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Living together - Combining diversity and freedom in 21st-century Europe [Report of the Group of Eminent Persons of the Council of Europe] PDF DOWNLOAD >>

DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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L'UNITA': BONINO, DA BONN ARRIVANO SEGNALI POSITIVI

di Simone Collini “Ad oggi hanno già aderito 5100 cittadini di 101 paesi. Persone e organizzazioni diverse fra loro e sparse in tutto il mondo che per la prima volta sono riuscite a fare sinergia e si sono unite per un solo e medesimo obiettivo”. E’ grande la soddisfazione di Emma Bonino nel presentare i risultati del Satyagraha, la giornata di digiuno e nonviolenza promossa per oggi dai Radicali italiani per chiedere la presenza di donne nel futuro governo afghano. E scorrendo la lista dei partecipanti non si può che darle ragione, visto che fra le personalità che hanno aderito all’iniziativa ci sono 480 parlamentari italiani e stranieri, decine di ministri, di Premi Nobel, di leader politici e di Organizzazioni non governative e poi giornalisti, scrittori, attori e anche familiari dell’ex re afghano in esilio Zahir Sha. Tutti uniti nel chiedere una sola cosa? “Esatto. La presenza consistente di donne al governo, da subito”. Che intende per consistente? “Non parliamo di quote, ovviamente. Io sono contraria alle quote persino da noi. Bisogna però riflettere su un dato. E cioè che il 60% della popolazione adulta afghana, a causa delle continue guerre, è costituito da donne”. All’incontro di Bonn erano presenti 3 donne su 38 delegati. Onorevole Bonino, come giudica la cosa? “E’ un fattore che fa ben sperare. O quantomeno è una cosa su cui costruire. Nel senso che due settimane fa le donne non erano previste neanche come interpreti. Poi sono stati costretti a invitarne tre. Molto bene, dico io. Anche perché ieri la delegazione del re Zahir Shah ha poi annunciato che aprirà nella sua composizione ad altre donne. Si spera che in una forma corretta di competitività anche l’Alleanza dl Nord sia spinta a fare altrettanto. Al momento qualcosa è stato ottenuto. Una volta dentro saranno poi anche le donne stesse a porre e affrontare il problema.” Soraya Parlika, leader dell’appena nata Unione delle donne afghana, da Kabul ha denunciato che alla conferenza di Bonn ci sono a rappresentarle tre donne che da anni si sono rifugiate all’estero. “E’ vero, e infatti questo non basta. Ma se non sbaglio, giovedì la delegazione del re ha parlato proprio di apertura, nelle sua fila, alle attiviste del Rawa, che si battono per il riconoscimento dei diritti femminili in Afghanistan sia all’estero che dall’interno dei confini nazionali.” Erano presenti a Bonn, donne del Rawa? “Sì, le ho incontrate, e una delegazione la rivedrò nei prossimi giorni a Bruxelles.” Le hanno raccontato qualcosa dell’attuale situazione in Afghanistan? “Niente di nuovo rispetto a quel che già sapevamo, come il fatto che già per due volte l’Alleanza del Nord ha vietato una marcia pacifica che l’Unione delle donne afghane aveva intenzione di fare a Kabul. Cosa, questa, che non ci fa ben sperare, appunto. Ma mi hanno anche parlato della determinazione del gruppo ad andare avanti, sia lì che altrove. So, per esempio, che domani (oggi, ndr), nel giorno del digiuno, ci sarà un’iniziativa a Islamabad, di fronte alle Nazioni Unite, a cui partecipano sia donne afghane che pakistane. Una manifestazione che vuole essere pacifica. Vedremo come si svolgerà. E vedremo anche come si andrà avanti”. Appunto. Come pensa si andrà avanti? “Mah, per il momento vediamo come finisce Bonn. Adesso la questione centrale è vedere quali sono le conclusioni provvisorie su cui si intende costruire.” Lei che è stata a Bonn, come giudica i segnali che giungono dall’incontro? “Al momento mi sembrano piuttosto positivi, ma tutto è talmente fragile che è meglio seguire l’andamento giorno per giorno, senza cantar troppo vittoria”. Pensa che la presenza di una forza delle nazioni Unite sia necessaria per garantire il riconoscimento e la difesa dei diritti delle minoranze e delle donne in particolare? “Assolutamente. Il Kosovo insegna. Timor Est insegna, con tutto che è un’isoletta piccolissima. Non è che si può fare il miracolo, girare pagina e vedere che tutti si vogliono bene. La presenza internazionale è una garanzia un po’ per tutti, sostanzialmente. Poi si dovrà certamente discutere con che formula inviare la forza di pace, se dovrà essere multinazionale, quali nazioni ne faranno parte, come agiranno e dove, se umanitarie, se di polizia, tutta una serie di questioni che saranno poi da valutare. Ma per il resto, io credo che il minimo di esperienza che abbiamo fatto recentemente in Kosovo possa essere di grande aiuto”.





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