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Living together - Combining diversity and freedom in 21st-century Europe [Report of the Group of Eminent Persons of the Council of Europe] PDF DOWNLOAD >>

DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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INTERVENTO DI ALBERTO CLO

Ritorno al nucleare. Conviene? Risolve? Roma, 11 luglio 2008 “Partire col piede giusto” penso sia la prima condizione per riaprire nei fatti una concreta prospettiva di rientro del nostro paese nel nucleare. Non mi sembra proprio che ciò stia avvenendo così che l’amara esperienza del passato non sembra essere servita proprio a nulla. Allo stesso modo con cui venti anni fa si uscì dal nucleare, si è ripreso a parlarne – da entrambi le sponde – da posizioni politico-ideologiche lontane ed estranee alle questioni di merito che si devono affrontare. Come in un consunto remake, l’orologio sembra essere tornato alla stucchevole conta dei favorevoli/contrari, sì/no, amici/nemici; no grazie/si grazie del nucleare. Col paradosso tutto italiano che tra i presunti sostenitori si annidano molti di coloro che contribuirono ad affossarlo o che democristianamente se ne lavarono le mani, mentre tra i secondi vengono annoverati taluni di coloro, come chi vi parla, che si batterono perché questo non accadesse. Ancora una volta, il dibattito è infarcito di mezze verità, forzature, confusioni, ignoranza, disinformazione. In una parola: faziosità, con la pretesa poi che l’opinione pubblica si dimostri avvertita, consapevole, ben disposta. Ogni iniziativa che sfugga alla ‘trappola’ della faziosità è quindi utile e benvenuta. Ed è proprio per questo che ho accettato l’invito di Emma Bonino, che ho sempre avuto in grandissima stima. Cosa intendo dire con ‘partire col piede giusto’? Tre condizioni: aver chiaro di che cosa stiamo esattamente parlando: in un contesto istituzionale completamente diverso da quello di 20 anni fa: ove a decidere se investire o meno nel nucleare non è affatto lo Stato, ma le imprese, con precisi limiti e regole che ci vincolano all’Europa e che non ci consentano piena libertà di azione, semmai la avessimo. Dalle cose che si sentono e leggono non mi sembra proprio che questa condizione possa dirsi avverata; aver chiaro lo stato dell’arte di quel che è rimasto del nucleare all’italiana dopo 20 anni di cessazione d’ogni attività. A leggere i giornali sembrerebbe che l’Italia sia in grado di far vedere i sorci verdi ai francesi: forte nella ricerca, fortissima nel controllo delle tecnologie (con nostre imprese che starebbero addirittura costruendo centrali della IV e forse V generazione), superbi nel manifatturiero e via andare. Farla facile, sottovalutare, nascondere i problemi è il peggior servizio che si possa fare al nucleare e la dimostrazione che la sua ri-proposizione è strumentale ad interessi politici, così come lo fu il suo abbandono. aver chiaro il percorso metodologico, programmatico, decisionale che indichi quel che si intende fare, quali finalità perseguire, in quali tempi, chi fa che cosa. Un solo esempio: come incastrare il nucleare nel quadro previsivo (non già programmatico) nei prossimi decenni (ammesso e non concesso lo si riesca a realizzare), ove si tenga conto degli impegni sottoscritti con l’Unione al 2020? Perché se si riduce la domanda elettrica del 20% (che resta così stabile a 354 miliardi kWh); si aumenta la quota delle rinnovabili al 20% sul consumo primario ( 40% sulla produzione elettrica: 140 miliardi); si aggiunge la potenza a carbone (15%: 44 miliardi); si aggiunge la quotaobiettivo del nucleare (25%, 90 miliardi), resterebbero per il metano nemmeno 60 miliardi di kWh: ¼ del dato tendenziale e circa 1/3 della produzione attuale. Morale: non bisognerebbe aumentare di 1 solo metro cubo l’offerta di metano. Zero rigassificatori. Zero gasdotti. Confesso, con tutta sincerità, che vivo questo remake con molto poca serenità d’animo. Chicco Testa ne sa qualcosa e me ne rammarico. Capisco che personalizzare non si addica alla politica, ma non appartenendovi continuo a personalizzare e molto. Dello scontro del 1987, prima alla Conferenza di Roma poi col referendum, porto una memoria indelebile. Non tanto per gli attacchi anche divertenti che subii: il Manifesto non sapendo