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AFGHANISTAN, NON SOLO TRUPPE

Europa - 4 dicembre 2009 di Filippo Di Robilant* Il dado è tratto. Il comandante in capo ha stabilito la rotta: 30 mila nuove truppe e un disimpegno a partire da metà 2011. Un anno e mezzo sarà sufficiente per portare a termine l'"afghanizzazione" della sicurezza? Sarà dura. E' stato saggio annunciare sin d'ora una data di ritiro, viste le orecchie meno che benevolenti all'ascolto da quelle parti? Dalla visuale afghana c'è da dubitarne. Per quanto riguarda gli alleati, la richiesta americana è chiara ed è quella di colmare la differenza tra il nuovo surge americano e la richiesta del Generale McChristal di 40 mila unità. Ma, a monte, c'è da porsi una domanda: siamo sicuri che l'urgenza sia quella di più "boots on the ground" in Afghanistan mentre la polveriera Pakistan è esplosa nelle aree tribali proprio al confine con l'Afghanistan? Alcuni analisti sostengono che si possono mandare quante truppe si vogliono ma la missione non potrà mai essere portata a termine finché i santuari in Pakistan non saranno sgominati. Non a caso il Vice Presidente Biden ha chiesto di invertire la priorità e ribattezzare PakAf la strategia AfPak; anzi, c'è chi suggerisce di passare direttamente ad una strategia PakPak vista la caduta libera del Pakistan. In questi mesi, invece, il dibattito si è polarizzato sul dilemma obamiano di un nuovo surge o meno, come se le opzioni fossero limitate ad una sorta di "lascia o raddoppia": o si raddoppiano le truppe in Afghanistan o nessuna counterinsurgency è possibile. Ma è sin dall'inizio della crisi che le decisioni sono state discutibili. In campo civile si è pensato che sulle macerie dei bombardamenti del 2001 si potesse creare uno Stato democratico limitandosi all'elezione di un Presidente, di un Parlamento e di Consigli Provinciali. Evidentemente non è stato così. Il contesto di maggiore sicurezza e il nuovo quadro politico scaturito dopo le turbolenti elezioni presidenziali saranno inutili se non creeranno le condizioni per il rafforzamento della polizia locale, dell´amministrazione pubblica, delle infrastrutture, dell´istruzione, e dello Stato di diritto che significa riforme, a cominciare da una revisione della Costituzione con un nuovo baricentro dell'equilibrio dei poteri, alcuni dei quali - obiettivamente - dovrebbero passare dal Presidente al Parlamento e forse anche alla figura di un Primo Ministro che oggi non esiste. Ma soprattutto l'attuale Costituzione non fornisce al potere legislativo gli strumenti per controllare un esecutivo invadente, come pure il potere giudiziario è negletto, fatto questo che contribuisce all'elevato livello di corruzione e al clima di impunità che rafforza l'insorgenza (ed è anche difficile chiedere ai nostri soldati di andare a "morire per Kabul" se questo è rappresentato da un governo corrotto ed incapace...). Centralizzare troppo potere a Kabul a scapito delle Province si è anche dimostrato un errore. Prima delle elezioni dell'anno prossimo occorrerebbe introdurre un sistema più rappresentativo e funzionale anche a livello locale, pur facendolo rimanere accountable all'amministrazione centrale. Le riforme dovrebbero prevedere anche la legalizzazione dei partiti politici. Dalla mia esperienza delle elezioni del 2005, l'assenza di partiti capaci di fare da filtro a candidati impresentabili ha fatto sì che in Parlamento siano stati eletti tra i più sanguinari signori della guerra ed ex mujahidin, mentre un sistema multi-partitico può essere benefico non solo per ragioni di vetting - di inibizione dalle liste elettorali - ma anche perché darebbe ad alcune etnie, penso in particolare ai pashtun, un'alternativa politica a quella di organizzarsi con le armi. Infine due parole sulla dimensione regionale. Come da tempo sostiene Emma Bonino, il problema afghano non si risolve fuori dal contesto geo-politico nel quale è calato. Quindi ben venga la conferenza internazionale a Londra il 28 gennaio, che metterà attorno al tavolo le potenze regionali e i paesi confinanti senza i quali nessuna stabilità, se e quando raggiunta, sarà duratura. Ma come intende il governo italiano, che meritoriamente ha spinto per questa conferenza, prepararsi per tale evento? In quali sedi - Nato, Onu, Ue? - intende discutere dei passi da fare prima del 28 gennaio? Con quali idee e proposte pensa di affrontare e risolvere problemi grandi come macigni, vedi per esempio quello dell'oppio? Dopo nove anni è doveroso avviare una politica più determinata nella ricerca del consenso all'interno della frammentata società afghana, e forse avere il coraggio di premere il pulsante "reset" anche per quanto riguarda i rapporti con l'Afghanistan ed il suo martoriato popolo che è, non dimentichiamocelo, la prima vittima di questa guerra. * portavoce Missione degli osservatori Ue alle elezioni afghane 2005





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