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LA TURCHIA NON DOVEVA ENTRARE IN EUROPA?

Diario - 28 novembre 2008 di Giuseppe Rizzo Ogni venerd√¨ pomeriggio un gruppo di abitanti del ricco quartiere Kadik√∂y di Istanbul si riunisce sulla riva del mar di Marmara, alza i calici e protesta contro il filoislamico Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Akp). I manifestanti accusano il partito, che guida il governo nazionale, quello cittadino e quello del distretto, di voler imporre un divieto al consumo di alcol sulla base di un precetto dell`islam. Tant`√® che in molti bar e ristoranti della zona, uno dei centri della movida istanbuliota, vino, cocktail e birre sono scomparsi dai menu. Quella di Kadik√∂y non √® una rivendicazione dell`effimero diritto al brindisi, ma una protesta contro una nuova minaccia alla laicit√† della Turchia. ¬ęSiamo cittadini liberi di una Repubblica laica¬Ľ, si legge in una nota diffusa in estate, quando √® iniziata la protesta. A Kadik√∂y succede quello che, da mesi, accade nelle strade di tutte le altre citt√†, ma pure in parlamento, nelle sedi di partito e nei palazzi di giustizia. II duello tra laicit√† e islam √® tornato a monopolizzare la vita politica turca, imponendosi con una violenza tale da far calare l`oblio sul tema che l`aveva dominata per circa un biennio: l`Unione europea e le riforme necessarie per diventarne membri. Almeno fino all`estate 2007, sembrava che la Turchia fosse pronta a sbarazzarsi dei vecchi leitmotiv della sua politica. Gli scontri sulla laicit√†, la negazione dei diritti dei curdi e delle altre minoranze, le prese di posizione dell`esercito, i processi politici erano attitudini di cui bisognava fare piazza pulita per mettere in moto il processo di adesione all`Ue. La revisione del codice penale, qualche timida apertura alle minoranze, lo svecchiamento del sistema economico incoronavano il primo ministro e leader dell`Akp, Recep Tayyip Erdogan, come paladino dell`avvicinamento all`Europa. Ma oggi di quell`entusiasmo resta poco. Un`analisi pubblicata all`inizio di novembre dal quotidiano Zainan, pur vicino all`Akp, parla di un atteggiamento rinunciatario di Erdogan nei confronti dell`adesione all`Ue, di un suo ritorno alla politica turca old, style e di una progressiva sfiducia di Bruxelles nei suoi confronti. L`articolo accusa il premier di essersi dedicato solo alle riforme che stanno a cuore alla sua maggioranza filoislamica, tralasciando quelle necessarie a traghettare il Paese verso l`Ue. Una situazione a cui ha dato il suo contributo anche la minoranza laica. II kemalismo a cui si ispira ha nell`europeismo uno dei suoi cardini, ma le riforme in vista dell`adesione mettono a rischio altri punti chiave dell`impianto kemalista, tra cui il ruolo politico di militari e giudici. Meglio quindi frenare il viaggio verso l`Europa, tanto pi√Ļ che, come sempre, la responsabilit√† ricade su chi governa. Da quando Erdogan √® stato rieletto a luglio 2007 con una maggioranza schiacciante, la parola Europa, in effetti, √® quasi scomparsa dal vocabolario del premier. Lo scontro con i laici ha raggiunto livelli insostenibili, paralizzando il Paese, quando il governo ha deciso di eliminare le norme che vietano il velo islamico nelle universit√†. √ą quello il momento in cui la vita politica turca ha recuperato tutti i suoi vecchi schemi. Prima un ricorso alla Corte costituzionale ha riportato in vigore il divieto, poi a finire sotto processo √® stato lo stesso Akp in quanto ¬ęfulcro di attivit√† antilaiche¬Ľ, accusa che, pur non portandolo alla messa al bando richiesta dal procuratore generale, gli √® costata un taglio dei finanziamenti pubblici. Parallelamente partiva un altro processo, quello contro la ¬ęGladio turca¬Ľ, la presunta organizzazione sovversiva laica ¬ęErgenekon¬Ľ, che per l`opposizione √® solo una trovata di Erdogan per sbarazzarsi dei rivali politici. Senza dimenticare il processo contro un altro partito, il curdo Dtp, di cui √® stato chiesto lo scioglimento, e il ritorno alle maniere forti contro gli indipendentisti dei Pkk. Iniziative che archiviano il dialogo con la minoranza curda richiesto dall`Ue. La stampa si adegua al nuovo contesto politico. Messi da parte i titoloni sul tira e molla con Bruxelles, a riempire le pagine dei giornali da un anno a questa parte sono le vicende interne. ¬ęL`Ue non √® pi√Ļ un tema attraente e non pu√≤ pi√Ļ dominare, come invece faceva qualche anno fa, sulla stampa di un Paese in cui l`agenda politica cambia ormai ogni giorno.