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SOS PER LE MUTILAZIONI GENITALI FEMMINILI

La Stampa - 15 dicembre 2008 Al Cairo si è appena conclusa la seconda conferenza sulle FGM, sigla che occulta misericordiosamente una pratica barbara. Si tratta di Female Genitale Mutilation, ovvero mutilazioni genitali femminili. Qualche ottimista la definisce circoncisione femminile. E' molto di più, si tratta di una "operazione" irreversibile che fa rischiare la morte per infezione nell'immediato e a lungo termine azzera la vita sessuale e rende il parto un'esperienza infernale. I termini tecnici, clitodectomia e escissione, dicono forse qualcosa in più ma occorrono nervi saldi per guardare i video che mostrano gli effetti di questa "usanza" assai diffusa in Africa. Sulla cui paternità girano molti equivoci. E' definita islamica, ma non lo è affatto, sia perché non se ne trova traccia nei testi dell'Islam sia perché viene praticata anche in Paesi animisti o con altre fedi. In realtà è una pratica tribale tesa ad assicurare in modo primordiale il dominio sulle proprie donne. Di certo è un tema di cui si parla troppo poco, anche se periodicamente affiorano racconti dell'orrore su bambine morte per rispettare questa odiosa "tradizione" e su immigrati che vedendosi negare la pratica nel Paese d'adozione rimpatriano per ritrovare radici che il buon senso suggerirebbe di estirpare. Proprio su questa «emigrazione mutilatoria» ha attirato l'attenzione la conferenza del Cairo, a cui hanno partecipato ministri, parlamentari, organizzazioni non governative di 20 dei 28 paesi d’Africa in cui la mutilazione genitale femminile viene praticata. Succede che cittadini di Paesi dove è proibita per legge, infatti, si spostino là dove nessuna norma la vieta. Questo avviene sia all'interno dell'Africa, sia dall'Europa: in alternativa l'operazione viene eseguita clandestinamente. E' recente e drammatico il caso di una bambina egiziana di 12 anni operata senza alcun rispetto delle più elementari norme sanitarie e morta dopo pochi giorni. Nella prima conferenza, svoltasi al Cairo nel 2003, per iniziativa della Ong fondata da Emma Bonino, ’Non c’è pace senza giustizià (Npwj), e del Consiglio Nazionale per la Maternita e l’Infanzia egiziano (Nccm), il salto di qualità era stato fissato un principio decisivo: l’individuazione di strumenti legislativi tali da configurare le mutilazioni genitali non solo come una grave offesa al corpo della donna e della bambina ma come una violazione dei diritti umani. Sono cambiate alcune leggi, è stato introdotto il reato di escissione, sono stati mobilitati i media in campagne di sensibilizzazione. Ma l’escissione è ancora una pratica che coinvolge una percentuale altissima della popolazione femminile di alcuni Paesi che difendono questa "tradizione" e che stanno diventando rifugio per chi vuole continuare a imporla alle proprie figlie. Un'usanza, paradossalmente, talvolta difesa dalle donne stesse sia in quanto madri, sia in quanto "operatrici". E qui, personalmente, in quanto donna, mi prende la disperazione.





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