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INPDAP, PENSIONI "SESSISTE"

Il Sole 24 Ore - 14 novembre 2008 di Maria Carla De Cesari e Maria Rosaria Gheido Per i dipendenti pubblici la diversa età per l`accesso alla pensione di vecchiaia - 60 anni per le donne e 65 per gliuomini - contrasta con uno dei principi del Trattato Ue, quello che vieta discriminazioni, basate sul sesso, nella retribuzione. La Corte di giustizia Ue, con la sentenza nella causa C 46/07 promossa da Bruxelles, chiede dunque all`Italia di rimuovere l`elemento discriminatorio, pena una nuova procedura di infrazione e una nuova condanna "in automatico", accompagnata questa volta da una sanzione economica. La Corte di giustizia, con la sentenza di ieri, non indica soluzioni che tengano conto della sostenibilità finanziaria (con l`innalzamento del requisito anagrafico). La decisione spetta al legislatore nazionale. E ieri, alla notizia della sentenza, si è riproposto il fronte dei favorevoli e dei contrari all`aumento dell`età pensionabile per le donne. Gli uni (Giuliano Cazzola e Benedetto Della Vedova, Pdl) sostengono che non ha alcun senso, per le donne, uno sconto alla fine della vita lavorativa; gli altri (Morena Piccinini, Cgil, e Barbara Saltamartini, An) ritengono che la norma "condannata" agevoli le donne e attribuisca loro più opportunità (anche quella di continuare a lavorare fino a 65 anni). La sentenza La pronuncia della Corte di giustizia si riferisce solo alle pensioni dei dipendenti pubblici gestite dall`Inpdap. Sulla base di una giurisprudenza consolidata le pensioni dei dipendenti pubblici, una categoria particolare di lavoratori, sono qualificate come «retribuzione». Il trattamento infatti è caratterizzato da continuità per quanto riguarda il datore di lavoro, è «direttamente proporzionale agli annidi servizio prestati» e l`importo è calcolato in base all`ultima retribuzione. In questo modo, il trattamento è considerato «comparabile» a quello «che verserebbe un datore di lavoro privato ai suoi ex dipendenti». A nulla è valsa la precisazione del Governo italiano, che ha segnalato come, a seguito della riforma previdenziale il trattamento - calcolato con il sistema retributivo - tiene conto della media delle retribuzioni percepite nell`ultimo decennio e dei relativi contributi. Secondo la Corte, infatti, rispetta il criterio di commisurazione allo stipendio anche una pensione il cui importo è calcolato sulla base del valore medio della retribuzione percepita durante un periodo limitato nel tempo e riferito agli anni immediatamente precedenti il pensionamento. L`assegno Inpdap, dunque, è «retribuzione» secondo l`articolo 141 del Trattato, che definisce tale il «trattamento normale di base o minimo e tutti gli altri vantaggi pagati direttamente o indirettamente (...) dal datore di lavoro al lavoratore in ragione dell`impiego di quest`ultimo». Gli Stati devono assicurare la parità di retribuzione tra lavoratori, donne e uomini, «per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore». Si possono anche riconoscere - ricorda la Corte di giustizia - «vantaggi specifici», diretti ad agevolare l`esercizio di un`attività professionale o a evitare o compensare svantaggi nelle carriere. In questa prospettiva - consentita n.4 dell`articolo 141 del Trattato - non rientra però la differenziazione dei requisiti anagrafici, che non incide sull`andamento della carriera» e sulle difficoltà che le donne possono incontrare durante la vita lavorativa. Il dibattito «Equiparare ed innalzare l`età pensionabile di uomini e donne, vincolando le risorse ai servizi necessari per il lavoro femminile. Non è solo una mia idea, è l`Europa che ce lo chiede», scriveva sul Sole 24 Ore Emma Bonino (29 gennaio). Aumentare il tasso di occupazione femminile è uno degli obiettivi dell`Agenda di Lisbona ed è l`antidodo alla discrimininazione, hanno ricordato (sempre sul Sole) Alberto Alesina e Andrea Ichino (27 marzo).





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