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BIRMANIA, AIUTI GIUSTI NELLE MANI SBAGLIATE

Panorama Economy - 16 maggio 2008 di Anna Momigliano «Quando si impedisce l`ingresso alle organizzazioni internazionali e ai media, il rischio che gli aiuti umanitari finiscano in mani sbagliate è una certezza». Emma Bonino, ex ministro del Commercio internazionale, critica con durezza il caso degli aiuti alla Birmania, flagellata dal tifone Nargis venerdì 2 maggio. E l`esponente radicale sa bene di che cosa parla: «O trasparenza o sciacallaggio: in tutte le crisi umanitarie che ho conosciuto questa è sempre stata la costante». Si gioca tutta qui, del resto, la drammatica partita birmana. «A loro non importa se moriamo come mosche» racconta all`agenzia Associated Press un sopravvissuto. «Loro» sono i generali che da più di 40 anni fanno della Birmania (da loro ribattezzata «Myanmar») uno dei regimi comunisti più repressivi del mondo. E che finora hanno messo i bastoni tra le ruote degli aiuti internazionali, nonostante l`emergenza: il bilancio ufficiale, quello fornito dal regime, è di 23 mila morti e 42 mila dispersi. Secondo le stime occidentali, però, i morti potrebbero essere 100 mila e più di 1,5 milione i birmani senza cibo e acqua, e a rischio di epidemie. Dal 2 maggio sono trascorsi sei giorni prima che il primo volo carico di aiuti umanitari potesse prendere terra nella capitale Rangoon. Il governo militare, diffidente nei confronti di qualsiasi cosa provenga dall`esterno (e preoccupato soprattutto per il referendum-farsa che nel weekend del 10 e 11 maggio ha confermato la legittimità del regime), ha negato visti e autorizzazioni: a un volo Onu decollato dal Qatar non è stato permesso di atterrare; un carico dell`Organizzazione non governativa americana UsAid è bloccato in un aeroporto thailandese addirittura fino al 12 maggio. Il risultato? Quando gli aiuti sono cominciati ad arrivare era troppo tardi: «La tempestività è fondamentale» racconta a Economy Gianni Rufini, esperto di aiuto umanitario e docente alla Sapienza e alla Bocconi. «L`acqua potabile deve raggiungere le popolazioni disastrate entro 24 ore, massimo 48: altrimenti la gente comincia a bere acqua contaminata e si diffonde il colera». Che è poi quello che si sta già verificando in Birmania. «Quanto al cibo e alle vaccinazioni, devono arrivare al massimo entro una settimana». Ma il regime birmano non ne ha voluto sapere. Per oltre una settimana la sua linea ufficiale è stata: frontiere aperte (in teoria) alle confezioni di cibo, ma chiuse al personale umanitario. Una vera, doppia follia. Perché, data la gravità della situazione, neppure il più efficiente e onesto dei governi sarebbe in grado di fare fronte all`emergenza senza un aiuto esterno. E poi perché la giunta birmana non ha nulla di efficiente: «Sono stati completamente fermi per tre giorni» fa notare Rufini. Ma anche l`onestà è in dubbio, se è vero che il portavoce del Programma alimentare mondiale (Pam) delle Nazioni Unite, Paul Risley, accusa i generali di essersi impossessati di due carichi di gallette ad alto contenuto energetico destinati alla popolazione affamata: «Anziché ai villaggi, quel cibo ora è a marcire nei depositi» sostiene Risley. BLOCCATI ALLE FRONTIERE. Eppure la gara di solidarietà era partita fin da subito: l`Italia ha promesso i milione di euro in aiuti, la Commissione europea 2, la Gran Bretagna addirittura 6. Invece i colossi del soccorso umanitario (Croce rossa, Pam, Onu, UsAid) sono rimasti bloccati alle frontiere. Così, mentre i grandi restano fuori dalla Birmania, solo i piccoli possono lavorare: «Solo chi aveva già uomini in Birmania è riuscito a fare qualcosa nei primi giorni» dice a Economy Silvia Stefanoni, vicepresidente di HelpAge International, una delle poche ong con uno staff consistente nel Paese. Con 300 operatori, quasi tutti birmani, insieme con l`organizzazione confessionale Young Men`s Christian Association, e con un budget di sole 30 mila sterline (meno di 38 mila euro), HelpAge ha organizzato cucine da campo e distribuito compresse igienizzanti per potabilizzare l`acqua in tre delle aree più colpite. «L`obiettivo è raggiungere 10 mila famiglie» conclude Stefanoni. Un`iniziativa lodevole, che però resterà una goccia nell`oceano fino a quando il regime non aprirà le porte. E le stellette smetteranno di stare a guardare. O mangiare. LA STRANA LEZIONE DEL DISASTRO ASIATICO DEL DICEMBRE 2004 E sullo tsunami balla 1 miliardo di dollari-fantasma Allo tsunami del dicembre 2004, che devastò i Paesi lungo la costa dell`Oceano Indiano, è seguito il più grande impegno umanitario internazionale della storia. Non sono mancate però le polemiche: non tutte le promesse sono state mantenute. Secondo un dossier pubblicato dall`agenzia giornalistica lettera 22, «dei circa 7 miliardi di dollari promessi dai governi e dalle istituzioni internazionali, nel 2005 sono stati effettivamente stanziati poco meno di sei miliardi». Il «miliardo mancante» riguarda però le donazioni dei governi, non dei privati, come sottolinea Emma Bonino, che fu uno dei «garanti» per le donazioni italiane via cellulare: «Per quanto riguarda gli oltre 53 milioni raccolti via sms» dice a Economy«posso affermare che a beneficiarne siano state le popolazioni colpite dallo tsunami». Secondo gli esperti il vero problema fu un altro: «Di soldi semmai ce n`erano troppi. Anzi l`abbondanza ha spinto le varie organizzazioni non umanitarie a sottovalutare l`importanza dei coordinamento, una mancanza gravissima» sostiene Gianni Rufini, esperto di aiuti umanitari. Che però aggiunge: «Non credo l`errore si ripeterà, dallo tsunami abbiamo imparato». Quanto alla Birmania, magari il problema fosse il coordinamento: «La questione è un`altra: qui c`è un regime che nega l`accesso, perfino di fronte a centinaia di migliaia di vittime civili» dice Bonino.





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