sito in fase di manutenzione: alcuni contenuti potrebbero non essere aggiornati
 
 settembre 2019 
LunMarMerGioVenSabDom
 1
2345678
9101112131415
16171819202122
23242526272829
30 
CAMPAGNE
MISSIONI

CERCA:

Ministero degli Affari Esteri

Living together - Combining diversity and freedom in 21st-century Europe [Report of the Group of Eminent Persons of the Council of Europe] PDF DOWNLOAD >>

DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

Cookie Policy

>> Slobodna Dalmacija


EMMA BONINO, LEADER DEI RADICALI ITALIANI AL PARLAMENTO EUROPEO ED EX COMMISSARIA UE

Senol Selimovic L'Europa condannata alla difensiva In piena campagna elettorale per il rinnovamento del Parlamento europeo, la famosa leader del Partito Radicale Transnazionale ed ex-Commissaria europea, la 56-enne italiana Emma Bonino, ha concesso questa intervista alla Slobodna. Negli ultimi giorni alcune sue dichiarazioni, come quella che chiede le dimissioni del ministro americano della difesa Rumsfeld, hanno ricordato all’opinione europea il carattere controverso della “donna politica di ferro” come venne chiamata in Italia negli anni 70 quando si impegnò per la legalizzazione dell’aborto e delle droghe leggere. La radicale senza compromessia fu arrestata due volte per le sue azioni politiche: nel 1975 in Italia per aver fondato il Centro di sterilizzazione e aborto, e nel 1997 in Afghanistan quando i telebani la fermarono in un ospedale durante una missione umanitaria europea. Come valuta il recente allargamento dell'UE a dieci nuovi membri? Tralasciando Cipro e Malta per il momento, reputo positivamente la politica dell’allargamento ad est perché si è sostanzialmente trattata dell’unica politica “proattiva” condotta dall’Unione europea dalla caduta del muro di Berlino nel 1989 in poi, nel senso di potenziamento e di promozione di un sistema di diritti, d’istituzioni, di regole e di libertà cui possiamo sperare di affidare l’evoluzione pacifica dei nostri paesi. Per questo – lo dico subito – la scelta di rinviare alle calende greche la piena libertà di circolazione nell’Unione dei lavoratori che sono diventati cittadini europei lo scorso primo maggio la trovo un colossale errore che stride con il buon senso, prima ancora che con la razionalità economica e la lealtà di un’Europa del diritto e della libertà: viste come stanno le cose si dovrà ipotizzare una fattispecie finora sconosciuta, quella del “lavoratore comunitario clandestino”! Lei vede anche delle manifestazioni negative rispetto all'allargamento dell'UE? Proprio per questi aspetti positivi, tengo a sottolineare un colossale errore che e’ stato commesso in questa Europa allargata. La scelta di rinviare alle calende greche la piena libertà di circolazione nell’Unione dei lavoratori che sono diventati cittadini europei lo scorso primo maggio stride con il buon senso, prima ancora che con la razionalità economica e la lealtà di un’Europa del diritto e della libertà: viste come stanno le cose si dovrà ipotizzare una fattispecie finora sconosciuta, quella del “lavoratore comunitario clandestino”! Secondo lei quale sarà il problema maggiore del funzionamento efficace di un'associazione così massiccia composta da 25 membri? Già da molto tempo va di moda dire che il problema dell’UE è che non ha una politica estera comune. Ebbene l’Europa una politica estera comune ce l’ha, e da tempo: è la PAC, la politica agricola comune. E la PAC è, e sarà, il problema principale e più importante dell’UE. Com’è noto, metà del bilancio comunitario – più di 50 miliardi di euro - è utilizzato per finanziare la PAC, vale a dire un sistema di sussidi e di protezionismi agricoli, non solo costosissimo per i consumatori europei, ma che mortifica le speranze di affrancamento dalla povertà per centinaia di milioni di produttori dei paesi poveri e che costringe perennemente l’UE ad essere sulla difensiva, per esempio nei negoziati in sede OMC. Ed è qui che subentra l’aspetto di politica estera perché la politica commerciale, essendo una delle poche politiche pienamente comunitarie – di un’Europa “gigante economico” occorre ricordare – potrebbe essere una leva importante per la credibilità dell’Unione sul piano politico-diplomatico internazionale. Invece, proprio a causa del protezionismo agricolo, è uno dei maggiori talloni d’Achille, fattore di debolezza anziché di forza. I radicali offrono un’alternativa a questa politica europea? Ai miei occhi la PAC rappresenta il paradigma di un’Europa che, pur di fronte ai paventati rischi di declino, non ha il coraggio, la fantasia e la forza di rinnovarsi. Per questo noi radicali chiediamo, da tempo e con forza, l’eliminazione dal bilancio comunitario delle spese agricole e la loro sostituzione con spese per la ricerca, l’innovazione e le infrastrutture. Quali sono le posizioni dei