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NON E' VERO CHE LE DONNE ITALIANE HANNO TACIUTO SUL REGIME DEL BURQA

di Dacia Maraini In questi giorni assistiamo ad un curioso fenomeno: degli ottimi opinionisti, attentissimi a tutto ciò che succede nel giornalismo del paese, lettori accaniti di quotidiani grandi e piccoli, cadono dal pero, sbalorditi chiedendosi: ma come mai non ci siamo mai occupati veramente a fondo delle donne afghane? Come mai non abbiamo denunciato l'orrendo regime che le costringeva dietro un muro di stoffa, costrette al silenzio e all'inazione, impedite non solo di muoversi nelle loro città e nelle loro campagne, ma perfino di affacciarsi sulla soglia di casa, di andare a scuola, di leggere qualcosa che non fosse il Corano? Giornalisti e scrittori si guardano intorno increduli e la prima cosa che fanno è cercare responsabili. Chi sarà il colpevole di tanta incuria? di tanto silenzio? Ma certo: le donne che scrivono sui giornali, le donne delle istituzioni, le famigerate femministe, così pronte a protestare contro la guerra, così attente ai fatti di casa propria, ma assolutamente inerti di fronte alle ingiustizie che si compiono sui corpi delle donne afghane. Qualcuno arriva addirittura ad insinuare che le opinioniste abbiano taciuto per partito preso ideologico: siccome mi batto per uno Stato palestinese, sto automaticamente dalla parte degli islamici, e quindi evito di discutere i loro costumi arcaici e tribali per potere sventolare la bandiera del terzomondismo, di sinistra. Che tristezza! Il fatto è che tutti questi luoghi comuni sono basati su una menzogna di fondo: il silenzio delle donne. Assolutamente falso. Assolutamente pretestuoso. Assolutamente inventato. Possiamo, con dati alla mano, dimostrare che le donne italiane, sia cattoliche che laiche, sia giornaliste che politiche, sia nelle istituzioni che privatamente, non hanno fatto che protestare contro la condizione disumana in cui sono state costrette le donne afghane ai tempi dei talebani. E ancora oggi si nutrono molti dubbi sui nuovi vincitori e sulle loro tecniche di controllo nei riguardi dei corpo delle donne, sia che passi attraverso il burqa che attraverso il chador. In realtà il silenzio sta dentro le orecchie di chi non vuole ascoltare. Il silenzio sta anche nelle redazioni dei giornali che regolarmente hanno sottovalutato o rifiutato le proteste, numerosissime, presentate in forma di articolo, di appello, di denuncia o di racconto. Ma, per non stare nel vago, voglio ricordare almeno alcune delle numerose attività delle donne italiane che hanno denunciato la condizione tragica delle donne in Afghanistan. Nel 1996, e precisamente nel mese di ottobre, il gruppo “Controparola” di cui fanno parte una ventina di scrittrici e giornaliste dei maggiori quotidiani dei nostro paese, indice una conferenza stampa in cui si presentano indossando il burqa e denunciano quello che sta succedendo alle donne afghane, che sono state «condannate dal regime dei talebani all'emarginazione, all'ignoranza, all'oppressione, alla negazione del corpo e del pensiero, diritti primari di ogni essere umano. Noi donne di Controparola» continuava il manifesto mandato quello stesso giorno a tutti i giornali, «ci sentiamo personalmente offese e ferite. Non è possibile continuare a tacere, pena la complicità... Noi di Controparola chiediamo con la massima fermezza al nostro governo di non riconoscere in nessun caso il regime dei talebani... Il silenzio dell'Occidente uccide le donne del mondo islamico. La violenza che si esercita su di loro è anche violenza che si esercita su di noi». Ripeto: siamo nel '96. Il giorno dopo in molti giornali è apparsa la foto delle giornaliste col burqa. Ma certo non era in prima pagina e non aveva quella visibilità che magari nella pagina accanto faceva esplodere l'immagine di una famosa pornostar. Ma di questa continua soppressione di notizie che riguardano le donne, soprattutto quando si tratta di diritti civili, non possiamo essere ritenute responsabili. Fra il '97 e il '98 si sono moltiplicate le denunce e gli appelli all'Onu, ai governi europei, al Tribunale dell'Aja. Presto si è creata una rete su Internet che trasferiva velocemente le notizie sulle nuove iniziative internazionali da un paese all'altro. Personalmente ho ricevuto decine di denunce e di appelli con centinaia di firme, da rispedire dopo aver firmato, moltiplicando così l'effetto della protesta. Molte di queste denunce partivano dagli Stati Uniti. Voglio rammentare Luisa Morgantini e le sue numerose "Donne in nero" che fin dall'inizio sono state presenti in Pakistan, portando aiuti e assistenza alle donne afghane che si trovavano nei campi profughi. E naturalmente l'Aidos, “Associazione donne italiane per lo sviluppo”, che ha costituito una rete di scuole alternative per le bambine cacciate dalle scuole pubbliche talebane. Senza tralasciare la Commissione Pari opportunità della Presidenza del Consiglio che, nella persona di Anna Maria Finocchiaro, ha invitato due anni fa emigrate afghane, curde e africane ad un seminario sul tema "Donne e fondamentalismo", oltre a firmare molte ricerche e molte proteste all'Onu. Da ricordare anche Emma Bonino col suo “Un fiore per le donne di Kabul” ma di lei per fortuna hanno già parlato in molti. Queste sono solo alcune delle iniziative, le più grosse ed evidenti. Ma posso garantire che non c'è mai stato silenzio su questo tema, anche quando i giornali si disinteressavano completamente del problema e rifiutavano sistematicamente gli articoli che le giornaliste proponevano sull'argomento. Il tam tam è stato intensissimo e ha tenuto informate le donne di tutto il mondo. Ora è ridicolo e assurdo dire che c'è stato silenzio. Semmai diciamo che non si è voluto ascoltare. Ma sono sicura che anche questa protesta entrerà da un orecchio per uscire dall'altro, nella concitazione di un tempo di guerra in cui gli amici più stimati si stanno trasformando in accigliati pubblici accusatori.





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