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IL FEMMINISMO? SI E' TRASFERITO IN SENEGAL

Vanity Fair - 13 maggio 2010

Come la lotta contro le mutilazioni genitali sta diventando strumento di emancipazione in Africa. Mentre in Italia....

di Emma Bonino 

Non so più quante volte ho viaggiato avanti e indietro tra Europa, Africa e paesi arabi, passando ore negli aeroporti più improbabili per raggiungere destinazioni geograficamente neppure troppo lontane, eppure difficilmente accessibili, tanto che per arrivarci occorre un intero giorno-notte di viaggio. Ciononostante, che sia per la moratoria universale delle esecuzioni capitali o per la campagna contro la pratica tradizionale delle mutilazioni genitali femminili (Mgf) che tocca buona parte del continente, ogni volta trovo una ragione ulteriore per tornare laggiù, per cercare di aiutare come meglio posso chi nei diversi paesi spende la propria vita nel tentativo di conquistare nuovi spazi di diritti e libertà individuali, il più delle volte in condizioni di estrema difficoltà e molto spesso con rischi personali altissimi. Questa volta mi ritrovo a Dakar, in una città che mi è molto familiare perché il Senegal, insieme al Burkina Faso, fu uno dei paesi chiave della lotta radicale contro lo sterminio per fame nel mondo negli anni Ottanta, e Dakar è stata la capitale di avvio della campagna che poi portò all'istituzione della Corte Penale Internazionale con la conferenza diplomatica di Roma nel 1998. Oggi è uno dei paesi più attivi nella lotta per i diritti delle donne in Africa; si è speso moltissimo per lavorare gomito a gomito con Non c'è Pace Senza Giustizia e la Cooperazione italiana nell'organizzazione di una conferenza che ha riunito i parlamentari di 20 paesi dove ancora vengono praticate le mutilazioni genitali femminili. In Senegal la legge di proibizione di questa pratica ancestrale esiste dal 1999, come molti altri paesi ha difficoltà nel farla conoscere e applicare, ma le cose vanno veloci. Durante una pausa dei lavori della conferenza torno in albergo e automaticamente accendo la tv, sintonizzata su TV5 Africa. Sono le 16.00, va in onda una soap che racconta la storia di una praticona, arrestata perché due delle bambine che ha mutilato sono morte per emorragia. Alla stazione di polizia la donna continua a ripetere al commissario che lei non ha fatto nulla di male perché nel suo villaggio le mutilazioni genitali sono praticate dalla notte dei tempi. Le viene detto che non è più così, che esiste una legge che le vieta. Entra in scena il fabbro che fornisce alle mammane del villaggio gli strumenti necessari a mutilare le bambine. Anche lui difende la pratica, ma il commissario è irremovibile. Intanto nel villaggio non si parla d'altro che dell'arresto della signora. Alla fine viene interpellato l'Imam, che alla presenza di tutti spiega con tono pacato e parole semplici che il Corano non prescrive le mutilazioni genitali. Rientro a Roma, accendo la tv, sempre di pomeriggio, e mi ritrovo una scena imbarazzante. Una signorina adagiata su un lettino si sottopone tra lacrime di commozione e risate convulse ad una ecografia in diretta. Si vede il bambino nella pancia, tutti sono emozionati, una vera celebrazione della vita, condita però da battute spinte sulle misure dei seni della signora e dalla performance di un gruppo di donne col pancione che entrano in studio per insegnare alla signora medesima come una donna incinta deve muovere i fianchi per stuzzicare gli appetiti del proprio marito. Ho voluto raccontare questo "contrasto" perché credo sintomatico di quanto la donna in Italia sia ormai stereotipata in ruoli mortificanti senza riuscire ad uscirne, mentre altrove, le donne, attiviste o parlamentari che siano, ce la stanno mettendo tutta per convincere i governi dei loro paesi ad andare all'Onu, affinché in autunno sia approvata una risoluzione che metta al bando una volta per tutte le mutilazioni genitali femminili. Il governo italiano, il ministro Frattini in particolare, il Parlamento tutto è impegnato a sostegno in questa campagna e di questa iniziativa onusiana. C'è da lavorare davvero, perché tanti sforzi possano portare ad un passo decisivo per la salvaguardia di un diritto fondamentale e mi auguro di cuore che le amiche africane vedano premiato il loro impegno.





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