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MA NOI DONNE VERE DOVE SIAMO?

Confidenze - 12 marzo 2008 In tivù e pubblicità siamo sempre supersexy o angeli del focolare: modelli femminili lontani dalla realtà, ma ancora molto presenti. Un convegno fa il punto su come cambiare le cose di Elisa Pavan Sarà capitato anche a te, guardando una pubblicità, una fiction o un talk show, di dirti: ma io non sono così! Non sono magra, come le modelle; non ho quel sorriso esagerato quando porto in tavola i surgelati; non sono tanto emotiva o fragile, ma nemmeno arrogante come molti personaggi delle fiction. Già, però i modelli femminili cambiano più lentamente della nostra realtà. O, forse, non vogliono cambiare? E comunque, come possiamo controbattere a questa visione superata della donna? Se ne è discusso nel convegno Donne, innovazione e crescita, tenuto il 3 marzo presso l’Università Bocconi, al quale sono intervenute politiche e attrici, studiose e responsabili di marketing aziendali. Insieme, ovviamente, a esperti di sesso maschile. Ma che, stavolta, hanno cercato di vedere le cose dal nostro punto di vista. Gli spot: modelle o casalinghe Protagoniste delle pubblicità, sia su carta sia negli spot tivù, sono sempre le modelle: la bellezza persuade, il sesso fa vendere, sembrano pensare i pubblicitari. Però, per una donna normale confrontarsi con questi modelli è frustrante. Viene da chiedersi: perché non sono così? Ed è ovvio pensare che questo malcontento possa favorire, nelle ragazzine alle prese con il loro corpo che cambia, disturbi alimentari come anoressia e bulimia. Sempre più donne, però, davanti a modelli irraggiungibili, cominciano a reagire e a dirsi: non mi interessa essere così. “Considerano le modelle come Barbie ritoccate, troppo magre. E criticano le aziende che le propongono, perché fanno leva sulle insicurezze per vendere”, conferma Diego Rinallo, del Centro di ricerche mercati e Settori industriali della Bocconi. Ma qual è l’alternativa alla donna fatale dal profumo irresistibile? Dagli spot, sembra essere solo la mamma instancabile che prepara torte a ripetizione. Anche lei molto lontana dalla realtà. Ultimamente, però, assicura Milka Pogliani, presidente dell’agenzia pubblicitaria McCann-Erickson, le cose stanno cambiando anche in pubblicità: ci sono più donne tra i creativi, che pensano campagne più realistiche. “Per Fiat Idea, per esempio, abbiamo puntato sulle mamme lavoratrici che eseguono una danza maori prima della guerra che è ogni giornata”, ricorda Giovanni Perosino, direttore marketing e comunicazione del gruppo. In televisione, veline o vittime In tivù, le cose stanno diversamente? Mica tanto. Anzi, forse va peggio. Da una ricerca condotta sui programmi in onda in Rai nelle due settimane tra l’8 e il 14 aprile 2006 e il 15 e il 21 aprile 2007, risulta, per esempio, che le donne sono meno presenti degli uomini, sia nel dietro le quinte (con percentuali che variano dal 38% delle trasmissioni di attualità e d’intrattenimento al 10% di quelle d’informazione) sia nelle apparizioni in video. Inoltre, mentre gli uomini che vanno in tivù intervengono su economia, politica e giustizia, le donne sono chiamate per discutere di temi sociali, moda, costume o cronaca, oppure per raccontare testimonianze di violenza, malattia, malasanità (il 49% degli interventi è di questo tipo, contro il 25% di quelli degli uomini). Nei tg ci sono molte conduttrici, perché un viso carino in video fa piacere, ma le speaker donna restano il 36,4% contro il 63,3% dei maschi ed è raro trovare una giornalista ai vertici dei telegiornali. All’interno dei varietà, poi, spesso le donne sono puro contorno. “Ricordo la prima volta che andai in video”, commenta Serena Dandini, conduttrice di Parla con me, “mi riempirono di bigiotteria e mi sistemarono i capelli in modo ridicolo: rivedermi fu uno shock”. Da allora, Serena ha preteso di scegliere da sé come presentarsi. “Certo, anche la bellezza è un valore, quindi se una donna sceglie