sito in fase di manutenzione: alcuni contenuti potrebbero non essere aggiornati
 
 novembre 2019 
LunMarMerGioVenSabDom
 123
45678910
11121314151617
18192021222324
252627282930 
CAMPAGNE
MISSIONI

CERCA:

Ministero degli Affari Esteri

Living together - Combining diversity and freedom in 21st-century Europe [Report of the Group of Eminent Persons of the Council of Europe] PDF DOWNLOAD >>

DOCUMENTARIO DEDICATO DA AL-JAZEERA ALLA LEADER RADICALE EMMA BONINO

Cookie Policy

>> Libero


NEL PAESE I PRIGIOIERI POLITICI DEI MILITARI SONO DECINE DI MIGLIAIA

di Maurizio Stefanini In carcere il Nobel per la pace. Scontri e morti in Birmania Aung San Suu Kyi, leader del partito d’opposizione, torna “sotto la protezione” del regime. Quattro vittime tra i suoi sostenitori “Aung San Suu Kyi è stata temporaneamente posta sotto la protezione delle autorità locali”. Con queste parole il bragadier generale Tha Tun, portavoce della Giunta Militare al potere in Birmania dal 1962, ha annunciato ieri l’arresto della leader storica dell’opposizione. Dopo la notizia sono scoppiati scontri tra i suoi sostenitori e quelli del regime: quattro i morti. Reazioni da tutto il mondo. Preoccupazione espressa dal ministro degli Esteri italiano Franco Frattini, mentre Emma Bonino, europarlamentare e leader storica dei radicali, ha dichiarato che il fatto costituisce la migliore dimostrazione che illudersi di poter “trattare” con le dittature per una loro evoluzione progressiva verso standard di democrazia politica non solo è sbagliato, ma profondamente penalizzante per i militanti dei diritti umani di quei paesi”. fondatrice della Lega Nazionale per la Democrazia (Nld), un partito che alle elezioni del maggio 1990 conquistò l’81 per cento dei seggi in un Parlamento mai insediato. Anzi, i militari presero i nomi degli eletti per metterli direttamente in carcere. Allo stesso modo, Aung San Suu Kyi è stata insignita nel 1991 di un Premio Nobel per la Pace che non ha potuto mai ritirare. Già all’epoca della sua vittoria elettorale si trovava agli arresti domiciliari, in cui era stata posta dal luglio 1989. suo padre, Aung San, il padre della patria, era stato assassinato il 19 luglio 1947, quando lui aveva 32 anni e la bambina appena 2: tre mesi dopo aver vinto le elezioni, e sei mesi prima dell’indipendenza formale. In India all’inizio degli anni ’60, dove sua madre Daw Khin Kyi era ambasciatrice, andrà nel 1964 a studiare a Oxford, dove conoscerà il marito Michael Aris, cittadino inglese, e padre dei suoi due figli Alexander e Kim. Residente in seguito in Giappone e Bhutan, non tornerà in patria che nel 1988, per curare la mamma inferma. Ma proprio in quel momento una sommossa di studenti contro il regime militare viene repressa nel sangue. E quasi suo malgrado il carisma del nome la trascina nella lotta, esponendola alla repressione del regime. Liberata nel 1995, è di nuovo posta sotto sorveglianza nel 2000, per aver cercato di viaggiare in treno a Mandalay, nel nord del Paese. Il che dimostra che in realtà la sua “liberazione” è consistita semplicemente nell’ampliare le “sbarre” della sua ideale prigione dalle mura di casa sua ai limiti della capitale. Tant’è che quando nel 1999 suo marito era morto a Londra di cancro, non le avevano permesso di rivederlo. Tuttavia nell’ottobre di quello stesso 2000 la giunta militare fa mostra di avviare con lei colloqui, e il 7 maggio 2002 è di nuovo liberata. Lei stessa però qualche giorno fa, dopo una massiccia retata di oppositori, parlando alla stampa straniera aveva accusato il regime di intraprendere quei negoziati per gettare fumo negli occhi nei confronti dei molti governi che da tempo chiedono il ritorno del Paese alla democrazia. Forse questo nuovo arresto è una risposta a queste critiche. Ufficialmente, Than Tun ha motivato la decisione con scontri. Ma il regime militare birmano, che ha cambiato il nome storico del paese in “Myanmar”, si proclama socialista e busshista, ma in effetti è un sistema totalitario strettamente ispirato al peggior modello della Corea del Nord dei Kim o dell’Albania di Enver Hoxa. Pur non essendosi mai proclamato marxista. Anche se un po’ di Paesi asiatici ci commerciano massicciamente per pura avidità di guadagno, dunque, si tratta forse dell’unica dittatura al mondo che all’estero non abbia neanche un difensore o simpatizzante, a differenza dei vari Fidel Castro o Kim Jong-Il. Tant’+ che, caso pure unico nella storia dell’Onu, la Myanmar-Birmania è stata esclusa dai lavori dell’Ilo, l’Organizzazione Mondiale del Lavoro, sotto l’accusa di aver ridotto in schiavitù almeno 800.000 dei suoi cittadini. I prigionieri politici si contano a decine di migliaia, gli esuli a centinaia di migliaia, i membri di minoranze etniche privati delle proprie terre e delle proprie case sono almeno tre milioni. Tutti a parole condannano, ma la giunta militare se ne infischia. E nessuno spiega allora cosa si debba fare di concreto per togliere di mezzo una tirannide universalmente esecrata, quando non ci sono quei farabutti degli americani, magari per loro interessi politici o economici a intervenire.





Altri articoli su:
[ Birmania ] [ Diritti Umani, Civili  & Politici ]

Comunicati su:
[ Birmania ] [ Diritti Umani, Civili  & Politici ]

Interventi su:
[ Birmania ] [ Diritti Umani, Civili  & Politici ]


- WebSite Info