¬Ľ Parola di Yildiray Ogur, giovane giornalista che firma la rubrica "Il mio manifesto" sul quotidiano Taraf, in cui affronta l`attualit√† con tono provocatorio. Taraf √® una testata nata da poco e si propone sullo scenario dei media turchi, in genere esplicitamente schierati, come quotidiano indipendente. Quando ha appoggiato alcune scelte dell`Akp √® stato bersaglio della stampa kemalista, che lo ha accusato di propendere per i filoislamici. "Molta di questa stampa", spiega, "finge di supportare l`avvicinamento all`Ue, ma nella pratica teme che l`adesione possa compromettere lo status quo e soprattutto segnare la fine del potere politico dei militari. Vista l`eredit√† europeista di Ataturk, non possono dire di essere contro l`Ue", e cos√¨ scelgono di mettere la sordina all`Europa. Yildiray non risparmia critiche neanche alla stampa europea. "Riporta solo esagerazioni sul conto della Turchia. Ed ecco che in tanti Paesi i cittadini non ci vogliono nell`Ue, soprattutto per motivi religiosi." Un`ostilit√† popolare che, a suo giudizio, molti leader europei hanno cavalcato nelle loro campagne elettorali. Uno stato d`animo che non risparmia gli imprenditori, che sempre pi√Ļ spesso scelgono di non adeguare la propria struttura agli standard imposti da Bruxelles. All`inizio del mese, l`associazione delle camere di commercio europee (Eurochambers) e l`Unione delle camere turche (Tobb) hanno pubblicato un sondaggio da cui risulta che per i due terzi degli imprenditori del Paese quello verso l`Europa √® un viaggio troppo lungo, che prender√† non meno di dieci o quindici anni. Ancora pi√Ļ pessimista un altro 24 per cento del campione, secondo il quale l`adesione non arriver√† mai. Cos√¨, nel 72 per cento dei casi, gli imprenditori decidono che √® inutile - o quantomeno prematuro - adeguarsi a un modello cos√¨ difficile, e forse impossibile, da raggiungere. Il freno alle riforme e la sfiducia popolare fanno involontariamente il gioco di un`Europa che ha scelto la strategia dell`oblio rispetto all`adesione di Ankara. Una tattica a cui soprattutto l`attuale presidente di turno dell`Unione europea, Nicolas Sarkozy, si √® dedicato con grande cura. Prima da ministro dell`Interno e poi durante la campagna elettorale per le presidenziali francesi, Sarkozy dichiarava che "per la Turchia non c`√® posto in Europa" e minacciava un referendum in Francia per decidere sull`adesione. Ma una volta conquistato l`Eliseo e, a luglio, diventato presidente di turno dell`Ue, la sua strategia √® cambiata. Attivissimo su tutti i fronti, dalla Russia alla Siria, dal Medio Oriente all`America Latina, su quello turco ha imposto un vero e proprio tab√Ļ. Nel programma per il semestre francese, la Turchia compare quasi esclusivamente tra i vari partner della neonata Unione per il Mediterraneo. La strategia di Sarkozy √® riuscita cos√¨ bene che, quando la Commissione europea il 5 novembre ha pubblicato il suo rapporto sullo stato dei negoziati - appuntamento certo non imprevisto nei tempi e nei contenuti - alcuni giornali turchi hanno titolato con sorpresa: "L`Europa rompe il silenzio." La strategia del silenzio di Sarkozy e l`immobilismo turco fanno comodo a molti nel Vecchio continente. Archiviata la campagna elettorale del 2005 (in cui prometteva di ¬ęmantenere la Turchia fuori dall`Europa¬Ľ) e chiuso un semestre di presidenza tedesca dell`Ue (il primo del 2007) in cui si √® fatta paladina del "partenariato privilegiato" al posto dell`adesione, ad Angela Merkel non dispiace che il suo elettorato turcoscettico dimentichi l`allargamento. La vicina Austria non ha problemi a ribadire il suo nein ai turchi, ma anche nella recente campagna elettorale sulla questione non c`√® stato grande dibattito, visto che la promessa di un referendum su un eventuale trattato di adesione √® bipartisan. E i risultati della consultazione sarebbero catastrofici, visto che per gli ultimi sondaggi Eurobarometro l`80 per cento degli austriaci (la percentuale pi√Ļ alta in tutta l`Ue) √® contrario all`adesione turca. Il procedere "lento pede" dei negoziati "fa certo comodo agli Stati dell`Ue apertamente ostili, che non a caso hanno mitigato la loro opposizione man mano che il processo perdeva colpi, fino a mettere la sordina all`intera questione", ma per Emma Bonino anche l`Italia gioca brutti scherzi alla Turchia. "Nel nostro Paese", spiega la vicepresidente del Senato, sostenitrice da sempre dell`adesione turca, "c`√® un motivo in pi√Ļ per non parlare troppo di questo allargamento, visto che la stampa filogovernativa non ha interesse a pubblicizzare l`evidente contraddizione tra un governo guidato da un