più di che accusarmi arrivò ad insinuare, pensando allora che fosse la peggior offesa, che ero addirittura “cognato di Prodi”: allora presidente dell’IRI. Mi fecero molto di più arrabbiare gli attacchi a persone come Umberto Colombo, Felice Ippolito, Edoardo Amaldi, Nino Andreatta (dottor Stranamore), dileggiati da chi oggi sostiene le loro stesse cose. Più umiltà e meno parole non avrebbero fatto male. Di quelle vicende mi è rimasta, in positivo, anche la memoria del modo in cui Marco Pannella sparigliò le schiere degli antinuclearisti “senza se e senza ma”, presentandosi il secondo giorno della Conferenza di Roma il 26 febbraio 2007 dichiarando: Intorno abbiamo 150 centrali atomiche. Non saranno due di più a cambiare le cose. Ha ragione Felice Ippolito: basta con le chiacchiere e con le pregiudiziali ideologiche, passiamo ai fatti. Costruiamo due centrali nucleari, ma in cambio i radicali chiedono che entro un anno si investa seriamente nelle energie alternative e nel risparmio energetico. Non si fecero né le une né le altre. Felice, che aveva sofferto molto in quella vicenda per gli attacchi infami che ricevette, rimase sorpreso. Lo vidi sorridere per la prima volta dopo molti giorni (slide). Non me lo sono dimenticato. Toltomi qualche sasso dalle scarpe (ne serbo molti altri), vorrei partire da una dichiarazioni di principio per chiarire da che parte sto. Non ho alcuna pregiudiziale contro il nucleare: unica fonte a zero emissioni, zero dipendenza estera, conveniente anche se solo nel lunghissimo termine. Al contempo, proprio perché nuclearista, sono consapevole delle difficoltà d’ordine sociale, politico, economico che incontra. Non tenervi conto, per darvi adeguate risposte, significa di fatto impedire ogni rientro. Di illusioni in passato ne abbiamo patite troppe per alimentarne di altre in futuro. Sono consapevole anche del fatto che alla prova della storia lo sviluppo del nucleare ha è stato ben lontano da quello che sognavano i suoi padri fondatori. A ben vedere è stato un fenomeno di breve durata (l’80% delle centrali costruito tra 1965 e 1985), adottato in un ristretto numero di paesi (31 su 193); con effetti non indifferenti ma relativamente contenuti nel bilancio energetico mondiale: 5° nella classifica delle fonti, col 6,3%, dopo petrolio, carbone, metano, biomasse. Ritengo, comunque, sia errato ritenere che l’era nucleare abbia esaurito le sue potenzialità e che il mondo possa farne senza. Il nucleare è insieme opportunità e rischio del mondo moderno: una sua contraddizione interna più che un impedimento al suo progresso. Rinunciarvi è non meno erroneo che credervi acriticamente. E' possibile, quindi, e a quali condizioni per noi rientravi? E’possibile realizzare nuove centrali in un contesto di mercato per abbattere l’enorme svantaggio competitivo di cui soffriamo verso il resto d’Europa? E’ possibile riannodare le fila d’un sapere scientifico, progettuale, manifatturiero, gestionale che conobbe punte di eccellenza – fummo tra i primi paesi ad entrarvi ed i primi ad uscirne – che è andato progressivamente e sciaguratamente disperso? Sostenere il contrario, magnificare le nostre capacità, adombrare la possibilità concreta di rientrare nel giro di 5-8 anni, dopo che sino a poco tempo fa si parlava di 20-30 – carta canta! – è creare errate aspettative, tracciare ipotesi programmatiche insostenibili, accrescere l’incertezza sul nostro futuro energetico, rischiare di gettare altro denaro dopo le decine di miliardi euro che ancora ci pesano. Sostenere che il nucleare è in ottima salute, che la rinascita è prossima, che non vi sono difficoltà è essere nei fatti antinuclearisti o falsi nuclearisti! La risposta a tali quesiti è molto ma molto più complessa di quanto emerga dal confuso dibattito di questi giorni. Ad una scelta politica che può anche condividersi, si sono fornite risposte, da sponde contrapposte, d’altra natura. Spesso costruite sul nulla. Da una parte, a magnificare le virtù del nucleare. Dall’altra, a sostenere che il nucleare è inutile perché un pò di sole, mare, vento darebbero lo stesso contributo di elettricità. Esattamente come 20 anni, quando si sosteneva – Chicco Testa lo rammenterà bene perché i documenti della Lega Ambiente erano su questo punto i più drastici – che il nucleare in Italia e nel