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Living together - Combining diversity and freedom in 21st-century Europe [Report of the Group of Eminent Persons of the Council of Europe] PDF DOWNLOAD >>

DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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>> Charta Minuta


L'ESPORTAZIONE DELLA DEMOCRAZIA NON RIGUARDA SOLO I MILITARI

Charta Minuta - novembre/dicembre 2009 Dopo l'attentato alle Torri gemelle, l'Occidente ha scoperto l'Afghanistan dei Talebani e l'Iraq di Saddam Hussein. Fra successi e errori, la strada verso la pacificazione è ancora lunga Intervista di Barbara Mennitti "L'Afghanistan è un paese che ti rimane nel cuore, ti rimane la sua gente, le persone che hai visto, quelle che sono state elette, le donne elette e poi ammazzate", dice Emma Bonino nel corso della nostra intervista. E che sia così si vede subito entrando nel suo ufficio di vicepresidente del Senato, tappezzato di foto che ripercorrono le tappe del suo percorso politico e umano. Fra queste occupa una posizione centrale il ritratto di un folto gruppo di donne in posa con alle spalle un panorama sabbioso. L'unica che si riconosce è proprio Emma Bonino che sorride al centro della foto; tutte le altre donne non hanno volto né corpo: sono interamente coperte dal burqa grigio azzurro che ruba l'identità delle donne afghane. Dell'Afghanistan Emma Bonino si occupa da molto tempo, e per molto tempo ha cercato di richiamare l'attenzione dei governi e dell'opinione pubblica sulla brutalità e la pericolosità del governo dei Talebani, instauratosi nel paese nel 1996. Non furono in molti a darle ascolto allora. Poi ci fu l'11 settembre 2001, l'attentato alle Torri gemelle, e il mondo scoprì improvvisamente l'Afghanistan e il terrorismo di matrice islamica. In questa intervista Emma Bonino ripercorre, leggendoli anche in chiave critica, gli avvenimenti che hanno segnato in maniera più marcata la politica internazionale dei primi dieci anni del nuovo millennio e che, sicuramente, non hanno ancora esaurito il loro effetti. Dall'attentato al World Trade Center alla missione Enduring freedom in Afrghanistan, alla controversa campagna nell'Iraq di Saddam Hussein, passando per il fallito tentativo di risolvere la questione esiliando il dittatore, fino alla gestione di tutti i nodi rimasti ancora irrisolti, Emma Bonino racconta come è cambiato il mondo da quel giorno di otto anni fa. Come ricorda l’11 settembre del 2001? Dov’era, cosa ha provato e cosa ha pensato durante l’attacco alle Torri gemelle? In quel periodo abitavo al Cairo, ma ero per caso di passaggio a Roma e mi trovavo nella sede del Partito radicale in via di Torre Argentina. A un certo punto, verso le 2 o le 3 del pomeriggio, Sergio Stanzani inizia ad urlare e a chiamarci. Sono andata a vedere cos’era successo e devo dire che la prima sensazione è stata quella dell’incredulità, ho pensato ad una montatura. E’ stato davvero un colpo al cuore, questo è quello che ricordo dell’11 settembre. E poi, ovviamente, nessuno si è più mosso da davanti al televisore, abbiamo visto crollare in diretta la seconda torre. Siamo stati lì per ore a cercare di capire. In quei momenti la frase che riecheggiava era: “Niente sarà più come prima”. A distanza di otto anni, è stato davvero così? In qualche modo sì, anche se oggi non è come otto anni fa. In quei giorni il terrorismo di matrice islamista entrava improvvisamente nelle nostre vite, non era più solamente un fenomeno limitato al Medio Oriente, come eravamo più o meno abituati a considerarlo, e in più si caricava di elementi assolutamente spettacolari. Dopo l’11 settembre sono rientrata subito al Cairo e quindi ho vissuto le conseguenze anche tramite l’esperienza dei miei amici egiziani, musulmani e laici, che fino ad allora avevano sentito parlare di Al Qaeda in modo molto vago e improvvisamente si ritrovavano con questa realtà. Hanno dovuto fare