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DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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“PECHINO LA SMETTA DI PROTEGGERE I GENERALI BIRMANI”

La Stampa - 16 maggio 2009 di Francesco Moscatelli Emma Bonino, ex commissaria europea per le questioni umanitarie, è uno dei pochi politici occidentali ad aver incontrato Aung San Suu Kyi. Era l’agosto del 1997 e la dissidente birmana era già costretta da sei anni alla semilibertà. Senatrice Bonino, nei prossimi giorni Aung San Suu Kyi affronterà un nuovo processo. Perché il regime birmano è così duro con lei? «Non c’è niente di più fragile di una dittatura e l’urlo silenzioso di questa donna potrebbe farla crollare da un momento all’altro. Noto un certo tempismo nel suo arresto: stavano per scadere i termini della detenzione domiciliare e i militari devono decidere come comportarsi in vista delle elezioni del 2010». La dittatura viola sistematicamente i diritti umani, imprigionando e mettendo a tacere anche altri dissidenti. Chi protegge la giunta militare? «La Birmania è un paese chiave nel difficile rapporto fra le superpotenze asiatiche: è ricca di materie prime e dalle sue coste passano le navi che permettono alla Cina di commerciare con il resto del globo. C’è un legame particolare fra la giunta e Pechino, che continua a fornirle armi e protezione. Deve smetterla. E’ naturale che la Cina sia interessata a mantenere la stabilità di quest’area. E la Birmania di oggi è più che stabile: è un cimitero». Senatrice Bonino, lei è a Torino per parlare di un’altra donna coraggiosa, la giornalista russa Anna Politkvoskaya, assassinata tre anni fa nella Russia di Putin. Com’è possibile che la comunità internazionale, in entrambi i casi, continui ad assistere impotente? «Lasciamo da parte la retorica sui diritti dell’uomo: non è che in Russia e in Birmania non li conoscano. Semplicemente non li applicano. Per cambiare le cose servono altri strumenti e una buona dose di realismo politico. E’ vero, la Cina tiene in piedi gli Stati Uniti finanziando il suo enorme debito. Ma come in tutti i rapporti esiste una reciprocità. Cosa succederebbe se gli Usa chiudessero il loro gigantesco mercato ai prodotti cinesi? E’ con questi strumenti che dobbiamo fare pressione sui paesi che violano i diritti umani». Quale ruolo possono avere in questa partita l’Italia e l’Europa? «Il mondo contemporaneo è un sistema in cui interagiscono 4 o 5 grandi attori e per poterci sedere allo stesso tavolo, e far sentire le nostre ragioni, noi europei dobbiamo riprendere il grande sogno di Altiero Spinelli. Un’Europa divisa in 27 piccole patrie non conta nulla. Se continuiamo l’assurda competizione a chi è più amico di Putin, di Gheddafi, della Cina o della giunta birmana, non andremo da nessuna parte. Dobbiamo parlare con una voce comune». Di fronte al caso di Aung San Suu Kyi assistiamo ancora una volta all’indignazione dell’opinione pubblica occidentale. Ma le proteste dei cittadini, delle ong e dell’Onu sembrano soccombere alla Realpolitik degli Stati... «La bontà dell’opinione pubblica spesso mi sembra una favola. Noi stessi siamo cinici, sempre pronti a salvaguardare i nostri privilegi. Di persone come Aung Suu Kyi ci accorgiamo quasi per sbaglio. Invece siamo noi ad influenzare la politica. Dobbiamo spingere il nostro paese verso un equilibrio sostenibile tra gli interessi della Realpolitik e il rispetto, irrinunciabile, dei diritti umani».





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