premier favorevole e una Lega ferocemente contraria". Il 12 novembre, in occasione del primo vertice bilaterale Italia-Turchia, Silvio Berlusconi ha in effetti annunciato da Smirne di volersi impegnare per il dimezzamento dei tempi dei negoziati. Ma proprio mentre volava verso Smirne, dall`Italia la Lega ribadiva il suo "no non negoziabile" all`avanzata turca. Il Carroccio ha ricordato le ragioni sostenute da Parigi e Berlino: con la Turchia, Paese con quasi 71 milioni di abitanti, gli equilibri tra Stati all`interno delle istituzioni Ue salterebbero e il sistema degli aiuti agricoli impazzirebbe. Giustificazioni che non persuadono la Bonino: "I discorsi sull`ingegneria istituzionale dell`Unione o le ricadute sulle nostre economie sono pi√Ļ nelle corde della Merkel e di Sarkozy che della Lega, la quale da sempre non lesina uscite xenofobe." Il rapporto del 5 novembre sull`avanzamento dei negoziati √® il pi√Ļ severo tra quelli pubblicati finora dalla Commissione. "Nonostante il suo forte mandato, il governo non ha presentato un piano coerente di riforme", si legge nel testo dedicato alla Turchia, che parla anche di "dubbi sull`indipendenza e l`imparzialit√† del sistema giudiziario" e dei persistere di limiti alla libert√† d`espressione. Nel presentare il rapporto, il commissario all`Allargamento Olli Rehn ha tentato di addolcire la pillola, dichiarando che "gli avvenimenti recenti, in particolare nel Caucaso, hanno dimostrato l`importanza strategica dell`allargamento, sottolineando il ruolo importante della Turchia per la nostra stabilit√†, i nostri bisogni energetici e la nostra influenza nella regione." Ma intanto la sua Direzione generale accompagnava il testo del rapporto con un comunicato intitolato "2009: l`anno dei Balcani occidentali". Sottotitolo sottinteso: "La Turchia? Si vedr√†". Mentre l`Europa lo guarda dalle sue finestre sbarrate, Erdogan dichiara di volersi impegnare in una "piattaforma a base geografica, che abbia come fine la pace e la sicurezza della zona e che includa la collaborazione economica e la sicurezza energetica". Un progetto che fa pensare ai principi ispiratori dell`Ue, se non fosse che non si riferisce all`Europa, ma al Caucaso. Da qualche mese a questa parte, Erdogan e il suo ministro degli Esteri Ali Babacan si sono recati pi√Ļ volte a Mosca, Tbilisi e Baku. A settembre il presidente Abdullah Gui si √® anche recato a Yerevan per una visita informale. Oltre a tentare una mediazione nella crisi russo-georgiana, Erdogan si √® anche riproposto di risolvere quella azero-armena relativa al NagornoKarabakh e di aprire un dialogo con l`Armenia, con cui le relazioni diplomatiche sono state interrotte nel 1993. Ankara ha un nuovo sogno: un meccanismo comune per la risoluzione dei contrasti e il consolidamento dei rapporti economici - soprattutto in tema di energia - nel Caucaso. Il progetto, per ora, non convince la Russia, che per√≤ nel frattempo √® diventata il primo partner commerciale della Turchia, battendo lo storico primato della Germania. I piani per il Caucaso non sono certo alternativi all`adesione all`Ue. Anzi, insieme alla mediazione tra Siria e Israele e a quella - per ora solo proposta - tra Usa e Iran, evidenziano il ruolo fondamentale che la Turchia pu√≤ svolgere per l`Europa, come sostengono Emma Bonino e il commissario Olli Rehn. Ma a Bruxelles l`eurodeputato olandese dei Verdi Joost Lagendijk - membro del Comitato parlamentare congiunto Ue-Turchia - non si lascia persuadere da questa teoria e da mesi va dicendo che la Turchia, senza rendersene conto, si sta cucendo addosso il ¬ępartenariato speciale¬Ľ di Sarkozy e Merkel. "La Turchia, come la Commissione europea, pone sempre maggiore accento sulla sua importanza strategica per l`Ue. E questo √® senza dubbio un buon argomento per l`adesione", spiega Lagendijk. "Ma se ci si concentra su questo e su economia ed energia e si lasciano fuori le riforme democratiche, si lascia fuori anche il cuore del processo di adesione." Per Lagendijk, "la differenza tra partenariato privilegiato e piena adesione √® proprio la democrazia. Se il governo turco non si concentra sulle riforme democratiche, quello che fa √® assecondare Sarkozy e Merkel." L`eurodeputato, che non smette di avvisare Ankara del trucco franco-tedesco, √® proprio la prima vittima della strategia Sarkozy-Merkel: "Io sono per la piena adesione", assicura, "ma se continuiamo a lasciar fuori le riforme democratiche, sar√≤ il primo a dire che per la Turchia non c`√® posto nell`Unione europea."





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