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DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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VIA CON LE PROMOZIONI

Panorama Economy - 17 aprile 2008 di Gianluca Ferraris “Se ci sono malfattori, vanno puniti: ma per chiunque lavori onestamente nell’alimentare, generalizzazioni e approssimazioni sono inaccettabili”. Emma Bonino, ministro per il Commercio internazionale, è durissima. Però non crede alla tesi del complotto internazionale: semmai, accusa la “superficialità” di certi scandali “fatti in casa”, che inevitabilmente diventano boomerang mondiali. Ministro Bonino, l’alimentare italiano è sotto attacco? Non sarei così drastica. Il made in Italy, soprattutto nel campo agroalimentare, regge la sfida della globalizzazione grazie a livelli d’eccellenza riconosciuti in tutto il mondo. Prendiamo il vino. Il 2007 è stato un anno record per le esportazioni: il 7,8% in più, che vuol dire oltre 3,5 miliardi di euro. Questi risultati mettono i nostri prodotti al centro dell’attenzione dei nostri concorrenti. Ma gli scandali non potrebbero essere un capitolo della “guerra commerciale” con chi vive di export alimentare e vinicolo come noi, per esempio la Francia? Non credo ai complotti non dimostrati. Penso, invece, che ci facciamo spesso del male da soli. Il caso del vino è eclatante. La copertina dell’Espresso esce il giorno dell’inaugurazione del Vinitaly, con il risultato – spero non l’obiettivo – di colpire un intero settore in modo indiscriminato. Poi il caso è rientrato, ma quel danno d’immagine i produttori e il “Sistema Italia” rischiano di pagarlo caro. All’estero, il made in Italy è sinonimo di alta qualità. Sarebbe bene che ce ne convincessimo anche noi. Come si esce da questa situazione? Ripeto, più che questi fuochi di paglia spesso alimentati da un giornalismo ridondante, mi sembra siano altri i problemi. L’euro ormai sfiora un rapporto di 1,60 con il dollaro. Il petrolio ha superato i 110 dollari al barile. Credo siano questi i veri problemi da affrontare per evitare che vadano in subbuglio tutti i mercati, vecchi e nuovi. Sono problemi complessi: ma vanno affrontati senza paura, senza steccati, senza impulsi protezionistici che finirebbero per fare solo male all’economia di chi li pratica. L’autarchia è meglio relegarla ai libri di storia. Cosa si può fare all’Organizzazione del commercio mondiale e a Bruxelles? Siamo molto impegnati nella dura battaglia per dare più tutela alle indicazioni geografiche. E’ un tema che sta a cuore all’Italia e ad altri Paesi europei: Francia, Spagna, Grecia, là dove esistono produzioni tipiche da tutelare. Questa è da tempo la nostra posizione nel negoziato sull’agricoltura all’Omc ma, nonostante l’appoggio acquisito nell’Unione europea, non è facile farla passare. Ci siamo riusciti per gli alcolici e il vino, dove si è creata una lista specifica. Stiamo tentando di imporre il tema anche per prodotti dell’agroalimentare, ma la proposta fatica a maturare. Lei ha detto che nella promozione internazionale “dobbiamo avere il coraggio di fare più sistema”. Questo vale anche per l’agroalimentare? Certamente. Fare sistema è sempre l’elemento principale, costitutivo di un Paese che vuole conquistare nuovi mercati internazionali. Nell’agroalimentare è ancora più difficile perché spesso le Regioni e perfino i Comuni dimenticano di fare parte di un Paese più grande e si lanciano in iniziative promozionali di produzioni locali che non possono fare breccia sui grandi mercati di consumo. Nel commercio estero è fondamentale una cabina di regia nazionale, un ministero che sia in grado di stabilire linee guida, magari pluriennali. Noi ci abbiamo provato e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Quanto a fare sistema con tutti gli attori locali, direi che siamo arrivati a metà dell’opera. Nella promozione, a parte i fondi, quali sono i gap da colmare? Le risorse, ovviamente, non sono un optional. “Senza soldi non si cantano messe” e ancora meno si realizzano campagne. Per questo ho promosso un’inversione di tendenza e per la prima volta da molti anni abbiamo aumentato i fondi a disposizione in questo settore. Si tratta di circa 165milioni di euro, sempre pochi se paragonati ai 400 della Gran Bretagna, ma preziosi per favorire sinergie ed evitare duplicazioni inutili. Con risorse adeguate, e la determinazione a fare sistema, il nostro modello promozionale non teme confronti.





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