i conti con la reazione esterna degli occidentali, con gli stereotipi che sono immediatamente nati, le generalizzazioni, i controlli negli aeroporti. In quel periodo bastava che una persona avesse la barba lunga o un turbante per far scattare i sospetti. Anche per loro è stata una cosa piuttosto sconvolgente. Quindi è cambiato soprattutto il nostro modo di rapportarci con i paesi arabi? Innanzi tutto li abbiamo scoperti, almeno a livello politico. Le faccio un esempio: quando abbiamo cominciato a cercare se c’erano elementi o informative per poter prevedere l’11 settembre ci siamo accorti che quasi in nessuna Cancelleria o servizio segreto, ivi compresi gli Stati Uniti, c’era qualcuno che parlasse arabo. Così poco li consideravamo che c’erano agenti e funzionari che sapevano il russo o il cinese, ma nemmeno i servizi dei più grandi paesi con strutture capillari in giro per il mondo avevano qualcuno in grado di decriptare eventuali messaggi in arabo. Quindi siamo passati dalla fase della non conoscenza alla fase della generalizzazione. Insomma, in termini di società c’è stato uno sconvolgimento di rapporti, un soprassalto da entrambe le parti, con errori e generalizzazioni. In termini politici si è trattato di un enorme shock, perché era un attacco al cuore dell’Impero e negli anni successivi ci sono stati gli attentati di Madrid, Londra, Istanbul. Nessuno si è sentito più sicuro e infatti la reazione militare in Afghanistan è stata unanime e non ha visto dissidenze. Un grande dato di solidarietà anche politica. Secondo me è vero che è stato un grande scossone. Come si è potuti giungere ad un evento catastrofico come l’attentato alle Twin towers? Come hanno fatto i paesi occidentali a non accorgersi che si era arrivati a quel punto? Come sottolineavo prima, prima di tutto per mancanza di intelligence e di analisi su alcuni paesi. Quando ero commissaria europea mi sono molto occupata dell’Afghanistan. Già prima dell’arrivo dei Talebani nel 1996, l’Unione Europea aveva in corso grandi operazioni umanitarie nel paese. Dopo l’arrivo dei Talebani cominciammo a ricevere rapporti dei nostri operatori che segnalavano come le donne fossero praticamente scomparse, impossibili da contattare. Iniziai a fare appelli alle Nazioni Unite perché andassimo a vedere che succedeva, ma senza riscontro. Dopo un anno, a settembre del 1997, riuscì a recarmi nel paese. Quella volta che fu arrestata dai Talebani? Esattamente. Ricordo perfettamente che al mio ritorno scrissi un rapporto che mandai a tutte le capitali europee segnalando che l’Afghanistan era un problema esplosivo. Scrissi che, oltre alla questione dell’oppressione femminile, che poteva anche non emozionarli, il paese era pieno di campi d'addestramento per i terroristi e che il traffico di droga era l’elemento finanziatore. Bussai a tutte le capitali ma senza alcun successo. Al di là dell’Atlantico riuscimmo ad avere solo la solidarietà attiva del Feminist Majority che esercitò una grande pressione sulla Casa Bianca perché non riconoscesse il governo dei talebani, cosa che infatti non fece. Proprio in quel periodo il governo talebano stava appunto per essere riconosciuto a livello di Nazioni Unite come un governo legittimo e legittimato. Per fortuna l’Afghanistan dei Talebani non è mai stata membro né del consiglio di sicurezza a rotazione né dell’Assemblea generale, ma questa è l’unica cosa che sono riuscita a fare. Dal punto di vista operativo, invece, non ci diede ascolto nessuno. Poi è arrivato l’11 settembre… Poco dopo parte l’operazione Enduring freedom per cacciare i talebani dall’Afghanistan. Nel 2009 siamo ancora lì. E ci staremo ancora a lungo. Quale bilancio traccia di questa operazione? Il bilancio è misto. Nei primi due anni la reazione e l’impegno dell’Occidente sono stati non solo militari, ma anche civili. Una volta caduti i talebani si instaurò il governo provvisorio e, grazie anche ad una nostra campagna, riuscimmo