mondo più che dannoso era inutile, perché la domanda di energia ed elettrica sarebbe letteralmente crollata (p.118), all’opposto delle previsioni, avveratesi, contenute nella relazione della Commissione Baffi che toccò a me di scrivere. E’ mia opinione che, allo stato delle cose e a disastro compiuto, il rientro nel nucleare non possa che realizzarsi in un’ottica di lungo periodo e in una dimensione internazionale, e non come concreta e ravvicinata possibilità di ridurre i costi medi dell’elettricità in modo significativo. A parte il fatto che per ottenerlo bisognerebbe realizzare molte centrali – almeno 5 da 1.000 MWe per ridurre grosso modo il costo di generazione del 5%, pari al 3% nei prezzi finali, ammesso e non concesso che il minor costo andrebbe poi a beneficio dei consumatori e non delle imprese – concorrono ad impedirlo, al di là delle ragioni di accettabilità sociale, altre non meno rilevanti di carattere economico: la logica, le convenienze, i meccanismi di mercato che governano oggi i processi decisori delle imprese. E’ proprio il mercato che spiega l’innegabile impasse in cui il nucleare versa – checché se ne dica – nell’intero mondo industrializzato. Sulle 35 centrali attualmente in costruzione nel mondo (di cui 13 bloccate), 20 sono nei paesi emergenti (in regimi per lo più non proprio democratici e non firmatari del TNP). Appena 5 nei paesi industrializzati: 1 in Finlandia, 1 in Francia (bloccata la settimana scorsa dalle autorità di vigilanza), 1 in Giappone, 2 in Romania. Nessuna centrale è in costruzione negli Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Canada, Spagna, Belgio, Olanda, Svezia paesi in cui sono localizzate 180 centrali. Negli Stati Uniti, l’ultimo KW ordinato (poi non realizzato) risale al 1978, l’ultima licenza al 1975, mentre dal 1990 si sono costruiti 220.000 MW a metano. Idem in Gran Bretagna, che rischia, a detta del governo, di incorrere in un pesante deficit elettrico se non si realizzeranno – quel che non sta avvenendo – investimenti per sostituire entro il 2020 le vecchie e decrepite centrali nucleari che hanno portato quasi al fallimento British Energy. Questi sono i numeri nudi e crudi. Tra 1970 1990 si sono costruite nel mondo 17 centrali nucleari ogni anno. Dal 1990 al 2005 appena 1,7, per lo più nei paesi emergenti. I tempi di costruzione, e con loro i costi, sono nel frattempo aumentati di 1,6 volte: dai 5,4 anni necessari a costruire 160 centrali tra 1965 e 1976, ai 7,5 anni delle 260 centrali costruite tra 1977 e 1988, agli 8,5 anni delle 46 centrali realizzate da allora ad oggi. Dichiarare di potercela fare in 5 anni significa essere di gran lunga i primi al mondo. Venute meno le condizioni che incentivarono gli investitori (aiuti di stato, assetti monopolistici, prezzi remunerativi, prezzi certi), gli investitori – in un contesto di mercato – hanno volto e volgono il loro interesse là dove i rischi e le incertezze di mercato sono minori; dove i rientri sono molto più rapidi; dove la redditività è superiore (in primis metano) o addirittura è garantita (coi lauti sussidi alle mitiche rinnovabili). Morale: le convenienze di mercato disincentivano oggi gli investimenti nel nucleare. Non a caso, l’unica centrale in costruzione in Europa, in Finlandia, è stata realizzata grazie ad un modello societario che bypassa il mercato, attraverso una partnership tra produttori e grandi consumatori, col loro impegno a ritirare la produzione, a prezzi ancorati ai costi remunerati, facilitandone la finanziabilità per altro largamente sostenuta sia dallo stato finlandese che da quello francese, attivando una procedura da parte di Bruxelles. Ha scritto in un istruttivo libretto l’ultimo degli antinuclearisti, EdF: “L’introduzione di un mercato concorrenziale ha penalizzato le tecnologie ad alta intensità di capitale”, come quella nucleare, “senza che sia stato dimostrato che un mercato deregolamentato conduca [….] ad assegnare alle centrali di base un ruolo corrispondente alla ripartizione ottimale nell’ottica della collettività” […] La tecnologia nucleare non è stata sviluppata col solo obiettivo della convenienza economica, ma anche […] dell’indipendenza nazionale sia energetica che industriale”: pervenendo ad un interrogativo di fondo: “deve essere l’industria nucleare a doversi adattare alle nuove condizioni di mercato, o non è, piuttosto, il mercato che deve essere adattato per permettere una diversificazione del mix energetico in favore di fonti non-fossili, come il nucleare?”