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DONNE IN PENSIONE PIÙ TARDI IL GOVERNO PRONTO ALLA SVOLTA

QN - 14 gennaio 2009 di Olivia Posani Il primo passo è fatto. Con un giorno di anticipo rispetto alla scadenza, il ministro per le Politiche comunitarie Ronchi ha comunicato ufficialmente a Bruxelles che l’Italia si adeguerà alle richieste della Corte di giustizia europea: innalzerà il requisito anagrafico delle donne del pubblico impiego da 60 fino a 65 anni, uniformandolo a quello degli uomini. Le nuove regole varranno solo per gli statali e verranno attuate in modo graduale e flessibile, come previsto dalla stessa Corte. Già oggi, sia nel pubblico sia nel privato, le donne possono continuare a lavorare fino a 65 anni. La novità serve a impedire l’uscita a 60 anni. Con questa prima mossa il governo evita all’Italia la procedura di infrazione comunitaria. Resta però da capire come intenda muoversi. Secondo indiscrezioni, si pensa a un aumento di un anno ogni due o, più probabilmente, con uno scalino iniziale a 62 anni cui affiancare una fascia flessibile (62-67 anni) per le pensioni di anzianità, visto che nel 2013 verranno raggiunte a 62 anni di età e 35 di contributi. Brunetta, che per primo ha posto il problema dell’equiparazione, ha messo i tecnici allo studio e ieri ha spiegato che verrà fatta una «istruttoria» all’interno del governo perché «la questione è delicata e desta preoccupazioni tra la gente, ma non vogliamo turbare i sonni di nessuno». A tranquillizzare le donne impiegate nel privato ci ha pensato Sacconi: «La scelta è stata nel pubblico sì, nel privato no. Perché nel pubblico anche in presenza di un elevamento dell’età di pensione, la donna non corre il rischio di dover attendere l’età della pensione di vecchiaia in condizione di disoccupazione, come può accadere nel privato». L’innalzamento dell’età di pensionamento femminile divide sia il centrodestra sia il centrosinistra. La Bonino, ad esempio, anche ieri ha chiesto di accelerare l’introduzione delle nuove regole inserendole nel disegno di legge comunitario 2008 invece che in quello 2009. Dentro An la responsabile femminile Saltamartini chiede un confronto parlamentare, mentre il sottosegretario Urso parla di «scelta doverosa». La Lega ieri ha taciuto, ma Calderoli si era già espresso contro. Così come il ministro ombra delle Pari opportunità Vittoria Franco. Quello vero, Mara Carfagna, invece tace. Nel sindacato la Cisl, con il segretario della Funzione pubblica Uda, apre alla possibilità di un innalzamento, purché volontario e incentivato. Il numero uno della Funzione pubblica Cgil Podda, parla invece di mobilitazione. L’esperto di pensioni Cazzola (Pdl) sottolinea: «Emerge la chimera del prolungamento solo volontario dell’età. Già adesso le lavoratrici pubbliche possono restare in servizio fino a 67 anni. Il problema vero è quello di elevare la soglia minima almeno a 62».





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