persino ad avere una donna nel governo. Seguì la conferenza al castello di Petersberg in Germania a testimonianza dell’impegno internazionale. Poi nel 2003 gli Stati Uniti decidono di distrarsi e inopinatamente scatta, ahimè, la priorità Iraq. A partire da gennaio 2003, ma in realtà già da prima, inizia un’inevitabile distrazione di forze umane, forze militari, forze civili e attenzione politica, diplomatica e di intelligence dall’Afghanistan. Sembrava quasi che, caduti i talebani, fosse arrivato il paradiso. La verità è che quando gli Stati Uniti decidono che l’asse del male si sposta sull’Iraq l’Afghanistan perde di priorità. Eppure i primi segnali non erano stati così malvagi. L’elezione presidenziale del 2004 di Karzai, per esempio, fu un momento, se non di grande risveglio democratico, certamente di grande passione. Io ho abitato in Afghanistan per sei mesi nel 2005, come capo della missione di osservazione elettorale per l’Unione europea per le elezioni politiche. In quell’occasione ho avuto modo di percorrere tutto il paese e già allora era evidente, come scrissi nel rapporto finale, che la parte sud al confine con il Pakistan era fuori controllo. Durante le elezione mi assunsi persino la responsabilità di non mandare osservatori in alcune provincie. Per motivi di sicurezza? Sì. Ovviamente gli osservatori elettorali non sono scortati né armati e in quei posti il massimo che avrebbero potuto fare era di rinchiudersi in qualche albergo per non uscire mai più. Era del tutto inutile che se ne restassero chiusi a chiave in una stanza. Dopo essermi consultata anche con i generali americani della zona, dissi in conferenza stampa che, come osservatori internazionali, non eravamo in grado di monitorare tre provincie. Un martire occidentale certamente non avrebbe aiutato il processo. Quindi già nel 2005 Kandahar e la parte meridionale del paese verso il Pakistan era fuori controllo, o meglio non era mai entrata sotto il controllo di Kabul. Da allora, nella distrazione generale dal punto di vista militare si sono create due missioni: quella americana e inglese controllano, o almeno ci provano, il confine, e poi ci sono i vari Provincial Reconstruction Team, sotto ombrello Nato, di italiani, tedeschi, spagnoli, e di altre nazionalità. impegnati in tentativi di ricostruzione, formazione della polizia, dell’esercito locale, eccetera con risultati più o meno mediocri. Nel frattempo al qaedisti, talebani, signori della guerra e trafficanti di droga hanno trovato rifugio, rifornimento e rinforzi in Pakistan e da lì negli anni successivi hanno ricominciato ad infiltrarsi pesantemente nel paese. In questo ha giocato un ruolo per lo meno ambiguo il Pakistan di Musharraf, che in Occidente giurava che la lotta al terrorismo era una sua priorità, ma in realtà non la voleva o non la poteva esercitare, perché il suo governo di coalizione si reggeva proprio grazie ai partiti islamisti che controllavano e controllano alcune delle provincie di confine. Scusi ma la parte positiva del bilancio qual è? Tutta la parte nord del paese non è sottoposta a questi dati di insicurezza, di penetrazione e infiltrazione. Mi riferisco alle zone di Bamiyam, di Mazahr-i Sharif e di Herat, dove stanno appunto gli italiani. Qui le scuole hanno riaperto e ci sono stati dei progressi. Certo è un paese che è agli ultimi posti in termini di sviluppo, però bisogna riconoscere che nel 2007, 2008 e 2009 la situazione generale si è aggravata. Pensiamo anche alle ultime elezioni e ai pesanti brogli che ci sono stati. Ora nessuno sa più cosa deve fare: Obama traccheggia e gli europei restano in stand by aspettando la nuova filosofia dell’amministrazione americana. Per la verità qualcuno, anche recentemente dopo l’attentato, parla di andare via dall’Afghanistan. Di irresponsabili al mondo ce ne sono tanti. Ma cosa succederebbe se davvero ce ne andassimo? Se ce ne andiamo noi italiani niente, se non che ci perdiamo