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DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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BONINO, NELLO SHOPPING E NELLE INFRASTRUTTURE I VANTAGGI PER L’ITALIA DALL’INVASIONE CINESE

Milano Finanza - 23 agosto 2008 L’attuale vicepresidente del Senato Emma Bonino è stato ministro del Commercio internazionale nel secondo governo Prodi (2006-2008). Con lei Milano Finanza ha parlato delle opportunità e dei problemi legati all’imprenditoria cinese in Italia. Come valuta il fenomeno dell'imprenditoria cinese in Italia in questi anni? E quali vantaggi e quali svantaggi presenta per il nostro Paese? ”Guardiamo prima al quadro generale. Le nostre relazioni commerciali tra Italia e Cina sono sempre state soddisfacenti ma nei due anni che sono stata Ministro per il Commercio Internazionale, grazie anche alla missione di sistema guidata da Prodi nel settembre del 2006, abbiamo notevolmente spinto le nostre imprese ad investire in un paese, la Cina, che cresce al ritmo del 10-12% l’anno con il risultato di aumentare il nostro export quasi del 20% in questo biennio. Abbiamo inoltre cercato di attrarre investimenti cinesi in Italia puntando ad un salto di qualità. I primi settori di interesse per l’imprenditoria cinese in Italia sono stati, storicamente, quelli della pelletteria e della ristorazione; poi vi è stato un imponente sviluppo di attività legate all’importazione di prodotti made in China, soprattutto capi d’abbigliamento, giocattoli e "oggettivistica" a basso costo. Questo mercato è oggi più che saturo. La Cina è una grande potenza che muove soprattutto grandi capitali. Per questo, come Ministro, ho soprattutto operato per attrarre loro investimenti nel campo delle infrastrutture, in particolare per i porti vista la posizione strategica del nostro paese. Credo che sia questo il settore nel quale l'Italia può trarre maggiori vantaggi.” A che livello è la penetrazione delle aziende cinesi in Italia? “Ci sono due fronti d’impatto del capitale cinese in Italia: il primo è quello delle micro-imprese, che si muovono su binari paralleli all’economia principale; il secondo è quello del grosso capitale cinese, il capitale dell’industria pesante, veicolato e facilitato dai meccanismi statali. Sebbene si parli spesso del cosiddetto "socialismo di mercato" cinese, non bisogna dimenticare che lo Stato continua a ricoprire un ruolo fondamentale nell’economia cinese. La presenza, nel nostro Paese, di grandi capitali cinesi, sembra però essere un fenomeno ancora molto sottovalutato dall’Italia. Recentemente marchi italiani come Benelli e Sergio Tacchini sono diventati cinesi, ma nel nostro paese c’è un dibattito tutto centrato sull’italianità, che invece non ci fa scorgere quanto sia importante che imprese italiane continuino a vivere e a crescere anche con capitali stranieri”. Quali sono le sue previsioni per gli anni a venire: è un fenomeno destinato a crescere oppure si stabilizzerà? E quali saranno i problemi che ne scaturiranno per il sistema economico italiano? “Certamente la presenza cinese crescerà, non può essere altrimenti. La tendenza nell'ultimo decennio parla chiaro: siamo passati da 5 miliardi di euro del 1999 ai quasi 22 miliardi del 2007, una quota di mercato pari al 5,9%. L'obiettivo dell'Italia dovrebbe essere quello di riequilibrare la bilancia commerciale che è nettamente in nostro sfavore: nel 2007 abbiamo esportato merci per un valore di 6,3 miliardi ma abbiamo importato per 21,7 miliardi. Questo deficit è destinato ad aumentare se lo sforzo di sistema viene meno. E’ qui che si gioca la partita. Paradossalmente i cinesi, ma anche gli indiani, competono in settori tipici del Made in Italy: calzature, abbigliamento, componenti per la casa. Ma laddove le imprese italiane hanno alzato l’asticella hanno sempre vinto la sfida. Voglio dire che se puntiamo sulla qualità e sulle nuove tecnologie di lavorazione, pensiamo ai calzaturieri del Brenta o ai nostri designer, non c’è impresa cinese che ci stia dietro. Per il momento, però, perché dobbiamo tener presente che anche la Cina sta alzando il livello qualitativo della sua produzione manifatturiera, "appaltando" ad altri paesi, come il Bangladesh o il Vietnam, il Made in China di prima generazione." Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, in campagna elettorale, aveva abbozzato l'idea di imporre dazi sui prodotto importati dalla Cina. Qual la sua opinione al riguardo? “Sono sempre stata a favore del libero mercato ma con regole chiare per tutti gli attori in campo. Solo abbattendo i muri l’economia cresce ed è un beneficio per tutti, imprese e consumatori. Se, però, le regole della concorrenza non vengono rispettate, allora bisogna intervenire. Ad esempio lo abbiamo fatto per le calzature italiane, che subivano un chiaro dumping da quelle cinesi e vietnamite. E lo stesso è successo con i compressori cinesi che venivano venduti sottocosto in Europa danneggiando la nostra produzione. Questo lo dico perché se Tremonti parla di dazi e basta allora sarebbe un errore, se invece si tratta di intervenire dove vi sono casi palesi e manifesti di alterazione del mercato allora è giusto utilizzare gli strumenti già esistenti più adatti, come le misure antidumping. E per fare questo c'è un arbitro al di sopra delle parti, il Wto, l’organizzazione mondiale per il commercio che certamente andrebbe riformata per meglio adattarsi alle realtà di oggi ma che negli anni passati non ha lesinato multe a quei paesi che si sono mossi solo per difendere gli interessi nazionali, ad esempio nel caso dell’acciaio statunitense”.





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