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DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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>> Il Barbiere della Sera


EMMA BONINO: ZAPATERO, L'IRAQ, L'ISLAM E NOI

Lo storico esponente dei Radicali, con alle spalle una lunga esperienza politica internazionale, ha accettato di rispondere alle domande del Barbiere sulla crisi irachena. Domande che ovviamente scaturiscono dall'attualità ma che sfociano nel più complesso rapporto tra "noi" e "loro", passando per i palestinesi e perfino la nonviolenza Emma Bonino sta attualmente preparando la campagna politica per le europee, dove si presenta come capolista nella Lista Bonino, ma da anni fa la spola con l’Egitto, risiedendo per lunghi periodi al Cairo, dove studia l’arabo: è quindi uno dei pochissimi politici ad aver dato uno sguardo “dal di dentro” al mondo arabo. La scelta di Zapatero di andarsene dall'Iraq, quanto è giusta (o sbagliata) e perché? La scelta di Zapatero è stata sbagliata nella forma e nella sostanza. Per l’Iraq abbiamo il dovere di trovare una soluzione per il presente e per il futuro che sia nell’interesse degli iracheni e anche nostro, nonostante promesse elettorali da mantenere “a tutti i costi”. Se il terrorismo fosse un fenomeno di tipo reattivo, vale a dire figlio dell’ ”imperialismo americano”, della povertà ecc… effettivamente bastava andarcene per risolvere il problema, come sembra credere Zapatero. Purtroppo non è così semplice, non si scardina la rete di Al Qaeda, così ramificata in Europa, semplicemente rintanandoci nel nostro cantuccio e chiudendoci nelle nostre paure per cui ogni arabo è un fanatico integralista: bisogna saper distinguere tra Bin Laden, ed il suo odioso “prezzario”, e i milioni di musulmani che aspirano alla libertà. Zapatero sembra addirittura dire “noi ce ne andiamo basta che resti qualcun altro”! Insomma, gli americani saranno pure degli unilateralisti ma poi fanno molto comodo evidentemente… Tra l’altro, Zapatero ha gettato la maschera mostrando il suo vero volto nella recente intervista al New York Times dove fa trapelare che anche con il coinvolgimento di una forza multinazionale targata Onu non avrebbe mantenuto i soldati spagnoli in Iraq. Si discute se i disordini iracheni siano da considerarsi "Resistenza" alle truppe occupanti o terrorismo di bande armate. Qual è la sua opinione? Perché nei paesi arabi, in Palestina come in Iraq, si ricorre sempre ad una resistenza armata e non si prende mai in considerazione una battaglia nonviolenta, gandhiana, che pure ha sconfitto gli inglesi in India? A mio avviso sono bande armate e soprattutto molto poco irachene. Come ha dimostrato l’episodio di Falluja, ove ve ne fosse stato bisogno, la maggior parte di questi guerriglieri provengono dai paesi arabi della regione ma anche dal Maghreb, come il Marocco e la Tunisia. In linea generale, mi sembra che la cultura di morte così prevalente da quelle parti sia di ostacolo ad un percorso alternativo di tipo nonviolento gandhiano. Ciò premesso, nel mondo arabo ci sono alcune eccezioni, alcune coraggiose personalità che vanno in controtendenza lavorando attivamente per promuovere e far conoscere la filosofia e la tecnica della nonviolenza gandhiana: per esempio, l’organizzazione palestinese “Panorama”, il Centro Ibn Khaldum del Cairo diretto dall’intellettuale dissidente Saad Ibrahim, e perfino l’organizzazione delle donne egiziane presieduta dalla signora Mubarak che mi ha invitato in febbraio ad una conferenza proprio sulla nonviolenza. C'è chi sostiene che il problema iracheno sia in un deficit di uso della forza e chi sostiene sia un deficit di politica, diplomazia e Nazioni Unite. Come la vede lei? Non sono un’esperta militare ma registro che i vertici militari americani che sostenevano che per la fase post-bellica era necessaria una presenza sul terreno molto maggiore – si parlava addirittura di 500 mila truppe rispetto alle circa 150 attuali – sono stati rapidamente rimossi dalla Casa Bianca. Per quanto riguarda un deficit di politica, diplomazia e Nazioni Unite condivido, anche se per quest’ultime bisogna vedere se ci sono, e ci saranno, le condizioni per poter intervenire in maniera efficace. Cosa le dice un suo amico islamico, magari estremista, quando bevete un thé alla menta? Noi e loro: come sono visti gli occidentali e come loro pensano di essere visti da noi, al di là della retorica? Il thé alla menta abitualmente preferisco prenderlo con i miei amici arabi democratici… Ritirarsi o restare sempre con Bush? Cosa sceglie e perché? Francamente non scelgo né l’una né l’altra. Ritirarsi oggi non avrebbe senso, mi sembra di averlo già spiegato. Se “restare sempre con Bush” sottintende alla maniera di Berlusconi, la risposta è certamente no perché qui non si tratta di blandire gli Stati Uniti o il suo leader attuale, anzi direi che questa amministrazione USA ha combinato molti guai. Ostaggi: quale è il limite oltre il quale non si può cedere? Veramente avrei posto la domanda nel senso inverso: qual’ è il limite oltre il quale si deve cedere? In ogni caso, la mia risposta è che purtroppo non ci possono essere cedimenti da parte dello Stato nel modo più assoluto. E’ invece lecito fare ogni sforzo possibile attivando altri canali appropriati (per esempio la Croce Rossa o altre associazioni umanitarie) per salvare queste vite umane.





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