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UN IMPEGNO SUL TERRORISMO

Il Corriere della Sera - 21 settembre 2009 Le ragioni della missione in Afghanistan di Angelo Panebianco Oggi, nel giorno dei funerali dei sei paracadutísti caduti a Kabul, l'Italia ufficiale si stringerà, con compostezza e rispetto, intorno ai nostri soldati. Come è certamente nei sentimenti di tutti e come l'opinione pubblica esige. Oggi non si sentiranno le «stecche» che si sono udite nel giorno dell'attentato. E` importante che quelle stecche non si sentano più. Le questioni di guerra hanno questo di diverso rispetto alle normali lotte fra i partiti per, poniamo, l'accaparramento di cariche di presidenti di Regione: ci va di mezzo la vita dei soldati. Come ha osservato Emma Bonino (Il Riformista, 19 settembre) il nemico ascolta, eccome: ci ascoltava quando, all'epoca del governo Prodi, la sinistra estrema minacciava sfracelli se non ce ne fossimo andati presto dall'Afghanistan e oggi ascolta le dichiarazioni (poi rettificate) di Umberto Bossi. Per questo, tali questioni non possono essere trattate dai partiti come se fossero faccende interne. Ciò non significa che non si debba partecipare, insieme agli alleati, a una riflessione collettiva su come fronteggiare le nuove, sempre più difficili, condizioni del conflitto in Afghanistan. Al di là di eventuali revisioni di strategia militare o politica, c'è un dirimente punto politico, come ha notato Sergio Romano, sul Corriere del 19 settembre, e come ha riconosciuto il ministro della Difesa Ignazio La Russa (11 Corriere, 20 settembre): si tratta di rinnovare ogni sforzo affinché al Paese torni ad essere ben chiara la posta in gioco. Non è solo un problema italiano. E` un problema europeo. Oltre che in Italia anche in Gran Bretagna, in Francia, in Germania, in Spagna, nelle opinioni pubbliche tende oggi a prevalere la richiesta di ritiro. Negli anni immediatamente successivi all`11 settembre 2001 era ancora chiaro agli europei il perché della presenza militare in Afghanistan. In seguito, man mano che andava sbiadendo la memoria dell`11 settembre e i talebani, ricostituite le forze, ricominciavano a combattere con crescente efficacia, le classi dirigenti europee non seppero rimotivare le opinioni pubbliche. E` il senso della presenza europea in quel teatro che è andato perduto. Va urgentemente (ri) spiegato alle opinioni pubbliche che una vittoria talebana a Kabul destabilizzerebbe il Pakistan, e il fondamentalismo islamico tornerebbe a galvanizzarsi ovunque (anche in Europa). E` per evitare che i kamikaze si mettano all'opera qui da noi che siamo in Afghanistan. Poiché la guerra va ora male per gli occidentali, si è diffusa la tesi (consolatoria) secondo cui ciò che là accade avrebbe poco a che fare con il terrorismo islamico. Dipenderebbe dalle lotte fra i pashtun e le altre etnie, dai riflessi della rivalità indo-pachistana, eccetera. Questi elementi esistono. Ma sarebbe cecità non vedere che il conflitto ha due facce: la prima legata alle specificità locali e la seconda alle sorti del terrorismo internazionale. Ma come la mettiamo, qui da noi in Italia, si sente ripetere, con l'articolo n della Costituzione? L'articolo u venne scritto perché i costituenti avevano in mente le guerre di aggressione del fascismo. Sono quelle guerre che la Costituzione vieta. Significa far torto alla intelligenza e al patriottismo dei costituenti sostenere che essa ci impedisce di partecipare, con gli alleati, ad azioni militari tese a contrastare (oggi in Afghanistan, domani forse in Somalia e in altri luoghi) la diffusione del terrorismo.





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