. Morale: il rilancio del nucleare é difficilmente perseguibile in un contesto di mercato liberalizzato e concorrenziale. Accapigliarsi come un tempo sui costi assoluti e relativi del nucleare – esercizio impossibile date le mille variabili in gioco – non ha alcun senso, perché quel che conta è la valutazione delle imprese e di chi le finanzia, che rischiano del loro denaro. Concetto spietatamente (per gli investitori) rammentato dal governo inglese: ogni nuovo nuova centrale nucleare deve essere proposta, sviluppata, costruita e gestita dal settore privato, che deve sostenere anche gli interi costi del decommissioning e la quota parte dei costi di gestione delle scorie. Il Governo non esprime opinioni sui futuri costi relativi delle differenti tecnologie di generazione elettrica. E’ compito dei privati farlo, all’interno del contesto di mercato stabilito dal governo. Una semplice domanda cui bisogna che il Governo risponda prima di avviare ogni progetto: su chi graverà il costo del decomissioning e smaltimento? Sulle imprese o sullo Stato? Sapendo che, nel primo caso i costi del Kwh aumenterebbero sino a 2-3 volte, mettendo ancor più in fuga gli investitori, mentre nel secondo si dovranno accantonare sui conti pubblici molti miliardi di euro. Il ruolo degli Stati non è più quello di ufficiale pagatore, ma piuttosto di garante, per quanto possibile, della certezza dei processi autorizzativi; di regolatore ex-ante degli standard e vincoli di sicurezza e controllore expost del loro rispetto; di corresponsabile dell’individuazione dei siti (centrali e scorie); regolatore dei mercati; decisore delle politiche pubbliche di interiorizzazione delle esternalità positive del nucleare, così rafforzandone la convenienza (tramite, ad esempio, il riconoscimento di carbon credits). Come conciliare logiche di mercato e interessi generali del nucleare è l’interrogativo che resta irrisolto. E’ questo che spiega – checché se ne dica – lo stallo degli investimenti che porta l’Agenzia di Parigi (non un covo di antinuclearisti) a stimare (più che prevedere) solo una leggera crescita del nucleare su scala mondiale da qui al 2030, con un calo della sua quota sulla produzione elettrica di 6 punti percentuali al 9%, regredendo così ai livelli di 25 anni fa. Questo è lo stato delle cose. Questi i numeri nudi e crudi. Penso che a livello internazionale non vi potrà essere un rilancio del nucleare se non si adotteranno soluzioni cui le politiche nazionali non sono in grado di dare risposta: smaltimento scorie radioattive; proliferazione nucleare; come conciliare mercato e interessi generali. Essere realistici, guardando ai fatti, non significa escludere che il nostra Paese debba e possa, in un futuro non immediato, riprendere la via del nucleare. Una futuro, comunque, da costruire da subito se lo si vuole davvero. L’orizzonte internazionale è, qui come altrove, l’unica prospettiva con cui farlo: puntando a recuperare e valorizzare il sapere che è rimasto; aggregandosi all’altrui impegno di ricerca e di sviluppo; ripartendo, in buona sostanza, da zero. Perché questa prospettiva si traduca in concreta opportunità, recuperando il troppo tempo perduto, è necessario disegnare una chiara, determinata, credibile, coerente strategia di lungo periodo che indichi gli obiettivi che si intendono raggiungere e in che tempo; “chi fa che cosa e come” nel parternariato pubblico-privato; quali risorse finanziarie nel campo della ricerca si intendono impegnare; attraverso quali politiche di regolazione si intendano favorire gli investitori senza pesare sui consumatori. Una strategia che dovrebbe essere politicamente condivisa, onde evitare altri “Stretti di Messina”: ovvero che ciò che viene avviato da una parte sia poi smantellata dall’altra. Senza nessuna illusione, comunque, di poter rimediare in breve tempo ai morsi della crisi energetica che attraversiamo e agli sciagurati errori di venti anni fa. Di illusioni ne abbiamo già patite troppe in passato nel nucleare perché se ne possano alimentare di nuove per il futuro.





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