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DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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BONINO: "NESSUNA DISCRIMINAZIONE MA TUTTE DEVONO ESSERE RICONOSCIBILI"

La Repubblica - 27 gennaio 2010 L'esponente Radicale: "Bene Parigi, se obbligatorio il velo integrale è il simbolo della morte civile delle donne" di Caterina Pasolini Roma - Si ricorda come fosse oggi, la prima volta in cui ha incrociato lo sguardo delle donne velate a Kabul, costrette a nascondersi sotto il burqa, ad abbandonare il lavoro, chiuse in casa dopo anni di libertà. Ma insiste, non vuole parlare di religione, non vuol legare il velo che copre tutto il volto alla fede. «Ne sono convinta: il burqa non è un problema religioso ma di convivenza civile e di questo si occupa lo Stato. Per cui bene sta facendo la Francia a volerlo vietare». Radicale e profondamente laica da sempre, la candidata del centro-sinistra alla presidenza della regione Lazio, Emma Bonino, non ha dubbi. Favorevole al divieto? «Sempre stata, ma andiamo con ordine. In uno stato dove vige la responsabilità personale delle proprie azioni, tutti devono essere identificabili. Così come non vado in classe col casco o il passamontagna, così non si dovrebbe usare il velo che nasconde il volto nei luoghi pubblici». Il burqa come il casco? «Sì, proprio per questo non c`è bisogno di specificare. Basta fare una legge che dica semplicemente: non si possono usare copricapi che rendano impossibile l'identificazione nei luoghi pubblici». Ma il problema religioso? «Non c`è. Il dover essere riconoscibili è una regola valida per tutti, quindi non ci sono discriminanti di fede. Accade semplicemente che lo stato si occupi delle regole minime della convivenza tra i cittadini. Lo stato fa le leggi, poi si può aprire il dibattito sull`importanza del dialogo religioso, sul futuro delle donne, sulle umiliazioni che devono subire, sulla storia che cambia i costumi, tanto che mia nonna non usciva mai senza il fazzoletto nero in testa. Ma tutto questo è altro, è oltre». La Lega propone l'arresto per chi mette il burga. «Non scherziamo. La proporzionalità della pena è un concetto basilare del nostro ordinamento». Col divieto non si spinge all'intolleranza? «Assolutamente no, come dice un mio amico iraniano il problema non sono le nostre credenze ma l'uso che si fa delle proprie credenze. Ci sono troppi luoghi comuni». Luoghi comuni? «L'emancipazione delle donne musulmane è forte, solo la nostra distrazione ci impedisce divederla. Il mondo islamico, anche solo se lo si legge pensando ai diversi copricapi, è fatto di mille realtà diverse. Basta con gli stereotipi». Da sempre contraria al burqa? «Lo confesso, prima del `97 quando sono andata in Afghanistan per la Ue e sono stata arrestata, non avevo mai pensato alla realtà del mondo islamico. Poi invece sono anche andata a vivere in Egitto dal 2001 al 2005». Primo ricordo? «L'incontro con un gruppo di donne, ex medici rispedite a casa dai taliban che impedivano a loro di lavorare. Mi dissero che la cosa drammatica non era la mancanza di cibo ma l`idea che le loro figlie sarebbero cresciute analfabete perché non era permesso studiare» Cosa c'entra il burga? «Per loro che avevano lavorato anni fuori, con o senza velo ma per libera scelta, il burqa reso obbligatorio era il simbolo concreto della loro morte civile».





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