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VELTRONI: TROVIAMO IL CORAGGIO PER UNA PACE ONOREVOLE IN CECENIA

di Walter Veltroni L’INTERVENTO / Oggi al Campidoglio l’incontro su una «guerra dimenticata» con Emma Bonino, Buttiglione, Selva, Fassino e Rutelli « Sulla Cecenia ciascuno può scegliere la parola d'ordine che crede: purché la dica, una parola...». Così Adriano Sofri è tornato a porre il problema di una terra da troppo tempo offesa e martoriata, e per troppo tempo dimenticata. Notizie ne sono arrivate, di tanto in tanto. Qualcosa si è saputo: di attacchi suicidi, di esplosioni di camion bomba, delle sanguinose azioni dell'esercito russo, che poi vuol dire assassinii di massa, prigioni di «filtraggio» e torture, vere e proprie deportazioni della popolazione civile. Da qualche mese, a questo concentrato di crudeltà si è aggiunta la follia di un terrorismo integralista che ha fatto vittime innocenti nel cuore di Mosca, in un teatro, in un concerto rock. Di questi episodi, per qualche giorno, i mezzi di informazione ne hanno anche parlato, soffermandosi sul fondamentalismo delle ragazze cecene suicide o sul tipo di gas usato dalle forze speciali russe. Non basta, però, per negare che attorno alla Cecenia ci sia stato, in questo decennio, il sostanziale silenzio dell'Occidente. Solo pochi intellettuali e giornalisti, alcune organizzazioni non governative, qualche parlamentare europeo, soprattutto del Partito radicale trasnazionale, hanno fatto sentire la loro voce. Troppo poco, purtroppo, per fermare una guerra che assomiglia a quelle dimenticate in ogni parte del Pianeta e che deve far riflettere su come i conflitti più lunghi e cruenti siano proprio quelli che meno si conoscono. Ha fatto bene Sofri a richiamare con durezza le nostre coscienze, a chiedere una grande mobilitazione delle forze politiche e sociali, dei movimenti, di chiunque abbia a cuore i valori della pace e del dialogo. Lo ha chiesto anche al Comune di Roma, che ha voluto definire - cosa di cui lo ringrazio - una «tribuna mirabile per chi non ha voce». Sarà così, spero, anche oggi, quando ci riuniremo in Campidoglio, con Emma Bonino, con Buttiglione e Selva, con Fassino e Rutelli. Sarà nel segno di uno spirito bipartisan doveroso per una questione umanitaria così drammatica e importante in un momento in cui la nostra politica conosce contrasti troppe volte accesi. Non è ancora la grande mobilitazione invocata da Sofri, ma è un primo passo, per avviare un confronto che ci auguriamo porterà a una partecipazione molto più vasta, all'assunzione di una responsabilità collettiva. Di chi si è sempre speso per la pace e per la pace si è mobilitato anche nei mesi scorsi; di tutta la comunità internazionale, dell'Unione Europea e delle Nazioni Unite, che possono e devono svolgere un ruolo prezioso di garanzia e mediazione, così come si chiede anche nella proposta del ministro degli Esteri ceceno, Akhmadov. Una proposta, un documento, che contiene un principio fondamentale: «Consentire a due popoli, che stanno perdendo entrambi una guerra vergognosa, di vincere insieme una pace onorevole». Bisognerà avere il coraggio di sedersi attorno a un tavolo. Mosca dovrà avere la saggezza di non accomunare Maskhadov, il capo del governo regolarmente eletto nel 1997, e Basaev, riferimento dei terroristi islamici. La moderazione e la volontà di dialogo dovranno prevalere definitivamente nel fronte ceceno. Si potranno così avviare negoziati in cui ognuno - come accade in ogni negoziato - sarà chiamato a fare concessioni, a cercare un compromesso che porti, appunto, a una «pace onorevole». Forse il traguardo raggiungibile potrà essere quello di una autonomia la più larga e completa possibile per la Repubblica di Cecenia. Certo è che si dovrà partire da condizioni indispensabili: il cessate il fuoco, il ritiro delle forze russe e il disarmo di quelle cecene, il riconoscimento della libertà e dei diritti umani, che non ci siano più vittime innocenti del terrorismo. Questo è l'inizio del percorso. A segnare l'arrivo potrà essere solo una soluzione capace di garantire un futuro di pace. Per il popolo ceceno e per quello russo. Per l'Europa, perché anche lì si decide una parte dei suoi, dei nostri destini. * Sindaco di Roma





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