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DOPO IL PIANO, BONINO NON VEDE RIVOLUZIONI A BRUXELLES

Europa - 11 maggio 2010

Per l'ex commissario servirebbe un ministro dell'economia europeo

di Gianni Del Vecchio

Gli ingredienti perché il maxi-piano di aiuti varato dall'Ecofin nella notte fra domenica e lunedì diventi il primo passo per un'Europa federale ci sarebbero tutti. Per la prima voltai paesi membri hanno dato degli strumenti di politica economica in mano alle istituzioni europee: la gestione del fondo intergovernativo di stabilizzazione per 440 miliardi di euro, la possibilità che la Banca centrale europea acquisti sul mercato i titoli di stato dei membri più in difficoltà, la subordinazione degli aiuti all'attuazione di politiche di bilancio rigorose e volte alla riduzione del deficit pubblico. Insomma, a prima vista sembra l'alba di una nuova era per l'Unione, finalmente capace di agire in modo indipendente dai paesi che ne fanno parte, con quest'ultimi che cedono una parte di sovranità seppur limitata. Invece le cose non stanno così, con sommo dispiacere degli europeisti convinti. Come ci spiega l'ex commissario europeo Emma Bonino, «il piano è la dimostrazione che manca tuttora la volontà di superare la dimensione statale quando si tratta del governo dell'economia». L'esponente radicale spiega a Europa i motivi della sua disillusione, anticipati nel pomeriggio durante la sua consueta chiacchierata del lunedì a Radio Radicale. Partendo dal nodo dei nodi: chi gestirà i soldi messi a disposizione dai paesi membri? «Questo piano d'urto appena deciso mantiene zone d'ombra vastissime che andranno chiarite con urgenza. In sintesi: 750 miliardi di euro ma nessuna procedura per la loro gestione». In altre parole, dice la Bonino, nessuno sa tuttora chi gestirà questi fondi, chi prenderà le decisioni e secondo quali criteri. E non è un caso, visto che tutti i leader nazionali si sono sempre mostrati allergici alla cessione del loro potere. Soprattutto quando si parla di soldi. «La crisi ha fatto emergere quanto il progetto dell'euro sia rimasto per molti versi incompiuto: ha una banca centrale ma la sorveglianza rimane responsabilità delle autorità nazionali; punta ad una vigilanza sovranazionale ma un'agenzia di controllo sui mercati azionari - una sorta di Consob europea - non è all'orizzonte, nonostante le agenzie di rating abbiano prodotto danni epocali per la fiducia di investitori e risparmiatori; c'è un presidente dell'Eurogruppo ma non un vero equivalente di ministro dell'economia a livello europeo, per non parlare della frammentazione delle regole fiscali e contabili e l'assenza di strumenti comuni per combattere le manovre speculative». Motivo per cui anche quello che di buono e rivoluzionario è venuto fuori nell'accordo notturno rischia di consumarsi nelle prossime 48 o 72 ore. E sarebbe un vero peccato, visto che l'euforia dei mercati ha premiato un modello di Europa che non si impelaga in mille mediazioni ma riesce a prendere decisioni importanti anche in una sola giornata. Quegli Stati Uniti d'Europa cui da sempre anela la Bonino e che però sembrano anche oggi lontani anni luce. «Dopo il disastro greco e la sofferta decisione sul piano anti-crisi, volendo potremmo essere di fronte ad una rivoluzione propedeutica ad un Europa federale. Ma ci vorrebbero leader lungimiranti con in mente un grande disegno federalista. E dove trovare - o mi si dica almeno dove cercare - al giorno d'oggi l'appassionata e profetica visione di un Jean Monnet o di un Altiero Spinelli?». E a dimostrazione dello scarso europeismo dell'attuale classe politica continentale, ecco la ricostruzione della nottata stante fatta dal presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, che ha pensato bene di utilizzare la decisione dell'Ecofin a scopo di propaganda interna, intestandosi il merito di aver sbloccato i negoziati grazie a una tempestiva telefonata alla cancelliera Angela Merkel. Una versione dei fatti che lascia interdetta la Bonino: «Qui tutti parlavano della telefonata di Obama alla Merkel. Magari ce n'è stata anche una di Berlusconi, ma io non ne ho sentito parlare».





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