». Parole rivelatrici: e che indicano chiaramente, con grande anticipo, quali sarebbero state le ragioni alla base della sua attuale e solitaria battaglia contro la prostituzione infantile. Purtroppo, lamenta Somaly, «gli autori dei crimini contro le ragazzine non fanno più di sei mesi di prigione ed è questo l`aspetto più duro da accettare». Quale condanna infliggere, ad esempio, a quel gruppetto di uomini sui cinquant`anni che, in preda ad una sbronza colossale, violentarono a turno una bambina di sette anni trovata sola sulla strada? E siccome la sua «apertura» era troppo stretta «avevano preso un coltello per allargarla». C`è poi un seguito disgustoso, raccapricciante. Al processo, gli stupratori «ridevano come dementi» e sostenevano che la colpa era della piccolina che indossava una gonna troppo corta. Furono tutti e quanti prosciolti dal momento che «era impossibile mandare in prigione persone di un`età così venerabile». Inevitabile lo scatto d`ira della fondatrice di Afesip, il suo sgomento di fronte ad un`assoluzione così frettolosa e indegna: al punto che, farneticando, aveva maturato il proposito di eliminare con una pistola AK54 quello stuolo di maturi pedofili per salvare l`innocenza del mondo. «Non vi dovete stupire - racconta Somaly Mam -. In Cambogia, molte persone escono di casa con un`arma addosso... Del resto, molto tempo fa sparai a un uomo che mi aveva violentato: non morì ma restò semiparalizzato; non volevo ucciderlo, solo fargli del male come lui ne aveva fatto a me». Non sorprende che la sua condotta e il suo passato di virago indomita e ribelle abbia suscitato avversione e rancore nella popolazione maschile ad ogni livello, in una società che dopo il regime (bestiale) di Pol Pot era tornata nel solco dei costumi ancestrali e tradizionali, secondo cui i giovani dovevano ubbidire ciecamente agli anziani e, altrettanto ciecamente, le donne erano costrette a subire la volontà dei maschi. Somaly chinò la testa senza fiatare quando il nonno le impose come marito un cialtrone insulso e manesco. La sua battaglia per il riscatto e la riabilitazione delle miniprostitute che, grazie ai media, ha avuto risonanza internazionale, ha messo direttamente sotto accusa gli oscuri, defilati protagonisti della malavita di Phnom Penh e dell`intero Paese, una massa di criminali che si sono arricchiti col traffico e lo sfruttamento del sesso, indifferenti al fatto che in alcuni casi si sia arrivati all`infanticidio. «È normale - dice Somaly - che magnaccia e gestori di bordelli non mi vedano di buon occhio. E non passa giorno che non arrivino minacce: per me, per i miei tre figli, per i miei collaboratori. Sono investita da messaggi osceni: sei più puttana delle puttane che vuoi difendere. Senza di noi, quelle muoiono di fame. Lo vuoi capire?» Alcune ragazze sono morte di Aids nei centri di Thomdi (situato in prossimità della capitale) e di Kompong Cham. «Purtroppo - ammette Somaly -, noi non abbiamo i mezzi adeguati per curare queste infezioni letali e dobbiamo ricorrere all`ospedale di Medici senza Frontiere che dispone delle attrezzature necessarie». E qui racconta la straziante vicenda di Ly Hon, una bimba vietnamita cacciata da casa perché affetta dal terribile (innominabile) male, che «arrivò da noi nella fase terminale»; o quella di un`altra ragazzina, già divorata dall`infezione, che chiese di essere abbracciata per morire in pace. «Era un grosso rischio e non porsi orecchio ai miei assistenti che mi consigliarono di non farlo». È chiaramente una missionaria laica, la signora Somaly. Ed è quindi superfluo chiederle (come invece faccio) se in questa sua missione, che esige una dedizione assoluta e comporta un`infinità di sacrifici, sia in qualche modo animata e sostenuta da un sentimento religioso. «No - risponde -, la mia religione è la realtà, è far del bene agli altri, disinteressatamente. E facendo del bene si riceve del bene, è inevitabile. Io non ho tempo per chi fa del male. Nella mia esistenza non c`è spazio per inattivi». C`è nel libro un capitolo particolarmente toccante in cui confessa di non essere mai riuscita a liberarsi dell`odore dei bordelli, che intasa tuttora le sue narici: l`odore dello sperma «che mi perseguita» o l`«alito nauseabondo dei clienti che non si lavano i denti» o «il lezzo incancellabile di quei luoghi» da cui si sente tuttora «insozzata». Odori che adesso esorcizza e sopprime con l`effluvio di creme e profumi di cui ha pieno l`armadio. E per sconfiggere gli incubi che di notte l`assalgono, ricorre a un goccetto di «cattivo whisky fatto a Singapore» che la fa vomitare e tuttavia le consente di buttar fuori dal suo corpo tutta quella zavorra e «sotterrare il passato». E’ dunque legittimo presumere, davanti a un quadro così fosco, che la tendenza occidentale a privilegiare, nell`adozione dei bambini, i Paesi sovraffollati dell`Estremo Oriente dove l`infanzia vive affannosamente, sia bene accetta e assecondata con un senso di sollievo. Somaly Mam non sembra affatto d`accordo e s`affretta a spiegarne la ragione: «Io ero un`orfanella - dice -, fui quindi adottata. Non mi riferisco alla mia esperienza personale ma per principio sono contraria alle adozioni, per problemi che fatalmente ne scaturiscono. Soprattutto se comportano l`espatrio. I bambini devono restare nel loro Paese, nel loro ambiente naturale: vivendo altrove, avranno sempre la sensazione che gli manca qualcosa». Se ben ricordo, il mio primo contatto con la Cambogia risale agli anni Ottanta quando da Aranyaprathet varcai clandestinamente il confine thai-cambogiano alla ricerca del famigerato Pol Pot, che s`era nascosto nella fittissima giungla tra i due Paesi. Tempo sprecato. L`Amico numero 1 - come lo chiamavano allora quand`era capo della Kampuchea Democratica - sarebbe riemerso anni dopo e solo pochi ebbero il privilegio d`incontrarlo. Un altro sogno - anche questo mai realizzato - era di raggiungere Poipet, la Sodoma-Gomorra della Cambogia e tuttora capitale dei gioco d`azzardo: un`industria che, secondo il ministero delle Finanze, ha contribuito al bilancio statale del 2006 con oltre 17 milioni di dollari. Nelle schiere delle prostitute a cinque stelle dei Casinò figurano, in quest`ordine, russe, cinesi, giapponesi, coreane, vietnamite e - ultime cambogiane -. I clienti più poveri, invece che al tavolo verde riservato ai «pescecani» asiatici, si accanivano scommettendo la camicia attorno all`arena dei galli da combattimento. Anche questa era terra di perdizione e di peccato dove Somaly Mam non avrebbe mai messo piede.





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