radicali italiani al Parlamento europeo rispetto ad un prossimo allargamento dell'Unione che riguarderebbe i paesi dei Balcani occidentali? Le ricordo che noi radicali già nel 1983 chiedevamo l’ingresso dell’allora Jugoslavia nella Comunità europea. Poi, all’inizio del 1995, quando la guerra ancora imperversava nei Balcani, lanciammo la campagna per l’entrata immediata della Bosnia nell’Unione europea. Ricordo ancora la manifestazione che facemmo (io ero già Commissaria europea!) a Cannes, nel giugno di quell’anno, in occasione del Vertice dei Capi di Stato e di governo. Certo, il contesto politico era diverso, ma questo per dire come il problema ci è presente da tanti anni. Oggi noi siamo favorevoli ad ulteriori allargamenti, non limitandoci a guardare alla mappa geografica o, come si dice, ad un’Europa “dall’Atlantico agli Urali”, ma includendo tutti quei paesi dell’area che praticano la democrazia, la libertà e lo stato di diritto. Per questo noi pensiamo che l’adesione dei paesi balcanici sia molto importante per l’avvenire dell’Europa, ma anche di una Turchia laica e democratica e, per rimanere nel mediterraneo, di Israele. Il leader del vostro partito Marco Pannella ha espresso apertamente le simpatie verso la Croazia durante l'aggressione serba contro questo paese. Come valuta oggi i progressi della Croazia e il suo avvicinamento all'UE rispetto ad altri paesi della regione? Ho visitato la Croazia tante volte, sia come leader radicale sia come Commissaria europea. Nel 1991 abbiamo tenuto una sessione del Consiglio Federale del Partito Radicale a Zagabria e, due anni fa, il Presidente della Croazia mi ha fatto l’onore di conferirmi l’ “Ordine del Principe Branimir” per il mio contributo – cito – “all’indipendenza della Croazia e per la promozione della democrazia”. Posso quindi apprezzare pienamente i cambiamenti e le riforme che sono stati portati avanti in questi anni. In questo senso, penso che la Croazia disponga di molti atouts, di un grande potenziale in diversi settori economici, rispetto anche al resto dei Balcani. La Croazia ha ottenuto recentemente l'opinione positiva da parte della Commissione europea ed attende lo status di paese candidato il prossimo giugno. Che cosa suggerirebbe al governo croato in questo momento delicato dell'avvicinamento del paese all'UE? L’Unione europea, a partire dal Consiglio europeo di Salonicco, si è fortemente impegnata a condurre tutti i passi necessari per consentire ai paesi balcanici una rapida adesione. Credo che in questa fase sia importante per la Croazia abbandonare ogni unilateralismo e accettare il più possibile il dialogo multilaterale, che poi è il metodo comunitario. Mi riferisco a tutti i contenziosi ancora aperti, siano quello riguardante le questioni dei beni degli esuli italiani oppure quelli della definizione dei confini con l’Italia (fondo marino) e con la Slovenia (acque territoriali nel golfo di Pirano), paese che fa oramai parte dell’Unione europea. Riguardo invece alla collaborazione con il Tribunale internazionale dell’Aja, non penso che alcuni Paesi membri (come Gran Bretagna e Paesi Bassi) possano continuare a porre delle pregiudiziali: la Croazia deve solo continuare a dimostrare il suo impegno in questo senso. In conclusione, come immagina l'Europa del 21° secolo? Quali idee e questioni saranno dominanti nel futuro dell' Europa? La discussione attorno all’Europa che verrà, innanzitutto sotto il profilo istituzionale, ha occupato i mesi scorsi e occuperà anche quelli a venire. Su questo punto, è chiaro, si giocherà buona parte del futuro dell’Unione europea, della sua adeguatezza alle sfide epocali che, letteralmente, ci si pongono innanzi. A mio avviso, all’Europa di oggi, occorre una forte spinta innovativa, una spallata radicale che le faccia ritrovare un’anima, una capacità d’iniziativa che la sottragga alla condanna di essere un’entità geografica o poco più. L’Europa del 21° secolo non deve aspirare di diventare Superstato, ma governo di Stati; non un periferico concertino di medie e piccole potenze, ma trasformarsi in un vero soggetto politico. Tante sono le sfide che l’Europa potrebbe raccogliere con ambizione, altrettante sono oggi le sue reticenze, i suoi timori, le sue esitazioni. Si sprecano le analisi sul declino europeo, si declamano gli obiettivi altisonanti di Lisbona, si dichiara di riconoscere la necessità di adeguarsi alla sfida cinese o indiana: ritengo siano una lunga serie di vuoti proclami se non si trova la forza d’imprimere una svolta radicale alla routine di una blanda gestione dell’esistente.





Altri articoli su:
[ Unione Europea ] [ Allargamento ] [ Ex-Jugoslavia ]

Comunicati su:
[ Unione Europea ] [ Allargamento ] [ Ex-Jugoslavia ]

Interventi su:
[ Unione Europea ] [ Allargamento ] [ Ex-Jugoslavia ]


- WebSite Info