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RELAZIONE DI DIEGO GAVAGNIN

Ritorno al nucleare. Conviene? Risolve? Nucleare e libero mercato Roma, 11 luglio 2008 Nonostante gravi errori del disegno di mercato e difficoltà nell’attuazione delle liberalizzazioni il sistema energetico italiano, in particolare per la parte elettrica, è avviato in un processo virtuoso di concorrenzialità ed efficienza basato su libere scelte imprenditoriali. La principale libertà concessa 9 anni fa riguarda la scelta delle fonti energetiche, lasciata alle imprese e sottoposta a semplice autorizzazione e valutazione di compatibilità ambientale. Il ritorno a scelte politiche sulle fonti energetiche imposte dall’alto introduce una grave distorsione in grado di bloccare il processo virtuoso in atto, incidere sulla trasparenza e la regolarità del mercato, oltre che generare stranded cost (possibile spiazzamento altri impianti per motivi non di mercato). Il rischio è di tornare al dirigismo di Stato che ha caratterizzato la politica energetica nazionale fino al 1992, quando Amato decise la trasformazione degli Enti di Stato in Spa avviando il grande cambiamento. Le conseguenze delle decisioni politiche sull’energia fino ad allora sono quelle che paghiamo ancora oggi e sono sotto gli occhi di tutti in termini di minore sicurezza, indipendenza e maggiori costi. Non va scordato infatti che con la chiusura in Italia del nucleare il referendum c’entra molto poco. Il referendum è stato possibile perché il nucleare non c’era, se no non sarebbe stato neanche proposto. E il nucleare non c’era perché la scelta di fondo fu l’uso del petrolio per fare l’elettricità e l’industria nucleare debole e divisa tra pubblico e privato non seppe imporsi. Tutto questo va ricordato se si intende percorrere la stessa strada di allora. Ciò non vuol dire no al nucleare, semplicemente che deve essere una libera scelta delle imprese. Lo Stato deve garantire, così come per ogni altro settore industriale, l’humus adatto in termini di ricerca e qualità di tecnici ed esperti - necessari in ogni caso -, di qualità e stabilità delle regole, capacità di analisi e controlli ambientali e di sicurezza. Punto. Nessuno meglio dell’imprenditore che rischia capitali propri o delle banche che glieli imprestano sa giudicare la validità di una scelta impreditoriale di questo tipo. E più rischia capitali propri e più sarà interessato al rispetto di tempi, sicurezza dell’impianto, etc. Il costo della produzione è un suo problema, perché da questo dipenderanno i ricavi. E il problema per la politica non è più il costo dell’energia prodotta, ma il prezzo, e questo dipende dalla concorrenza. E’ quindi impensabile consorziare le imprese maggiori in un unico progetto di impianti, prchè il risultato non potrebbe che essere l’allineamento al prezzo del primo impianto a gas che entra in funzione durante il giorno. A meno di non voler tornare a prezzi amministrati, ma in quel caso bisogna garantire molti utili per sostenere i corsi azionari (ed è impensabile il riacquisto delle imprese privatizzate da parte degli Stati). Siamo poi sicuri che oggi il problema principale dell’Italia in Europa sia il mix delle fonti e non invece la limitatezza delle reti?





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