la faccia come sempre. Se tutto il contingente andasse via, il paese precipiterebbe in una guerra civile. Che lo occupino i pashtun talebani pakistani o che lo occupino da nord gli uzbeki o i tagiki, il paese precipiterebbe comunque in una situazione in cui nessuno controlla niente con gravi ripercussioni per la sicurezza internazionale, perché in Afghanistan i santuari di training terroristico sono difficilmente scopribili ma facilmente organizzabili. Il fatto è che se non adottiamo un approccio e una soluzione regionale non andiamo da nessuna parte. Tra le sue varie sfortune questo paese ha anche quella di essere circondato da pesi meno che benevolenti. Iran, Pakistan, India, un pezzo di Cina, poi a nord Uzbekistan e Tagikistan e, dietro di loro, l'onnipresente Russia: ognuno di questi può avere una sua agenda per quanto riguarda l’Afghanistan e la sua posizione geostrategica e per trovare una soluzione dobbiamo coinvolgerli tutti attorno a un tavolo. Altrimenti possiamo metterci tutti i militari che vogliamo ma l’Afghanistan, proprio per come sono fatte le sue frontiere, non è un paese che si può stabilizzare solo dall’interno. La questione droga e la questione regionale sono i due veri nodi da affrontare, altrimenti non avviamo neanche la soluzione del problema. Nel 2003, dicevamo, parte la missione militare in Iraq. Secondo lei è stato un passo giustificato? No. Noi radicali abbiamo provato fino allo sfinimento a dire che Saddam Hussein era sicuramente un grande terrore per il suo popolo, ma che c’erano seri dubbi sul fatto che fosse un problema per la sicurezza mondiale e infatti non c’erano prove sulle armi di distruzione di massa. Noi avevamo proposto una strada alternativa, quella dell’esilio forzato di Saddam, che partiva da un’iniziativa degli Emirati arabi ed era appoggiata da tutti i paesi del Golfo. Ma sappiamo come è andata a finire e quindi si arrivò all’invasione militare. Ma perché la vostra proposta non è stata ritenuta praticabile? Io sono arrivata alla conclusione che Bush ormai aveva deciso l’intervento militare e i dati che abbiamo raccolto lo dimostrano in maniera abbastanza impressionante. Ora stanno aprendo due inchieste, una delle quali secretata, alla Camera dei Lord sul ruolo di Tony Blair. Poi c’è il memo reso noto dal portavoce di Aznar che racconta come Bush, Blair e Berlusconi al telefono liquidassero l’ipotesi. Quello che è certo è che ci sono dei passaggi oscuri in quel periodo. Per esempio resta da capire chi abbia dato le informazioni a Powell nella sua esibizione al Consiglio di sicurezza. Mi pare che con la nuova dottrina Petraeus, che è più inclusiva, la situazione si sia calmata, non so se stabilmente. Miei amici curdi nord iracheni dicono che ci si è effettivamente avviati su una nuova strada che forse porterà ad una soluzione federalista, fatta salva l’unità del paese. Ho notizie che anche il rapporto fra sciiti e sunniti si va stabilizzando, ed è evidente che non siamo più nel periodo drammatico dei duecento attacchi al giorno. Secondo lei stiamo vincendo la war on terror? Non ho elementi di intelligence, ma dall’esterno non sono così convinta che la rete jahidista o terrorista che usa Al qaeda come un logo sotto il quale ognuno ha una sua agenda, siano state smantellate. Fiaccate mi pare di sì. Ma ci sono organizzazioni terroristiche che non hanno l’Occidente come priorità. Si può esportare la democrazia?/ No. La democrazia non è un problema di import-export. Sarebbe già moltissimo se fossimo almeno determinati a sostenere quelli che nei vari paesi per questo si battono, cosa che non facciamo. I rapporti internazionali non sono solo una questione per i governi e per i militari, ma per l’intera società. Spesso le relazioni fra università, tra imprenditori, gli scambi di studenti, ecc..sono iniziative utili e necessarie ma non gli attribuiamo la giusta importanza.





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