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DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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BONINO: PERCHÉ DIFENDO L'EMBARGO CONTRO L'IRAQ

Nella storia ricorre una malattia che si chiama "fascino dell'uomo forte". Colpisce i popoli e attacca la comunità internazionale, inquina rapporti e trasforma in ricatti le relazioni tra Stati. Prendiamo l'Iraq, 21 milioni di anime nella mani di Saddam e della sua cricca. Trent'anni di potere e di deliri di guerra (a lungo tollerati e "usati" dalle nazioni "civili") che hanno ridotto il Paese peggio che alla fame, mentre nei laboratori di regime si produceva il più folle arsenale di armi chimiche, biologiche e batteriologiche del mondo.

Emma Bonino, Commissario europeo per gli Aiuti umanitari, ci parla del "fascino dell'uomo forte" nel suo ufficio di Bruxelles dove sta tirando le somme della missione appena compiuta in Iraq e nelle terre dei Curdi. L'Unione Europea indirizzerà 300 milioni di dollari all'anno di aiuti soprattutto nello sminamento ai confini, mentre è partita la gigantesca operazione-aiuti dell'Onu ("Oil for food", petrolio in cambio di cibo) che dovrebbe sbloccare i primi 4 miliardi di dollari di greggio iracheno, forse con effetti calmieratori sui prezzi.

Segni positivi, ma non sufficienti a rimuovere l'embargo nei confronti dell'Iraq.

Ancora recentemente è stato scoperto un enorme quantitativo di armi batteriologiche, mai usate, ma stoccate e pronte. Armi chimiche vennero invece usate nella guerra contro i curdi. Poi c'è la questione dei prigionieri di guerra: il Kuwait afferma che almeno seicento uomini sono tuttora detenuti da Saddam.
C'è la questione dei diritti umani: sparizioni e torture nelle carceri. C'è una barzelletta che si bisbiglia a Baghdad (Quanti sono gli abitanti dell'Iraq? Quarantadue milioni.

Ma non erano ventuno? Più 21 milioni di fotografie di Saddam...) che racconta di un regime tuttora impermeabile e ossessivo.

Signora Bonino, perché ci parla dell'"uomo forte"?

"Perché, dopo essere stata in Iraq ad occuparmi di aiuti umanitari, sto pensando all'impotenza della comunità internazionale di fronte ai dittatori. Qual è lo strumento per allontanarli? Da radicale, penso che non bisognerebbe sostenerli fin dall'inizio. E invece quel "fascino" colpisce anche gli Stati e non solo i popoli".

Certo, Saddam è stato sostenuto.

"Anche Mobutu, perché ci sono momenti in cui i dittatori rassicurano, gestiscono la stabilità di un'area. Saddam fu preso per filo-occidentale nel momento in cui era contro l'Iran. Ma era vicino all'Urss. Poi gli Usa appoggiarono i curdi per metterlo in difficoltà e lui usò le armi chimiche. Per abbatterlo si sono tentati complotti, usate spie che "venivano dal caldo"; embarghi duri e morbidi. Il risultato è la sofferenza della popolazione: bisognerebbe rifletterci sul serio".

Anche perché l'embargo nei confronti dell'Iraq colpisce il regime, ma colpisce anche i suoi abitanti.

"E questo è un argomento nelle mani del regime. Però io sonoconvinta che gli iracheni abbiano sofferto molto più per i trent'anni di dittatura che per i sei di embargo. E fa rabbia, perché è un Paese che potrebbe essere ricco come il Kuwait: c'è acqua, petrolio, tutto".

Lei ha incontrato Tarek Aziz, uno degli immortali della nomenklatura di Saddam. Che intenzioni hanno?

"Ha ammesso che sulla distruzione delle armi "di massa" esistono ancora problemi "marginali". La verità è che non ci siamo ancora: io credo che la Risoluzione dell'Onu per la sicurezza vada rispettata.
Allora le sanzioni saranno tolte. Adesso ci sono i 4 miliardi di dollari all'anno delle Nazioni Unite: per un Paese di 21 milioni di abitanti non sono pochi".

Ora a chi tocca la mossa?

"Al governo di Baghdad: sono loro ad avere nelle mani il loro futuro. Il messaggio di Aziz è stato: attenti che con l'embargo ci guadagnano solo Arabia, Usa e Gran Bretagna, produttori di petrolio. Come dire: avete interessi economici a togliere l'embargo. Ma per me ci sono anche altri valori e la risoluzione dell'Onu va rispettata. Per ballare il tango bisogna essere in due, anche per volere la pace".

Lei è stata anche in Kurdistan. Com'è la situazione?

"A prima vista migliore che nel resto del Paese. Siamo stati sia ad Arbil, capitale del Pdk di Barzani, sia a Suleimaniya, base del Puk di Talebani. Abbiamo incontrato i governi, tutti e due dicono che bisognerebbe fare le elezioni e si danno reciprocamente la colpa, vogliono più aiuti per ricostruire il Paese. Sono stati gentili: a Suleimaniya mi hanno regalato un tappeto di seta e tre vestiti, il primo corredo della mia vita".

Aiuterete a sminare?

"A Suleimaniya, nel bellissimo ospedale diretto dal medico italiano Gino Strada, abbiamo visto morire uno dei più bravi sminatori curdi: era appena saltato su una mina ai confini con l'Iran. è un'emergenza ancora forte e nel programma dell'Onu ci sono altri aiuti. Ce ne occuperemo noi. In quell'ospedale abbiamo visto decine e decine di mutilati, anche bambini". Che non sentivano alcun fascino per l'"uomo forte".

Cesare Martinetti





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