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DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

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"LA GUERRA, √ą FINITA, DOBBIAMO RESTARE IN IRAQ" PARLA IL RADICALE DELL'ALBA DI RITORNO DA BAGHDAD. INTANTO SI CONTINUA A MORIRE E LA UE PROPONE L'INTERVENTO ONU

LIVORNO. "Siamo stati i primi politici italiani ad andare a Baghdad" dice con orgoglio. Gianfranco Dell'Alba, eurodeputato radicale eletto in Toscana, è tornato dall'Iraq mercoledì pomeriggio, dopo una visita di quattro giorni con Emma Bonino e Marco Cappato.

Quale situazione ha trovato a Baghdad?

"Ho incontrato alcune associazioni femminili, sono state loro a invitarci La gente chiede una casa e un lavoro, ha voglia di normalità. E di benessere. Ma ci sono ancora minacce forti, di tipo terroristico".

E' stato anche a Nassiriya?

"Sì e ho visto il lavoro importante che svolgono gli italiani in una regione disastrata, dove la disoccupazione è forte e la criminalità alta. Questo è un momento di transizione, un momento delicato: mancano meno di cento giorni al 30 giugno, quando ci sarà il passaggio dei poteri agli iracheni, e in queste settimane si gioca il destino del paese. L'Italia ha una ruolo chiave: ci sono 40 o 50 nostri connazionali in posti di alto livello, anche nel Consiglio governativo, che è il governo provvisorio. Perciò io dico che bisogna restare in Iraq, non si può andare via proprio ora".

Sabato scorso a Roma un milione - forse due - di persone hanno manifestato per chiedere la pace, e tra loro c'erano anche sindaci, presidenti di Regioni, politici...

"I manifestanti sono degli irresponsabili Non si può pagare oggi per il peccato originale di un anno fa".

E lei un anno fa come la pensava, era d'accordo sulla guerra preventiva?

"La posizione di Pannella è sempre stata chiara: chiedeva che si negoziasse l'esilio di Sad-dam. Parlare genericamente di pace avrebbe significato permettere il perpetuarsi di quel regime. Noi non ci siamo mai assoggettati a questo pacifismo. Così come critichiamo i governi che stanno alla fine-stra, i tentennamenti dell'Ulivo e gli slogan elettoralistici dello spagnolo Zapatero".

Zapatero chiede che sia l'Onu a gestire la situazione, vuole un mandato del Consiglio di sicurezza, come ora propone pure l'Ue.

"Noi radicali siamo stati i primi a invocare l'Onu, ma in pratica l'avallo dell'Onu c'è già. E comunque le Nazioni Unite un anno fa avrebbero potuto assumere la guida, ora c'è una Costituzione provvisoria, tra l'altro giudicata per alcuni aspetti molto avanzata. E c'è un governo di transizione.

Che molti considerano illegittimo.

"Sì, quelli che remano contro. Oggi il giudizio sulla guerra va messo da parte, la posta in gioco è un'altra, siamo a un bivio: bisogna capire se l'Europa è pronta ad aiutare l'Iraq ad andare verso prospettive democratiche, oppure se abbandona il paese ai fondamentalisti. Oggi la guerra non c'è, c'è stata".

Non si direbbe proprio che sia finita, ogni giorno si contano i morti. E l'ultimo rapporto di Amnesty parla di violenze quotidiane contro il popolo iracheno, di uso eccessivo della forza da parte della coalizione e di diritti umani a rischio.

"Anche noi siamo stati sorvolati dal missile che marted√¨ notte ha colpito lo Sheraton. Ci sono sacche di resistenza al cambiamento, e c'√® soprattutto il terrorismo. Che √® di due tipi: quello degli sciiti, alimentato da infiltrazioni iraniane e diret-to dagli ayatollah; e quello dei sunniti, che possono avere col- legamenti con Al Qaida. Oggi non conta pi√Ļ dire che Saddam non aveva rapporti con Bin Laden, oggi bisogna pensare alla ricostruzione".

Già, la ricostruzione. Un bel business, si è detto. Anzi, forse fra gli elementi che hanno spinto alla guerra: distruggere per ricostruire e dare appalti alle imprese Usa e dei paesi amici. Eppure stenta a partire.

"In Romania dopo la caduta di Ceausescu gli imprenditori italiani andarono a fare investimenti e ne trassero molti benefici. Per le nostre aziende ci saranno interessanti opportunità in Iraq. Lo ripeto: la guerra è una cosa, la situazione attuale un'altra".

Gemma Vignocchi





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