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L’EUROPA NON E’ TREMONTISTA

Europa - 18 marzo 2008 di Franco Mosconi Si è fatto assai vivace il dibattito su costi e benefici della globalizzazione. Per Giulio Tremonti, autore del libro La paura e la speranza, sono maggiori i secondi dei primi. Non la pensano così, per esempio, Emma Bonino e Peter Mandelson, per restare nel campo riformista. I quali, nel rispondere sul Corriere della Sera alle tesi del principale ispiratore del programma del Pdl, sottolineano i perduranti vantaggi dell`apertura dei mercati, tratto caratteristico sia dell`economia italiana sia di quella europea nel suo complesso. Partiamo da una semplice constatazione: l`Unione europea è una potenza economica e commerciale di rilievo mondiale. Per pil totale ed esportazioni sopravanza gli stessi Stati Uniti; per pil pro-capite e produttività, invece, viene dopo il competitore americano; per presenza di grandi imprese, pur non esistendo un`unica graduatoria, è possibile affermare che l’Ue rivaleggia con gli Usa e la leadership dipende, soprattutto, dai settori industriali o dei servizi considerati. Lungo la frontiera tecnologica, per fare un esempio, scontiamo un certo ritardo nelle tecnologie dell`informazione e nelle scienze della vita. Una domanda di fondo emerge in tutta la sua forza. Sarebbero spiegabili questi successi al di fuori del processo di integrazione europea? Al di fuori, cioè, della crescente liberalizzazione degli scambi e del progressivo allargamento del mercato unico europeo con le sue "quattro libertà" di circolazione (beni, servizi, persone e capitali)? Per giudizio largamente condiviso la risposta è no: non sarebbero spiegabili questi successi, anche perché a sua volta l`Europa unita è stata protagonista attiva della più ampia liberalizzazione degli scambi a livello mondiale. Di più: alla forza intrinseca dell`Ue come potenza commerciale mondiale ha fatto riscontro una sua evoluzione istituzionale, nel senso che è stata accentrata al livello comunitario la competenza per la politica commerciale. Naturalmente, l`Ue, a dispetto dei suoi innegabili successi economici, si trova oggi a dover fronteggiare sfide di non breve momento. La fotografia della ricchezza è, per definizione, statica e sin dall`ottobre 2003 - con la pubblicazione dello studio di Goldman Sachs sui “paesi Bric” (Brasile, Russia, India e Cina) - sappiamo che i prossimi decenni vedranno un profondo rimescolamento di carte. Se nel 2000 il pil del G6 era ancora enormemente superiore (oltre sette volte) a quello del Bric, molto diversa diventerà man mano la situazione. Nel 2050, secondo i calcoli della banca d`affari americana, il G6 avrà un volto del tutto diverso da quello di quesf inizio di secolo e, accanto a Usa e Giappone, al posto dei quattro paesi europei (Germania, Regno Unito, Francia e Italia) vi saranno, appunto, i quattro Bric. Questo rischio di una progressiva perdita di (relativa) importanza dell`Europa nell`economia globale non racconta tutta la storia. Per l’Ue, infatti, c`è anche un problema di governante nel dominio della politica economica estera: qui, essa è una «potenza frammentata» (fragmented power), per dirla con la definizione usata dagli studiosi di Bruegel, il centro studi di Bruxelles presieduto da Mario Monti. Politica commerciale, politica della concorrenza e tasso di cambio dell`euro - è l`argomentazione - sono le uniche aree dove l`Ue ha «competenza esclusiva». Ma vi sono altre aree di policy, sempre secondo la proposta di Bruegel, che abbisognano di un diverso assetto istituzionale «affinché l`Europa possa parlare con un`unica voce»: ad esempio, sicurezza degli approvvigionamenti energetici e migrazione. Queste proposte - e altre che si potrebbero citare, come quelle evocate nei giorni scorsi da Renato Ruggiero sul Sole 24 Ore - volte a rafforzare e migliorare la dimensione sopranazionale dell`azione di governo, hanno un profilo istituzionale. E le scadenze del Trattato di Riforma firmato a Lisbona nel 2007 introducono alcune novità di rilievo. Ma altrettanto importante è la questione delle risorse disponibili per rafforzare e migliorare le politiche europee. Sia Francesco Giavazzi che Guido Tabellini hanno giustamente chiamato in causa la politica agricola comune (Pac), che vale ancor`oggi circa il 40 per cento del budget comunitario. Chissà che i tempi non siano maturi per rilanciare il «Rapporto Sapir» (Europa, un`agenda per la crescita), voluto nel 2002-2003 dall`allora presidente della commissione europea Romano Prodi. In particolare, la proposta di riorganizzare il bilancio dell`Ue intorno a tre nuovi strumenti: (1) «un fondo per la crescita economica (R&S, innovazione, istruzione e formazione, infrastrutture)»; (2) «un fondo di convergenza destinato ad aiutare i paesi a basso reddito nel loro recupero rispetto agli altri»; (3) «un fondo di ristrutturazione» (aiuti al settore agricolo e aiuti a tutte le categorie di lavoratori in esubero). Valendo il totale di queste misure economiche e sociali l`1 per cento del pil dell`Ue, André Sapir e i suoi co-autori proponevano una distribuzione cosiffatta per i tre fondi: 0,45, 0,35, 0,20. Una vera rivoluzione rispetto allo status quo. Insomma, di Europa e di politica estera si è finalmente iniziato a parlare in questa campagna elettorale; poi, il prossimo anno, arriverà quella perle europee. Il tempo sembra propizio per provare un rilancio. I programmi non sono tutti uguali, e sta soprattutto al Pd consolidare una piattaforma capace di rafforzare e migliorare quel "vincolo europeo” che, dagli anni `50 in poi, ha costellato i momenti più alti della politica italiana.





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