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DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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SOSPENDERE I RAPPORTI CON TEHERAN

Liberal - 4 luglio 2009 di Marco Palombi Ben venga ogni iniziativa che coinvolge l'opinione pubblica in una battaglia di democrazia e libertà come quella che gli iraniani combattono nelle loro città - soprattutto di fronte allo spettacolo della "irrilevanza"politica dell'Europa, dell'eccessiva prudenza di Obama e dell'inazione degli organismi internazionali - ma «nulla è risolutivo quando ormai si spara nelle strade». Il cambiamento che nasceva dentro l'Iran teocratico andava «ascoltato e sostenuto da tempo», ma senza il caso di cronaca «la condizione degli iraniani, la loro oppressione, non era all'ordine del giorno per nessuno». Parole - non concilianti, ma di certo nemmeno rinunciatarie - della vicepresidente del Senato Emma Bonino, che ha aderito all'iniziativa di Zapping e liberal a sostegno dei manifestanti iraniani e ora rivolge un ironico invito al presidente del Consiglio: se è così ascoltato da Putin e Medvedev come dice, li convinca a sospendere la vendita di armi all'Iran. All'Onu, infatti, ci si appresta a far finta di discutere di sanzioni all'Iran, ben sapendo che la Russia - per bocca del ministro degli Esteri Lavrov - ha già detto il suo niet. Che fare, allora, senatrice Bonino? Il nostro premier, che ha dichiarato - forse incautamente - che al G8 si sarebbero stabilite delle sanzioni anche se l'unica sede per farlo è l'Onu, sottolinea spesso di essere un ascoltato "consigliere" di Putin e Medvedev. Mi sembra una buona occasione per dimostrarlo: sarebbe un bel risultato se la Russia almeno sospendesse la vendita di armi. Ma mi pare altamente improbabile. Come giudica il nostro governo? L'Italia come presidente di turno del G8, a Trieste avrebbe potuto dare subito un segnale. In quei giorni la situazione a Teheran imponeva una decisione chiara e univoca come il ritiro, ufficiale e formale, dell'invito agli iraniani anziché aspettare la loro risposta sperando in un no e tirare un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo. Il che non significava interrompere i rapporti diplomatici vita natural durante, ma fare un gesto importante che potesse essere "sentito" a Teheran e spingere quel governo a tenere un comportamento diverso da quello brutale che abbiamo visto. Ora sembra esserci una spaccatura tra chi vorrebbe intervenire subito (Merkel, Sarkozy) e chi rinviare a settembre a New York come Frattini. Intanto penso che nulla è risolutivo quando ormai si spara nelle strade. E che quando sono in ballo i diritti umani e civili di una popolazione la responsabilità di reagire non è solo dei governi, ma pure delle opinioni pubbliche attraverso le loro forme organizzate. Per questo ben vengano iniziative come questa di liberal o quella che Radio Radicale e Il Riformista hanno organizzato a Roma all'indomani dei primi scontri. Ma, con Shirin Ebadi, rimango convinta di una cosa: il cambiamento non può venire da fuori ma solo dalla stessa società iraniana, che avrebbe dovuto essere ascoltata e sostenuta da tempo. E invece? Non è stato così: l'unico problema, pur gravissimo, che ha impegnato le diplomazie e le opinioni pubbliche è stato quello nucleare. La condizione degli iraniani non è mai stata all'ordine del giorno per nessuno. Parliamo di quel che accade a Teheran. È un conflitto interno al regime o le dimostrazioni spontanee dicono che la cappa totalitaria non regge più? Le due cose vanno mano nella mano. Ma se una crepa si è aperta nell'establishment clericale bisogna vedere quanto è grande e quanto le forze del cambiamento riusciranno a far sì che non si richiuda. È presto per dire se l'Onda verde prenderà il sopravvento ma è innegabile che ci troviamo per la prima volta di fronte a una seria crisi di legittimità di un sistema teocratico che per 30 anni si è dimostrato un blocco granitico impermeabile a qualsiasi riforma. Per alcuni la rivolta iraniana è figlia della "mano tesa" dell'amministrazione Obama. È la tesi del New York Times, secondo cui il regime totalitario iraniano si trova più a suo agio in un contesto di confronto duro, usando la minaccia esterna per mantenere ferma la presa sulla popolazione, mentre è in difficoltà quando deve affrontare i compromessi di un processo negoziale. Con Obama gli Usa hanno fatto subito capire che il loro interesse nazionale con l'Iran era quello dell'engagement e non del confrontation - una posizione confermata con una lettera, peraltro rimasta senza risposta, inviata a Khamenei a maggio - e che permane ad oggi, nonostante il gesto simbolico di ritirare l'invito ai diplomatici iraniani nella ambasciate e nei consolati americani per i festeggiamenti del 4 luglio. Secondo il NYT questa apertura degli Usa ha offerto una sponda agli oppositori che si sono mossi quando si è presentata l'occasione dei brogli alle elezioni. Lei è d'accordo? Diciamo che non contesto questa tesi, o comunque mi pare sufficientemente interessante per farne la base di una riflessione più generale, ma altrettanto credo che engagement non significa sorvolare sulla repressione violenta e che, anzi, in questo caso una "sospensione" dei rapporti si giustifichi pienamente.





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