di andare in tivù in veste di velina o valletta, non c’è niente di male”. Però, l’importante è che ci sia spazio anche per donne che portano in televisione le loro competenze di esperte, per esempio. “La bella ragazza in mostra è un’eredità antica”, dice Giorgio Simonelli, docente di giornalismo radiotelevisivo presso l’Università Cattolica di Milano, “penso all’ombelico di Raffaella Carrà o alle gambe delle Kessler. Poi la presenza si è estesa ai giochi a quiz o agli show , in cui i conduttori sono sempre uomini. Certo, Maria De Filippi, Daria Bignardi e Simona Ventura sono donne e presentano. Ma cosa? Reality show in cui ricoprono ancora una volta il ruolo della padrona di casa, anche se in minigonna e scarpe con tacco 12”. Forse, però, le cose andranno meglio nelle fiction, visto che la presenza femminile è cruciale, secondo la ricerca Rai, nel 77,6% delle storie? Non tanto. I personaggi importanti, come Elisa di Rivombrosa, sono eroine fuori dal nostro tempo. A dominare le fiction sono marescialli, preti, commissari, affiancati da donne raramente protagoniste. Quando compare una signora potente, è un personaggio negativo. “La fiction italiana”, dice Milly Buonanno, docente di sociologia della comunicazione all’Università La Sapienza di Roma, “mette al centro il maschio, ma sbaglia. Bisognerebbe presentare non il mondo reale, ma uno scenario possibile, desiderabile, migliore”. I tentativi per innovare il genere ci sono già, come racconta l’autrice Paola Pascolini, che ha lavorato a serie come Un medico in famiglia, “ma è una strada lunga. Di recente, ho proposto una storia incentrata su un gruppo di donne sessantenni e mi hanno chiesto di ringiovanirle. Eppure, le sessantenni di oggi non girano con i capelli raccolti in una crocchia: sono quelle che hanno fatto il ’68, vanno ai concerti rock e sono piene di passioni!”. Come potranno cambiare le cose? “Solo se le donne avranno ruoli di potere”, dice Maria Pia Ammirati, capostruttura di Rai Uno, “sarà possibile gettare uno sguardo femminile nel sistema sul sistema della comunicazione televisiva, arricchendolo”. Poche anche al lavoro Perché le donne arrivino anche a ruoli di potere, però, bisognerebbe che, per prima cosa, trovassero lavoro. Invece, ancora sei milioni di italiane in età lavorativa sono fuori dal mercato. Ha un impiego solo il 46,3% (contro il 73,4% delle danesi, il 65,8% delle inglesi e il 53,2% delle spagnole, dati Censis del 2006) rispetto all’obiettivo del 60% entro il 2010 fissato dall’Unione europea. Questo dato, che è superiore solo a quello dell’isola di Malta, è dovuto in gran parte alla rinuncia delle donne a cercare lavoro, soprattutto al Sud e dopo una maternità o dopo i 45 anni. Se questo è il quadro è facile capire come mai nel 63% delle aziende quotate in borsa nessuna donna sieda nel consiglio di amministrazione e perché i vertici politici restino maschili: ministre e sottosegretarie sono il 20%, le deputate ancora meno (17%). Inoltre, le donne sono pagate in media il 9% meno degli uomini, perché “i datori di lavoro si aspettano dalle donne produttività ed efficienza inferiori, a causa degli impegni familiari”, spiega Anna Maria Tarantola, ragioniere generale della Banca d’Italia. “Ma questo è un circolo vizioso, perché una donna che vede scarsi riconoscimenti finisce per pensare che non valga la pena di dedicarsi alla carriera”. E così, comincia a impegnarsi di meno, rinunciando alla propria realizzazione e anche a portare sul lavoro la propria creatività. Penalizzare le donne, infatti, è un grave errore per l’economia del Paese. Il cambiamento, secondo il ministro Emma Bonino, dovrebbe avvenire su tre linee: “Prima di tutto, ci vorrebbero politiche per il lavoro femminile, come gli sgravi fiscali per assumere le giovani del Mezzogiorno, poi la costruzione di un sistema di welfare. E infine delle iniziative per aiutare le donne a conciliare lavoro fuori casa e cura della famiglia”.





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